Jan Fabre qui e ora 2/2

The power of theatrical madness
The power of theatrical madness – foto di Wonge Bergmann

Nello scorso Romaueropa Festival 2013, Jan Fabre ha riproposto con un cast rinnovato di giovani performer due spettacoli degli esordi al Teatro Eliseo di Roma: The power of theatrical madness e This is theatre like it was to be expected and foreseen, rispettivamente del 1984 e del 1982. Ne segue non una recensione, ma una riflessione sociale sul senso dell’arte nel contesto della realtà contemporanea, ospitata dai Quaderni del Teatro di Roma in un dittico con Rossella Porcheddu, il cui articolo è ora anche su Il Tamburo di Kattrin.

Roma. Anno teatrale 2013. Di tutte le arti il teatro conserva, come insidioso metro di giudizio, la prossimità con il contesto sociale in cui gli capita di accadere, o almeno la stipula di un contratto organico fra attore e spettatore, artista e fruitore, convocati in un incontro noto alla ricerca dell’ignoto. O di quanto, dell’ignoto, è contenuto nel proprio spazio noto. Pertanto la partecipazione a un’azione teatrale rende questa responsabile dell’intero panorama coinvolto e del lessico in cui tale panorama è narrato, meglio ancora rappresentato. Al teatro è mossa una necessità di raccordo emotiva e cerebrale, la platea è gonfia dello stesso senso che la scena è di volta in volta, secondo le qualità, in grado o meno di suggerire, di cavar fuori al modo usato per una confessione. Non è allora che una bizzarra scarica elettrica a sovvertire la distanza fra il palco e la platea, un riverbero contingente al brillio fra la meraviglia e l’innesco, la fissità e la tensione basculante e cognitiva. Esattamente in questa lucida incoscienza che annulla e certifica la misura di relazione, il fruitore teatrale abbandona la languida condizione di pubblico, riafferma presenza viva, rifrangente e matura in sé la coscienza di uno spettatore.

Questi pensieri si fanno largo attraverso un pertugio segreto della percezione, nella sala che ospita l’ascolto e la visione del dittico trentennale proposto da Jan Fabre per Romaeuropa Festival 2013. Un primo spettacolo di quattro ore, il secondo di otto, attraversando il tempo dal pomeriggio di luce fino al buio della mezzanotte. La sua idea ha a che vedere nel primo con l’estenuazione dell’azione scenica e con la realizzazione in scena della condizione esistenziale dell’uomo, nel secondo. Eppure pian piano qualcosa si comprime e si ha la sensazione che l’operazione attuale abbia sostituito ciò che in precedenza era un’opera, ma soprattutto che lo spettatore convocato sia costretto a rincorrere affannosamente la propria individualità, finendo stancamente nella rete che lo ingabbia a massa indistinta. La perplessità che avvolge l’azione teatrale è parte di una sensazione indigerita e di certo pericolosa a pronunciarsi, mossa da un sinistro senso di fastidio insinuato negli interstizi fra le poltrone ospitali del Teatro Eliseo: c’è un sottile e finissimo alito di violenza ad attraversare la sala; quando ci si scuote dall’amniotico incedere della reiterazione si avverte un distacco glaciale e ormai non più eludibile fra ciò che accade in scena e il contesto sociale in cui le sue polveri, dalle assi scagliate, andranno poco lontano a posarsi. A investire la schiera dei convitati è un rigoglioso afrore di grandezza tecnica, un poco di vanteria estetica e di certo abilità fisica di performer straordinari, ma in quel profumo è annidato l’odore rappreso che in trent’anni non ha saputo affrancarsi dal tessuto intriso, liberato nell’aria ove il respiro contende l’ostruzione delle nari.

Fabre compone due spettacoli grandiosi, ma sembra ignorare ciò che accade attorno a essi, le diverse urgenze del mondo contemporaneo, l’esplicita emergenza in cui versa il paese abitato dalla sua scena. L’evoluzione dell’arte ha finalità se coinvolta nell’evoluzione culturale e civile: in This Is Theatre Like it Was to Be Expectedand Foreseen, del 1982, gli attori mostrano tutto ciò che possono in una giornata lavorativa sindacale, otto ore appunto. Lo fanno di domenica, paradossalmente nel giorno del riposo. Ma nel mondo attorno qualcosa scricchiola, si palesa una domanda malcelata dallo stupore visuale: quante di quelle ore lavora oggi, retribuita, la maggior parte degli spettatori in sala? «L’arte è il tempo», dice Claudio Morganti in Mit Lenz e la finzione sa farsene beffa a patto che, inebriati dalla finzione, non sia lui a beffarsi di noi.

Simone Nebbia

Questo articolo è apparso sul numero di Dicembre/2013 dei Quaderni del Teatro di Roma. Per gentile concessione.

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