Opera e Sonno incantano le Orestiadi di Gibellina

"Opera" Vincenzo Schino. Foto Ufficio Stampa
“Opera” Vincenzo Schino. Foto Ufficio Stampa

Non è solo grazie al suo eroico presidio di resistenza in un’estate siciliana contaminata da una fredda temperie culturale che il festival Le Orestiadi di Gibellina (giunto alla XXII Edizione) sa offrire allo spettatore uno sguardo complesso e articolato sul panorama teatrale contemporaneo. C’è un pensiero estetico ben preciso che è quello del suo direttore Claudio Collovà, ci sono degli artisti che valeva la pena di scoprire, c’è un progetto culturale che si conserva inalterato nel tempo e che pure sa rinnovarsi, aprirsi, esplorare, contaminarsi, negare le proprie origini per ritrovarle. Come per i cavalli della Montagna di sale, opera di Mimmo Paladino, muti testimoni di quanto accade sulla scena, si avvicendano dissotterramenti e svelamenti di trame possibili, di forme, traiettorie, paradigmi, prospettive che emergono, si capovolgono, cambiano angolazione, sondano equilibri, si insabbiano, si inabissano nel magma totale e molteplice dei linguaggi artistici.

Quello che qui ci interessa è sottolineare come nessun cedimento a scelte facili o di richiamo sembri attestarsi in questa direzione artistica, a favore invece di un percorso ben preciso tra le infinite trame che il teatro di oggi propone, un’esplorazione che si muove coerentemente dalle opere più narrative a quelle più astratte, dalle parole alla negazione di esse, dalla visione al corpo, dal grottesco al surreale. Né sembra un caso che il percorso parta dalla drammaturgia muovendo poi verso la narrazione, la sottrazione della parola, verso un’estetica della visione fatta di corpi, luci, suoni.
Ma questa edizione delle Orestiadi ci è parsa inesorabilmente segnata dalla scoperta delle opere di Vincenzo Schino e della sua compagnia, di cui abbiamo visto due lavori che dotati di una strabiliante, commovente forza comunicativa, basata su una drammaturgia visuale che dematerializza la parola e che si lascia contaminare dalla pittura. Quello che più colpisce è come l’opera arrivi a un investimento sensoriale ed emotivo dello spettatore, giocando solo sulla sottrazione, sul vuoto, sulla problematizzazione dello sguardo e della percezione, una percezione anti-rappresentativa in grado di convocare e richiamare tutti i sensi, di giocare con i meccanismi del teatro, della finzione, dello stare in scena.

Opera (spettacolo di esordio che dà il nome anche alla compagnia) sembra partire dalla fine, perché le prime parole ad essere pronunciate, dalla voce registrata di un bambino, sono quelle che segnano la fine di Sogno di una notte di mezza estate: «Se noi ombre vi abbiamo tediato […] fate conto che sia stato un sogno a mostrarvi paesaggi immaginari, da visionari». E mentre la voce continua, il malinconico arlecchino che si muove come una marionetta non c’è più, si è sottratto al compito di portare a termine fino alla fine un enunciato, forse ha ceduto, ricerca una verità dietro quella maschera, così come in tutto lo spettacolo non si farà altro che andare al di sotto dell’immagine, perforando la pelle delle cose dietro quel velatino che separa l’azione, porta d’accesso pe il nulla. E forse è quel nulla il nocciolo della messa in scena: nulla da dire e da rappresentare, nulla da significare. Così il clown si alza su una sedia e si ritrova proprio in corrispondenza di un microfono calato dall’alto, porta fino allo stremo la tensione a voler dire, ma le parole non possono nascere, non sono opportune, nemmeno adeguate a esprimere una verità che è il rito della presenza e dell’assenza, la crudeltà dell’esposizione in palcoscenico, un’ostentazione che, direbbe Umberto Eco, trasforma la natura in artificio. Non rimane al clown che esprimere dolore, dolore della derisione, della pietà. Come nell’opera Pagliacci di Leoncavallo, si crea un contrasto tra la sofferenza realmente vissuta e la comicità esibita. L’artista, ormai afasico, si limita a rimandare al pubblico un riflesso caricaturale di gesti e suoni, la sua capacità comunicativa è ridotta a una superficiale apparenza di smorfie, di onomatopee, di pernacchie. Il fool-clown-arlecchino-attore appare come una figura liminare, colui che disvela una logica che va oltre le finalità della parola e della comunicazione cercando di essere allo stesso tempo tutto e nulla, ognuno e nessuno, giocando sulla contraddizione ultima, di non essere mai quello che si è.

Quella proposta è soprattutto un’arte che pensa per immagini come «pensieri del corpo» per dirla con le parole di De Chirico, mentre ad Alberto Savinio il regista sembra rimandare se vediamo percorrere il fondo dello spazio scenico da un uomo con la testa di uccello, figura cara al pittore citato. L’ambiguità delle immagini che sommano in sé significati plurimi, confessano l’inesistenza di un’unica verità. Così nel secondo lavoro visto, Sonno, che vede in scena sempre gli stessi attori, Marta Bichisao, Riccardo Capozza, Gaetano Liberti, Fabio Venturelli ed Emiliano Austeri, si indaga sulla materialità visiva del mondo onirico. Un tentativo, per dirla ancora con Savinio, di «aprire nella veglia l’occhio con il quale vediamo i sogni». A separare la prospettiva visuale tra platea e spazio scenico una grande tela di Pierluca Cetera che raffigura un uomo nudo, seduto, con in braccio una gallina. Vengono poi calate altre due tele con lo stesso soggetto, ma zoommati fino a inquadrare solo il volto, poi solo il particolare dell’occhio. Ed è proprio quest’occhio il simbolo dello sguardo che vede dove non si potrebbe vedere, che scruta attraverso l’oscurità, osserva anche ciò che è nascosto dall’ombra, svela il mistero, è lo specchio ustorio che si tuffa alle viscere della realtà, attraversandola. Un occhio trasformatore che traduce in visioni l’intensificazione del sogno, che rende labile il limite tra soggetto e oggetto. La labirintica attività di associazioni e rimandi visivi non sempre alla lettera decodificabili, non per questo meno ricchi di senso, che sorregge il complesso impianto drammaturgico fa meritare alla compagnia un’attenzione particolare.

Filippa Ilardo

Visti alle Orestiadi di Gibellina in luglio 2013

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OPERA
cura della visione e regia Vincenzo Schino
con Marta Bichisao, Riccardo Capozza, Gaetano Liberti, Vincenzo Schino
aiuto regia Marta Bichisao
fonica Giacomo Agnifili
elaborazione digitale del suono Gennaro Mele
effetti plastici Leonardo Cruciano
workshop realizzazione costume di arlecchino Michele Napoletano
voce registrata Gabriella Damascelli
assistente alla produzione Giuseppe Schino
organizzazione marco betti produzione CRT Milano \ Opera – Terni

SONNO
cura della visione e regia Vincenzo Schino
con Emiliano Austeri, Marta Bichisao, Riccardo Capozza, Gaetano Liberti, Fabio Venturelli
pittura Pierluca Cetera
dramaturg Letizia Buoso
cura del movimento Marta Bichisao
scenografia Emiliano Austeri, Vincenzo Schino
suono Gennaro Mele
fonica Giacomo Agnifili
special art fx Leonardo Cruciano workshop
organizzazione Marco Betti
produzione Opera, La Lut / Voci di Fonte, Festival delle Colline Torinesi, Linea dʼOmbra / Festival Culture Giovani 2010, Kilowatt Festival / Regione Toscana Progetto Filigrane e Il Funaro
con il sostegno di Teatro Valdoca, Ass. Demetra, Indisciplinarte, L.Cruciano Workshop, lʼArboreto, PiM, Stefano Romagnoli, Santarcangelo dei Teatri