Quando i personaggi trovano il proprio autore: Claudio Tolcachir

foto di Giada Russo (spazi Fondazione Cini)

La Sala degli Arazzi non è fatta per il teatro: questa è la prima considerazione che viene in mente una volta che si attraversa il giardino lasciandosi alle spalle il chiostro del palazzo della Fondazione Cini sull’isola di San Giorgio. Le sedie, in tela di porpora, sono accatastate per fare spazio. Sotto tre arazzi quadrati c’è un palco basso, di quelli che si usano per i convegni. L’atmosfera è libera da qualsiasi tensione. Gli allievi arrivano prima del maestro e si dispongono da subito sul palco lasciandosi andare a un placido stretching. Quando Claudio Tolcachir entra con passo svelto, tutti lo salutano. La delicatezza – di cui hanno parlato gli allievi commentando questo laboratorio – si manifesta immediatamente. L’insegnante fa l’appello, come a scuola, ma con ognuno si comporta come tutti avremmo voluto si comportassero le nostre maestre: tasta l’umore, sorride e chiede se hanno dormito bene. Non ci sono risposte di circostanza, il gruppo è coeso e sincero, c’è chi ha avuto problemi con le zanzare e chi ha dovuto subire la costruzione di un ponte sotto la propria finestra.
Le domande dei laboratoristi danno il via al lavoro, permettendo alle tematiche teatrali di entrare quasi di soppiatto, delicatamente appunto. Un’attrice espone il suo problema: sta vivendo un personaggio che non conosce le lingue, ma non può dimenticarle. «Ѐ normale – risponde Tolcachir – è uno delle difficoltà che si possono incontrare in questo percorso». Facendo abbassare le luci l’autore de La omisión de la familia Coleman (solo per citare il suo spettacolo più celebre ) dà il via ai “giochi”, improvvisamente tutti conoscono il proprio compito: ciascuno deve scoprire chi degli altri è il fratello maggiore o minore. È un esercizio di sguardi, molto breve, ma efficace, l’atmosfera realmente si modifica.

foto di Giada Russo (spazi Fondazione Cini)

Il lavoro ruota attorno alla costruzione del personaggio. L’argentino consiglia ai ragazzi di capire quando rinunciare a un’idea che non funziona. Si complimenta per il lavoro svolto fino a questo momento: «ieri ho visto qui dentro delle persone che prima non c’erano». Si riferisce ai personaggi creati dai ragazzi: «mi sono rimasti addosso», ammette con un tono di ringraziamento. Gli attori d’altronde ci lavorano da un paio di giorni almeno, soprattutto fuori dal laboratorio, osservando la realtà, cibandosi probabilmente degli atteggiamenti di chi tutti i giorni attraversa la città lagunare. Non può non tornare alla mente lo Stanislavskiji de Il lavoro dell’attore su se stesso, dove il protagonista, Kostantin Nasvanov, crea l’odioso personaggio del Criticone, creatura descritta come una vera e propria opera di verosimiglianza. Sia ben chiaro, Tolcachir si guarda bene dal professare la stanislavskiana perezivanie (la celebre tecnica della reviviscenza), nei suoi workshop c’è anche molto del cosiddetto training. Con la differenza che qui tutto è un gioco, i partecipanti si divertono, lavorano sul corpo e sulla voce, senza quella seriosità o drammaticità sovraesposte di cui si nutrono molti dei laboratori ancorati all’eredità deformata degli anni ’60 e ’70. Nulla è trattato superficialmente, ogni esercizio è “un gioco serio” – per dirla con Pirandello – e viene approfondito con un momento di dialogo nel quale regista e attori analizzano, senza giudicare, il lavoro svolto. «Non sentitevi obbligati a fare cose belle, a meno che il vostro gioco non sia quello. Siate totalmente egoisti con il mondo esteriore, ma non con il vostro compagno di esercizio». Tocachir lascia una grande libertà nelle mani dei partecipanti. Poche le indicazioni. Ma molto precise «utilizzate l’intuito, non la mente», implicitamente, ma inevitabilmente, chiede una notevole coscienza, un enorme controllo di ciò che si fa.
Anche quando gli attori si lasciano possedere dai propri personaggi devono tenere a mente il pensamiento, il pensiero deve fluire, ma non con un procedimento semplicemente razionale: è qualcosa più prossimo all’intuito, allo sviluppo di un’attenzione sempre tesa e in ascolto verso la propria immaginazione, ma pronta a relazionarsi con gli accadimenti esteriori. Un metodo dunque apparentemente semplicissimo che nei delicati approcci dell’artista porteño dà i migliori frutti. Ce ne accorgiamo quando in sala gli interpreti lasciano il posto ai propri personaggi. La tensione è altissima, ciascuno ha curato i dettagli nei minimi particolari: dai vestiti all’impostazione fisica. Vagano nel grande spazio, a tratti cercano e trovano una relazione fra di loro.
In questo caso l’analisi del lavoro svolto è una vera e propria performance: Tolcachir accoglie i personaggi a piccoli gruppi e li intervista. Dolcemente cerca di spiazzarli: «Che lavoro fai? Da dove vieni? Preferisci l’inverno o l’estate? Ti piace farti il bagno nudo al mare?». Nella variegata galleria di tipi umani troviamo un sarto, una giovane studentessa inglese venuta a Venezia per studiare arte, una danzatrice, una cantante di origine tunisina e addirittura Luis Sepulveda perso tra le sue memorie violentate dal golpe.

Andrea Pocosgnich

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