Matti e disperati, sono gli ebrei di Teatro Forsennato

Dario Aggioli – foto di Arianna Pioppi

La classica serata perfetta da trascorrere a casa. Un lungo e tranquillo venerdì sera da spendere in pantofole davanti a un bel film mentre, diceva Paolo Conte, «fuori piove un mondo freddo»… Eccolo questo 13 aprile romano, un salto mortale all’indietro verso l’inverno, tra una lama di freddo e la tempesta che spazza le strade. Ma niente pantofole, stavolta, ché è la serata in cui abbiamo deciso di andare a scoprire questo famoso Spazio09, che ha il merito di star riportando il teatro nel piccolo centro di Cisterna, provincia di Latina. Dopo 65 anni di latitanza. Praticamente un’era geologica. A raccontarcelo sono gli occhi tremanti e agguerriti del giovane Fabio Ramiccia, che questo spazio (a cui si accede con scala antincendio sopra un grosso magazzino nella zona artigianale del paese) ce l’ha in gestione. Ne parla come “un’impresa a conduzione familiare”, mette in evidenza gli sforzi e i sacrifici necessari per fare teatro qui, un teatro diverso dai prodotti commerciali che in genere raggiungono la provincia. Un teatro che cerca. Ed è bello ascoltare parole del genere mentre a svuotarsi, in maniera confusa e febbrile, è una platea che ha appena registrato il tutto esaurito.

In scena, in data secca, il Teatro Forsennato di Dario Aggioli, al debutto de Gli ebrei sono matti, dedicato alla memoria dello psichiatra e teorico di psicodramma Ferruccio Di Cori, emigrato negli Usa dove sarebbe diventato consulente dell’Actors Studio con Shelley Winters. Vincitore del Premio Giovani Realtà del Teatro 2011, lo spettacolo aveva già meritato una Menzione Speciale al Tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2010 e ora è in procinto di partire per un piccolo tour nel nord. Sul palco c’è lo stesso Aggioli con Angelo Tantillo. E niente più di un semplice piazzato luci inframezzato da brevi bui, due sedie e una valigia piena di maschere a mezzo viso. La vicenda di un ebreo che, in fuga dalle persecuzioni fasciste, trova rifugio in un manicomio si ispira a fatti realmente accaduti nell’ospedale psichiatrico Villa Turina Amione, allora diretto da Carlo Angela.

Nei panni del pazzo Enrico, Aggioli ricostruisce sul proprio corpo una patologia immaginaria che ruba tratti all’autismo e li mescola a una pittoresca paranoia, strizzando un occhio ironico a quell’ossessione verbale e gestuale che hanno anche certe derive mitomani ben lontane (o forse no?) dalla diagnosi clinica. Più arduo e sottile è il tratteggio con cui Tantillo interpreta il rifugiato Ferruccio, cui il “professore” ha consigliato di imitare Enrico. Ma è da subito evidente quell’impossibilità di fondo ed emerge la disperazione, esplode la confessione. Un assurdo destino, che di un Regime fondato sull’apparenza ha fatto una chiave per confondere falso e vero. Allora l’uso delle maschere di Julie Taymor, così semplicemente vive eppure distanti nel loro fungere solo a metà, come correttivo delle espressioni, acquista un senso ulteriore e sottile: un codice elementare che serve a far cambiare di segno la storia.

Angelo Tantillo – foto di Arianna Pioppi

I toni patetici su cui indugia la rappresentazione della pazzia e a cui allude la tragedia storica di contorno non rinunciano mai all’ironia: la parlata cantilenante, piena di ripetizioni e rimandi, ha sul pubblico un effetto magnetico e conquista la partecipazione, così come la discesa in platea a guardare in faccia e interpellare gli spettatori – tratto molto usato dal Forsennato, che da sempre lavora su improvvisazione a canovaccio. In questa diretta semplicità risiede la forza principale dello spettacolo. Con la stessa agilità con cui le maschere scandiscono l’immaginario di normalità e devianza, realtà storica e sintesi poetica si danno il cambio consegnando il racconto completamente in mano agli attori e all’inserto, non sempre registicamente convinto e convincente e un po’ freddo, di voci off (di Stefania Papirio e Marco Fumarola).

Nessuno spettacolo è un’isola. La presenza di un pubblico meno spocchioso, più popolare e pronto a partecipare in un modo sempre imprevedibile modifica di certo la percezione e l’esecuzione, in parte forse la modella. Se è vincente l’idea di interagire con gli spettatori come fosse una massa di osservatori muti visibile solo all’occhio allucinato di Enrico ma nascosto alla disperata razionalità di Ferruccio, a dimostrare qualche debolezza è la struttura a quadri. Messa di fronte a un rigore stilistico fin troppo algido (luci calde ma abbaglianti e abiti che enfatizzano un emaciato pallore) essa avrà forse bisogno di essere resa fluida o ravvivata nel ritmo, specialmente nei passaggi finali e nell’epilogo che cita – con ennesimo scarto ironico – Roma città aperta.

Ma di certo si conferma il percorso preciso e sistematico che Teatro Forsennato segue tra le anse del raccontare; ricerca che, come era già evidente nei precedenti Sangue Palestinese o Le figurine mancanti del 1978, trova maggiore realizzazione là dove a comporre il materiale drammaturgico sono temi non troppo privati o autoreferenziali. Allora il rischio di un lavoro altrimenti troppo centrato sull’individuazione di uno stile e sulla sperimentazione sterile degli strumenti del racconto viene ravvivato dall’urgenza.

Sergio Lo Gatto

Guarda lo spettacolo completo su e-performance.tv

Visto il 13 aprile 2012 allo Spazio09 di Cisterna di Latina (LT)

GLI EBREI SONO MATTI
con Dario Aggioli, Angelo Tantillo
voci registrate Stefania Papirio, Marco Fumarola
registrazioni vocali Marco Fumarola
costumi e scene Arianna Pioppi, Medea Labate
maschere realizzate in gioventù da Julie Taymor
organizzazione Carla Damen
ideato e diretto da Dario Aggioli

Spettacolo dedicato alla memoria del prof. Ferruccio Di Cori

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