Atlante XIX – Bianciardi e la coda dei rettili

Luciano Bianciardi – Disegno di Renzo Francabandera

C’è un aneddoto straordinario che forse più di tutti rintraccia la figura e il ruolo svolto da Luciano Bianciardi – scrittore che è stato punto di riferimento tra gli anni ’50 e i ’60 – nell’evoluzione della letteratura e l’editoria della seconda parte del ‘900, quello che tutti amano ricordare come: Il cappotto di Feltrinelli, come fosse un titolo, come fosse un’opera d’autore. E infatti lo è. Si racconta di quella volta che Giangiacomo Feltrinelli, il padrone illuminato della casa omonima, entrò in redazione dove Bianciardi con altri guadagnava pochi spiccioli e, togliendosi il suo principesco cappotto di cammello, iniziò a parlare di giustizia sociale e lotta di classe; Bianciardi in quel momento si alzò in piedi, prese il cappotto e lo indossò, fece il giro della stanza dandosi arie e uscì gridando «Viva la lotta di classe!», tenendosi il cappotto come fosse un regalo di quella contraddizione che non sapeva mandare giù. Bianciardi è di quegli autori che per la forza dell’alterità, del conflitto con il potere, hanno con fierezza tenuto alta la bandiera di un mestiere fatto di critica e libertà: incendiario – per citare un puntuale accento dello studioso Fernando Marchiori – che piuttosto di morire pompiere, è rimasto involto dal medesimo rogo.

Occasione per parlarne, riflettere sulla sua figura e sul ruolo del moderno intellettuale in quest’epoca affaticata, è stato il Progetto Bianciardi, voluto da Angelo Romagnoli e Raffaella Ilari, che hanno convocato un convegno nel salone storico della Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, abilmente intersecato a uno spettacolo – primo di un ciclo – che la compagnia senese laLut ha dedicato allo scrittore: Non leggete i libri, fateveli raccontare, tratto da un’opera che raccoglie alcuni articoli usciti su ABC nel 1967, sei lezioni che delineano con pungente ironia il vademecum per diventare un provetto intellettuale. Se il convegno – coordinato da Stefano Jacoviello e seguito dalla redazione di lavoroculturale.org, che ha visto la partecipazione dello storico Marcello Flores, dello scrittore Stefano Adami per la Fondazione Luciano Bianciardi, della studiosa Marzia Pieri, lo scrittore Lorenzo Pavolini e il già citato studioso e critico Fernando Marchiori – ha dischiuso all’oggi il peso di una figura come Bianciardi, configurandone ai giorni nostri l’esempio per chi svolge attività intellettuale, lo spettacolo ne è stata una summa graffiante e beffarda che tuttavia non ne ha disperso il segno ma che anzi l’ha forse impresso con maggiore precisione.

Angelo Romagnoli – sienafree.it

Solo in scena, Angelo Romagnoli attraversa le sei lezioni con un piglio frontale che irride la stessa frontalità, dipanando gli insegnamenti in un linguaggio ammiccante che però svela l’ammiccamento come mezzo per raggiungere i nostri obiettivi; di grande aiuto è la regia di Francesco Pennacchia, che si serve dello spazio scenico e della platea sfruttando al meglio il potere catalizzante della verve attoriale, in cui Romagnoli si muove con sapiente e consapevole qualità attrattiva. Il testo – per sua declinazione ritmica ad affondare – segue lo stesso percorso che dall’ironia scivola pian piano attraverso uno strano cortocircuito: all’ascesa dell’intellettuale corrisponde una caduta inarrestabile e continua nella ferocia disumana della figura che si va componendo. Per nulla affaticato dagli anni trascorsi, il testo si regala a chi ascolta con quel linguaggio chiaro mutuato da un richiamo alla scientificità, fin quasi a tratti nobilmente colloquiali, che di Bianciardi fa un autore brillante e preciso; con gaudente sequenzialità denuncia le storture di un sistema di potere nel periodo in cui si andavano configurando e oggi non è casuale che sia proprio il teatro, luogo vivo in cui il conflitto intellettuale non perde di forza, a fornirci gli spunti migliori attorno a lavoro culturale, disperso nei meandri di mille altri stimoli di necessità, eppure resistente e vitale: finché ci sarà qualcuno in grado di mettersi il cappotto del potere e dileggiarlo, di capire interpretare e trasmetterle le mutazioni sociali, niente saprà annientarlo fino a renderlo inoffensivo. L’intellettuale è come la coda di certi rettili: ad ogni taglio, di risorse fondi e opportunità, fieramente rinasce.

Simone Nebbia

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