Atlante X – La giustizia (nell’arte almeno) non è di questa terra

Non c’è modo migliore per depauperare le già povere casse del partito del pensiero e del coraggioso e rischioso tentativo di mettere in discussione (e quindi in cognizione) l’evento artistico, che rivolgersi al partito della ragione e della confutazione, della logica e del suo contrario, partito della verità rivelata e negazione della stessa. Questo accade quando una percezione è contraddetta attraverso una minaccia di “addire” a vie legali, qualunque cosa stia a significare questa affermazione usata da Romeo Castellucci in conclusione della lettera con cui intimava una smentita alla giornalista Katia Ippaso, rea di aver erroneamente – secondo lui – recensito un suo recente spettacolo (ma chiamandone un altro a testimonianza).

Già in un viaggio precedente Atlante s’era recato a Parigi, dove un gruppo di attivisti lefebvriani, ferventi cattolici di puntuto integralismo, aveva messo in forte discussione lo spettacolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio a firma Castellucci per Socìetas Raffaello Sanzio, che era in scena al Théâtre de la Ville. La loro discussione in effetti non ammetteva repliche, a colpi di scene teatralizzate più del teatro, ci trovammo a dire, con olio motore e pece gettati sul pubblico, incatenamenti e scene quasi da esorcismo, per restare in tema.

La querelle prende ora le mosse dalla recensione a Il velo nero del pastore, che ha appena debuttato a Romaeuropa Festival e che Katia Ippaso ha recensito per il settimanale Gli Altri in data 18 novembre 2011. Nell’articolo la giornalista osava riferirsi al precedente Concetto, in cui il volto del Cristo di Antonello da Messina – in un contesto olfattivamente impregnato da un maleodore escrementizio – veniva ricoperto di un liquido marrone che non erano «lacrime non sangue ma feci (finte, naturalmente)», a sua personale visione. Su questa precisa scena, le rimostranze parigine. E dunque poco passò che l’autore dello spettacolo decidesse di inviare (non alla giornalista che conosceva personalmente e da tempo) al direttore del giornale incriminato, Piero Sansonetti, una lettera (che pubblichiamo qui sotto nel jpg della pagina di giornale) in cui dichiarava «il carattere mendace» dell’articolo, asserendo che quella colata sul volto del Cristo non era costituita di feci finte ma di inchiostro, e vedendo in questo travisamento i caratteri della «informazione distorta e la ricerca del sensazionalismo», in un contesto di minaccia per sé e per i suoi collaboratori. Ora – e nel merito la stessa Ippaso ha risposto con inappuntabile precisione nel numero de Gli Altri del 2 dicembre 2011 (qui ripubblicato tramite Lettera 22) – queste affermazioni da un lato fanno anche sorridere per il disarmante abbaglio di rimarcare veridicità a qualcosa che si definisce “finto” (e che dunque per questo motivo deve conservare la propria verità materiale in un altro elemento, è inevitabile e riguarda le basi dell’opera d’arte), dall’altro testimoniano una difficoltà dell’artista di gestire quelle minacce di cui soltanto ipotizziamo la pericolosità, ma sfogandole in una minaccia ulteriore. È forse questo però il modo migliore per combatterle? Quella che Castellucci difende nella lettera è una libertà d’espressione soltanto sua o può contemplare espressioni altrui?

Dunque dalla mostra integralista della chiusura mentale in palcoscenici altrui, contrastando con la violazione imposta della verità rivelata un diritto sensibile a piangere sulla propria e già violata, questa volta però il teatro del teatro si sposta: dallo spazio che costituisce l’arte scenica, composto da attori e spettatori, fino alle aule di un tribunale. Castellucci si lancia dunque in un territorio in cui probabilmente l’arte e la percezione non c’entrano più, quasi c’entrano di più gli integralisti violenti, per aver cercato una risposta alla sollecitazione religiosa in una sorta di invocazione al loro Dio giustiziere che inveisse contro gli eretici (che la giustizia non è di questa terra, a suo modo l’ha dichiarato anche Benedetto XVI…). Castellucci prende invece quella «strada che dalle panche d’una cattedrale porta alla sagrestia, quindi alla cattedra di un tribunale: giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male» (così cantava Fabrizio De Andrè). Rassicurante rivolgersi alla giustizia terrena per contraddire una percezione sensibile? Eppure credevo che un gigante dell’arte – non certo “un nano” – la conoscesse piuttosto bene, giacché con la sua opera l’ha più volte ricercata, “la statura di Dio”.

Simone Nebbia

Scarica la pagina de Gli altri con la lettera di Romeo Castellucci

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