Sul concetto di volto nel figlio di Dio: ovvero il destino dei Padri secondo Romeo Castellucci

 
Foto di Piero Tauro

Andare a vedere uno spettacolo della Socìetas è ormai un evento, non lo si può negare. Con il tutto esaurito e un’aspettativa alle stelle le Officine Marconi hanno prestato il proprio spazio per quest’ultima opera firmata Romeo Castellucci e ospitata dal Romaeuropa Festival. L’aspettativa per i lavori dell’artista romagnolo negli anni è cresciuta implacabilmente, nel 2008 ha diretto Il Festival di Avignone e la trilogia sulla Divina Commedia, in questi giorni proiettata a Villa Medici anche lì con il tutto esaurito, è stata definita da Le Monde come una tra le dieci produzioni culturali più importanti dell’ultimo decennio. La fama, soprattutto quando è internazionale, tra poco inizierà anche un suo laboratorio alla Biennale di Venezia insieme ad altri grandi come Rodrigo Garcia (vai all’articolo), non può far altro che creare una lunga onda di influenza e trasformare l’artista d’avanguardia, il distruttore delle scuole e dei “padri”, in un padre lui stesso.

Ebbene è possibile che Castellucci, forse anche inconsciamente e in parte, si serva di questa performance per scacciare il naturale compiersi del suo destino d’artista? Ovvero il destino di diventare definitivamente un padre-maestro?

Non lo sappiamo, e forse anche lui, come qualunque altro artista, non ce lo svelerebbe. Torniamo allora a quello che si vede nella scena iperrealistica costruita dalla Socìetas negli spazi delle Officine Marconi per questo Sul concetto di volto nel figlio di Dio. Forse avrei dovuto dire: torniamo a quello che si “sente”. Dato che la soglia di mimèsi a cui approda Castellucci non è solo visiva, ma come vedremo anche olfattiva. Comunque quello che si vede è uno di quei perfetti saloni arredati con il tipico minimalismo del design contemporaneo, sembra di avere davanti una delle aree più alla moda di Ikea, il bianco domina neanche fosse il presagio di un’ospedalizzazione imminente e consolatoria.

 
Foto di Piero Tauro

Un vecchio uomo è assorto davanti al suo maxischermo casalingo, in testa le cuffie che non riescono a trattenere l’alto volume, ha un accappatoio ed è impassibile sul divano bianchissimo. Dopo qualche attimo entra in scena (“entra in scena”: notate bene come il naturalismo inevitabilmente rischia di portare con sé la sua “ammuffita” struttura linguistica) il figlio del vecchio che si siede al tavolino del soggiorno per dare un’occhiata alle medicine del padre. Dietro il silente quadretto familiare, lontano dallo stereotipo della famiglia allargata (non ci sono mogli o nipoti ad alleviare la sofferenza dei due), campeggia l’enorme proiezione del volto di Cristo di Antonello da Messina. Il calvario comincia senza mezzi termini quando l’uomo fa per uscire di casa e saluta il padre, ma questi lo trattiene a sé con una dissenteria irrefrenabile. L’uomo non fa in tempo a ripulire il vecchio che il liquido marrone nuovamente gli bagna i piedi ed è qui che il ragionamento di Castellucci sul realismo e sulla sua immediata disillusione viene portato alle estreme conseguenze, sul pubblico infatti inizia a spandersi un odore acre neanche avessero aperto decine di latrine sporche. E tra sguardi esterrefatti, nasi coperti e il rischio di un rimescolamento di budella, anche dei sorrisini compaiono sui volti del pubblico dalle grandi aspettative.

Ma è proprio in questo atto crudele (non alla maniera di Artaud, ma più vicino agli estremismi di Antoine) e nel proseguo drammaturgico che la performance abbandona il terreno del realismo fine a sé stesso per divenire quasi un antirealismo che punta al gioco dadaista e al gesto metafisico. Dopo l’ennesimo pannolone sostituito, il vecchio viene fatto adagiare sul proprio letto, la scena naturalistica è ironicamente e definitivamente implosa grazie all’entrata ammiccante proprio di Castellucci che rovescia mezza tanica di putrido liquame sull’anziano padre. Senza pietà il vecchio  viene cosparso di merda, questo didascalismo suggellerà anche il finale della performance quando padre e figlio lasceranno la scena e il volto di Cristo verrà sfregiato dall’interno per ferirsi di quello stesso liquido e lasciare il posto alla mastodontica scritta “You are not my shepherd”, “Non sei il mio pastore” . E’ pur vero che il lavoro visto fa parte di un progetto più ampio che vedremo in futuro con il titolo di J., è vero anche che come sempre Castellucci non si nasconde e bisogna riconoscergli il merito di coltivare un’idea sino in fondo, fino a far rivivere olfattivamente lo schifo che si agita mentre una vita non è più, e noi, spalleggiati dalla scienza, mentiamo ricreandola con un simulacro posticcio che in definitiva è un corpo svuotato le cui membra sono abitate da soli liquidi malati; ma il rischio di muoversi sul filo della superficialità, il rischio di lanciare un interrogativo e dargli una risposta troppo frettolosamente chiudendo il pensiero in azioni fin da subito intellegibili, è dietro l’angolo, anche per i maestri.

Andrea Pocosgnich

Visto l’8 ottobre 2010
Officine Marconi – Romaeuropa Festival 2010
Roma

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Leggi l’intervista al direttore Fabrizio Grifasi

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Prossime date:

Dal 24 al 28 Gennaio 2012
Teatro Franco Parenti [stagione 2011/2012] Milano

Leggi Castellucci a Milano – cronaca di un equivoco culturale

17 e 18 Febbraio 2012
ERT, Teatro Testoni [cartellone] Casalecchio di Reno

SUL CONCETTO DI VOLTO NEL FIGLIO DI DIO. Vol II
Ideazione e regia Romeo Castellucci
Musica originale Scott Gibbons
Con Dario Boldrini, Silvia Costa, Gianni Plazzi, Vito Matera, Sergio Scarlatella, Silvano Voltolina
Collaborazione all’allestimento Giacomo Strada
Realizzazione oggetti Istvan Zimmermann e Giovanna Amoroso
Tecnica delle luci Giacomo Gorini
Tecnica del suono Matteo Braglia
Direzione di produzione Cosetta Nicolini
Organizzazione Gilda Biasini, Benedetta Briglia, Cosetta Nicolini
Assistenza organizzativa Valentina Bertolino
Amministrazione: Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci
Consulenza e Progettazione: Massimiliano Coli
Durata 50 min. circa
La produzione del Progetto J è sostenuta da Theater der Welt 2010; deSingel international arts campus / Antwerp; Théâtre Nationale de Bretagne / Rennes; The National Theatre / Oslo Norway; Barbican London and SPILL Festival of Performance; Chekhov International Theatre Festival / Moscow; Holland Festival / Amsterdam; GREC 2011 Festival de Barcelona; Festival d’Avignon; International Theatre Festival DIALOG Wroclav / Poland ; BITEF (Belgrade International Theatre Festival) spielzeit’europa I Berliner Festspiele; Théâtre de la Ville–Paris; Romaeuropa Festival; Theatre festival SPIELART München (Spielmotor München e.V.) Le-Maillon, Théâtre de Strasbourg / Scène Européenne; Peak Performances @ Montclair State (NJ) Socìetas Raffaello Sanzio;
In collaborazione con Centrale Fies / Dro
L’attività generale della Socìetas Raffaello Sanzio è sostenuta dalle seguenti istituzioni italiane: Ministero per i Beni e le Attività Culturali,Regione Emilia Romagna, Comune di Cesena
Photo credits On the Concept of the Face, regarding the Son of God. Vol. I By Romeo Castellucci Theater Der Welt, 15-16-17 July 2010 © KLAUS LEFEBVRE
Realizzato da Romaeuropa Festival 2010
In collaborazione con Officine Marconi

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10 COMMENTS

  1. Una vergogna. Offende la sensibilità dei Cristiani e, prima ancora, la dignità dell’essere umano.
    Quando si è a corto di idee…vanno bene anche le provocazioni grezze?

  2. E’ uno scandalo. Oramai il concetto di rispetto verso la religione è diventato qualcosa di vagamente aleatorio; soprattutto se la religione è quella cattolica …

  3. A quanti snobisticamente si indigneranno per le critiche e LO scandalo oggettivamente provocato, chiediamo DI riflettere su come reagirebbero se fossero offesi i loro genitori. Ne abbiamo le tasche piene di questi “artisti” ammanicati con il potere che sanno bene sfruttare le mode.

    • Proviamo a ribaltare il concetto di blasfemia e cerchiamo di leggere nel profondo

      Cerco di rispondere a tutti e tre, anche perché intuisco che con l’avvicinarsi del debutto a Milano (24 – 28 gennaio Franco Parenti) il dibattito si farà concitato.

      Però che sia un dibattito su qualcosa che si è visto. Dunque vi chiedo Fabrizio, Andrea e Marco: avete visto lo spettacolo? Altrimenti rischiamo un dialogo tra sordi. Anche perché ormai nel caso di questo spettacolo la “letteratura” intorno alla polemica sembra diventare maggiore rispetto alla discussione sul fatto artistico. Purtroppo, come nel gioco del telefono quando l’informazione passa da orecchio a orecchio alla fine perde di valore fino a diventare un suono incomprensibile. Vedete, come tutti gli spettacoli di Romeo Castellucci anche qui siamo di fronte a una complessità stratificata e multiforme, se la appiattiamo sulla polemica riguardante un’ipotetica offesa a Cristo e al cattolicesimo banalizziamo il discorso e litighiamo per nulla.

      Certo in scena c’è un volto immenso sia per la maestosità iconografica che per la dimensione ontologica e spirituale che esprime, ma allo stesso tempo prima che la tela venga strappata dall’interno – con un’azione che a ragione può essere letta come un grido, un urlo al Padre, un’invocazione (e dunque io la leggo come una preghiera) – vi è un vero e proprio inno all’amore di un figlio verso il padre ammalato. Un amore viscerale fa sì che quest’uomo accudisca il padre così come anni prima aveva fatto con lui. Non importa che debba pulire e tamponare le sue perdite (sull’odore di feci che si spande per la platea possiamo poi parlare per ore..) lui in quel momento è lì. Ecco questo lo vedo come un atto di pietas pienamente cristiano. Non è una blasfemia è un dialogo con Dio, è un atto d’amore dal quale scaturisce l’interrogarsi – certo feroce – nei confronti di quel mistero della fede che non può vederci come uomini impassibili. Se la ragione e la scienza falliscono l’arte non può aiutare l’uomo a indagare o ad avvicinarsi a quel mistero?

      Per arricchire la discussione vi segnalo inoltre il pezzo di Simone Nebbia sui fatti parigini: Atlante VI – Messa religiosa o messa in scena?

      saluti

      Andrea Pocosgnich

  4. Si vabè complimenti,con la solita finta filosofia e psicologia che si usa ormai sempre per giustificare gli abominii prodotti dall’ “arte” contemporanea sei arrivato a dire che gettare merda sul volto di Gesù con tanto di scritta non sei il mio pastore sia una preghiera e ricerca di dialogo con dio e gettare le stesse feci sul padre sia un atto d’amore!Grazie a queste vostre cazzate avete distrutto l’arte demolendo la bellezza cercando di ribaltare tutti i concetti di bello,di sensato,e il risultato è proprio di merda,da questo spettacolo passando per la merda (sempre lei) imbottigliata fino al grande capovaloro,un pisciatoio (tanto per rimanere in tema) al contrario!

    • Perdonami Francesco, ma mi sembra tu stia utilizzando gli stessi modi che in questo momento impazzano nei commenti su Facebook: l’invettiva in sostistuzione della critica. Dato che io prima nella recensione e poi nel commento ho cercato di motivare il valore dell’opera dovresti confutare quegli argomenti. Le tue motivazioni sono le legittime, ma non alimentano il dibattito, sembra vogliano solo chiuderlo. Dovresti spiegarci perché non è un’opera d’arte. Solo perché in scena viene utilizzato un “trucco” teatrale che rimanda olfattivamente e visivamente agli escrementi? Mi sembra un po’ poco. Perché poi un rapporto così stretto e pieno d’affetto tra un padre morente e suo figlio che lo accudisce non dovrebbe essere una forma d’arte?

  5. Scusate se mi intrometto. Da redattore di questo giornale ma soprattutto da spettatore di questa e di tanta altra arte mi sembra proprio che sia, Francesco, il tuo tono aggressivo a rappresentare un grosso pericolo per qualsiasi operazione artistica. Soprattutto quando anche a me sembra che tu non abbia assolutamente visto lo spettacolo. Parli di una scritta “tu non sei il mio pastore”, quando la scritta che compare attraverso il volto alla fine recita “you are my shepherd”, “tu SEI il mio pastore”. Vedere per credere: http://www.festival-avignon.com/en/Archive/Spectacle/2011/3253 (l’ultima foto dello slideshow). Quindi ripongo la stessa domanda, alla quale non hai risposto direttamente, ma cui i dettagli espressi (con un tono degradato) nel tuo commento sembrano offrire esito negativo: Hai visto lo spettacolo in questione?

  6. Se posso dire una cosa in difesa di questo spettacolo: bisogna valutare una storia nel suo insieme, capire che non necessariamente un gesto è blasfemo. Troppe volte in Italia gli estremisti cattolici hanno estrapolato un concetto solo da una scena precisa o da qualcosa che avevano sentito dire (la canzone “Dio è morto” dei Nomadi è un esempio chiave), per cui mi chiedo se non usino due pesi e due misure nelle loro condanne. Se venissero a sapere, senza averla vista, di una scena in cui un ufficiale fascista è davanti all’altare a pregare Dio prima di uccidere centinaia di persone, non si sentirebbero offesi, probabilmente, dal fatto che si svolga in una chiesa!

  7. La canzone “Dio è morto” è di Francesco Guccini. E’ stata portata al successo dai Nomadi, solo perché all’epoca Guccini non era ancora cantautore.
    Scusate l’intrusione, ma da suo fan non potevo esimermi.
    Per quanto riguarda la faccenda dello spettacolo, come sempre il sentito dire è più comodo di pagare un biglietto, alzare le chiappe per vedere uno spettacolo e poi farsene un’idea propria. Io non l’ho visto e quindi non lo commento, ma odio questa presa di posizione sempre e comunque difensiva verso il credo e la chiesa in genere. Mi sembra che con l’impero che hanno e l’arroganza che usano nell’entrare nella vita pubblica, pur essendo uno STATO a se stante, non abbia bisogno di protettori che la difendano a spada tratta. Inoltre, per il discorso della sensibilità dei cattolici, se si pensa che questo spettacolo possa offendere qualcuno, si può semplicemenrte non andare a vederlo. Dire agli altri di non farlo, o organizzare delle preghiere di massa davanti ai teatri è un comportamento ridicolo o belligerante verso la libertà di espressione.

    La censura è sempre sbagliata.

  8. Un opera da scartare per diversi motivi: Primo offende la divinità, secondo non c’è la vera cultura, terzo fa provocare solo il ribrezzo e la nausea per il basso profilo umano. Un consiglio non fare mai più!!!

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