Mercuzio secondo Punzo. A Volterra il teatro non vuole morire

Mercuzio non vuole morire – Armando Punzo

C’era un tempo in cui il teatro era comunità, spirito di massa, termine plurale e collettivo. Attorno al fatto spettacolare resisteva un’aura magica, lo spettatore si installava nel cerchio di un rituale, prendeva parte a qualcosa di istantaneo e ciclico allo stesso tempo. Il teatro contemporaneo, quello che in queste pagine raccontiamo, sta vivendo un momento di bulimia, una voracità estetica, sperimentale ma soprattutto produttiva, ancora una volta figlia di un’emergenza. Il Festival VolterraTeatro fiorisce, rampicante, da ben 25 anni, attorno a un’emergenza, quella dell’alternativa. Il progetto con cui Armando Punzo, ministro di questo credo, tenta da sempre di aprire le porte della Casa di Reclusione alle logiche del teatro stabile (tutte da ripensare, come ben sappiamo) ha il sapore di un atto civico e civile.

Quest’anno lo spettacolo comincia al di qua del portone, con una delicata introduzione coreutica ad opera di tre bambini-musicisti. Una nenia che viene da lontano, una danza appena accennata, commentate dalla presenza straniante di un traghettatore, un uomo-scacchiera (vestiti e volto dipinti di quadri bianchi e neri) che tende alla musica un orecchio gigante. Poi il miraggio si dissolve e cominciano le fredde procedure per accedere al carcere. La struttura di questo Romeo e Giulietta (declinato sulla figura di Mercuzio, quasi una mascotte dell’edizione 2011) è tale e quale a quella di Hamlice: un’introduzione e una conclusione nel piazzale, separate da una visita al labirinto trasfigurato del carcere. Seminati per terra striscioni che hanno il tono dell’epitaffio (“Io sono l’ultimo poeta, ve ne siete accorti?”; “Io ho bisogno di dare vita a un sogno”); Punzo duella a fioretto sguainato con un detenuto dal trucco pesante che disegna un freddo, automatico sorriso. Forte è il contrasto con il sorriso arcaico dello stesso Punzo, che accompagna ogni stoccata, mentre piano piano il clangore delle spade si mescola a una musica solenne. Alle spalle dei duellanti si costruisce la scena, un patch-work di fondali ora bagnati dalle prime gocce di pioggia. C’è tempo per il passaggio sempre struggente della presenza e della voce di Maurizio Rippa, prima che il gregge del pubblico venga spinto dentro. Lì i frammenti deturpati della tragedia shakespeariana stanno in bocca ai detenuti, che li masticano in scene indipendenti, sparsi per stanze e corridoi. Ancora una volta l’avventura è perdersi in questa Babele di racconti e suggestioni. Si soffre tuttavia l’eccessiva affluenza e ci si sente sperduti, inchiodati in una fila che somiglia troppo a un’ora di punta; si fluisce lentamente per i corridoi, si assiste con animo curioso ma incerto alle scene degli attori detenuti, in attesa che la voce del loro alfiere richiami tutti all’ordine di una conclusione. La voce di Punzo risuona nella filodiffusione, con passione apre le porte a un delirio poetico che sui versi del Bardo innesta quella vena personale fatta di immagini dirompenti e grida di libertà.

Ancora una volta il senso sarà stato quello di una majakovskiana chiamata alle armi, un monito a considerare il peso della parola, la sua potenza incontrollata e troppo spesso incompresa. Mercuzio non vuole morire, ma Punzo recita con un coltello piantato tra le scapole, si confronta con un esercito di zombie dalle mani insanguinate, si aggira per un inferno privato, forse è già morto. In Hamlice il miscuglio di Shakespeare e Carroll dava vita a un siero dolceamaro che parlava di potere e perversione ed esplorava sentieri drammaturgici di enorme rilevanza; stavolta il respiro dell’operazione appare più breve, più tronco, quasi che lo sforzo di 25 anni di lotta cominci a tagliare il fiato.

Ma poi Punzo prende la parola e, con il fiato ancora corto dall’ultima fatica, si rivolge al pubblico. Al gracchiare del microfono difettoso preferisce il metallo della voce, per raccontare che questo non è che un “bozzetto vivente” di un’operazione più ampia, che mira a esplodere oltre i confini del carcere, investendo tutta la città, nell’ambito di un progetto che porterà alla produzione di una fiction proprio sulla Compagnia della Fortezza. La lotta continua, nonostante il budget irrisorio (3.500 euro per tutto lo spettacolo). “Grazie – conclude il direttore – abbiamo bisogno di voi. Abbiamo bisogno di un teatro”. E per adesso c’è ancora, arroccato sulla cima di questa storica città, un cerchio magico dentro il quale quel teatro, in mancanza di un luogo fisico, si ricrea come spazio d’azione, d’incontro, in una parola di espressione. La Compagnia della Fortezza fa parte del contemporaneo, lo rappresenta e lo determina, vince premi nazionali. E ci si chiede se sia poi davvero possibile valutare la qualità solo estetica di un lavoro come questo, prescindendo dal contesto in cui è presentata. Se fosse possibile, sarebbe anche giusto?

Sergio Lo Gatto

ROMEO E GIULIETTA – Mercuzio non vuole morire
scene
Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni, Armando Punzo
costumi Emanuela Dall’Aglio
assistente ai costumi Silvia Bertoni
assistenti alla regia Laura Cleri, Stefano Cenci
movimenti Pascale Piscina
video Lavinia Baroni
musiche Andrea Salvadori
collaborazione artistica Elena Turchi, Alice Toccacieli, Carolina Truzzi
collaborazione al progetto Luisa Raimondi
foto Stefano Vaja
assistente agli allestimenti Yuri Punzo
assistenti volontarie Marta Panciera, Maria Clara Restivo, Daniela Mangiacavallo, Adriana Follieri
organizzazione generale Cinzia de Felice
coordinamento Domenico Netti
amministrazione Isabella Brogi
collaborazione organizzativa Jacopo Angiolini, Josella Calantropo
collaborazione amministrativa Giulia Bigazzi
direzione tecnica Carlo Gattai, Fabio Giommarelli
disegno luci Andrea Berselli
suono Alessio Lombardi

con i detenuti attori della Compagnia della Fortezza: Aniello Arena, Salvatore Arena, Antonio Arrigo, Placido Calogero, Pierangelo Cavalleri, Dorjan Cenka, Domenico D’Andrea, Rosario D’Agostino, Mario D’Urso, Pietro De Lisa, Vittorio De Vincenzi, Bruno Di Giacomo, Rosario Di Giacomo, Abderrahim El Boustani, Francesco Felici, Alban Filipi, Martin Lazri, Francesco Manno, Gianluca Matera, Massimiliano Mazzoni, Giovanni Moliterno, Raffaele Nolis, Andrea Pezzoni, Nikolin Pishkashi, Gennaro Rapprese, Rosario Saiello, Vitali Skripeliov, Jamel Soltani, Roberto Spagnuolo, Massimo Terracciano, Domenico Tudisco, David Tuttolomondo, Alessandro Ventriglia, Qin Hai Weng

Leggi l’articolo di presentazione di VolterraTeatro 2011

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