Inequilibrio giorno meno due: e il naufragar m’è dolce, in Una tazza di mare in tempesta

Una tazza di mare in tempesta – di Roberto Abbiati

Scusate, potreste allontanarvi tutti un po’ dallo schermo? No, perché insomma…questi son fatti privati, questa è una dichiarazione d’amore che mi vergogno a fare davanti a tutti…tu no, tu, quella ragazza che avevo di fianco, gli occhi chiusi e la testa reclinata indietro, poggiata al legno corroso della stiva del Pequod, all’orecchio di Ismaele, dentro il mare di Moby Dick, a te devo dire che mi sono innamorato, di te che eri innamorata, rapita, caduta nella rete della meraviglia, annegati gli occhi e il cuore dentro Una tazza di mare in tempesta, che ci si salva senza saper nuotare, a meno che non si tratti di volerci morire, volerci affogare, dentro una tazza di teatro d’una tempesta d’emozione. Ascoltami ragazza, io dovevo scrivere un diario sull’intera giornata oggi, la seconda di Ineqeuilibrio.10 dove ci saranno i Manichini che da tanto voglio vedere di Teatropersona, il Delitto e Castigo che è il marchio di Malasemenza, i Sacchi di Sabbia e il Don Giovanni bellissimo, dovevo vedere tra poco uno spettacolo su Don Milani di EmmeA Teatro che salterò, non lo vedrò perché sono corso qui a dirti quest’amore, non ho intenzione di dire altro, non ho intenzione di vedere un altro spettacolo così presto, per la strada appena usciti affrettavo il passo, dovevo correre a parlarti e sì, lo so che ti avevo di fianco, ma le parole che conosco sono tutte qui, battono su questi tasti, muoiono in questa penna che mi inchiostra le mani, rivivono negli occhi di te che le leggerai. Vedi ragazza, non so il tuo nome, o forse lo so ma non mi interessa dirlo, ché dirlo varrebbe di un diverso tipo d’amore, non è al vento che devo gridarlo, ma sommesso dirlo a te soltanto: ti ho guardato guardare, ti ho vissuto vivere, ti ho tenuto nel cuore per quei pochi minuti di un canto solitario e muto che è stato avere attorno ad una scatola di legno Roberto Abbiatie il suo racconto minuto, sussurrato, che non posso dire altre parole e non varrebbero l’incanto, ti ho visto seguirlo attorno alla scatola, attorno alla luce che penetrava quell’incauta apparizione, senza che te ne potessi liberare ti ho seguita nel naufragio e mai naufragare fu più dolce che nella poesia e nello sguardo che va oltre, mi disse il mio poeta affannato, ti ho abitato mentre una deriva ti prendeva le guance e avresti voluto piangere lacrime di quel sale marino attorno al legno, tenerti a quelle vele fatte con un panno e tre stampelle, aggrapparti fuori rotta a quella pipa con gli stecchini fatta barca, asciugare l’acqua che bucava le pareti, ricostruire la pelle di uno scheletro ferroso di balena, riannodare la corda che perde per sempre nel fondo di quel mare.

Delitto e Castigo – di Silvia Garbuggino e Gaetano Ventriglia

Ti ho amato per un momento, pochi minuti che valgono il resto della vita, ti ho amato mentre amavo il teatro e nuovamente quell’epifania che mi costringe ad amare anche se volevo fare altro, se innamorarmi non era previsto nella mia giornata, anche se fuori saremo diversi, fuori c’è il mondo che non accade mai come qui, che non dice mai quel che io ti dico nelle parole che ti saranno straniere e familiari insieme, quelle che non dovrei dire perché non erano che in quel silenzio con cui ti ho vissuto e intimamente guardato un istante dopo, quel silenzio che ti fa scoprire di avere un manto nuovo e principesco sulle spalle, gli occhi miei su di te e i tuoi che mi guardano incoscienti di tutto quel che non ti dirò mai, perché il tempo e la meraviglia non hanno legami, lei esiste dove lui difetta, l’anima del corpo non ha mai saputo che farsene, l’ombra vive la sua solitudine e non si cura, dell’invidia della luce, ragazza mia, il peccato di non esistere appartiene solo all’esistenza, il battito di quel che accade, di quel che nel teatro m’innamora, sono i tuoi occhi che s’annegano e si perdono, in una tazza di quel mare.

Simone Nebbia

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