Il teatro di strada di Andrea Cosentino: il vuoto visto da un trapezista

telemomoIo sono abbastanza convinto che in questa cosa che sto facendo per strada ci sia un grumo di senso insieme sociale e artistico e politico forte, che il nostro teatro da teatranti non riesce più ad affrontare”. Questa, lo avverto, è un’affermazione rubata. E se cerco onestà sopra il palco la prima deve essere la mia. Ho rubato per bisogno, come sempre accade, bisogno che venisse dalla sua voce viva quel che un poco avrei tentato di dire. Come se questo concedesse più autorità all’indicibile, più penetrazione all’affermare. Ebbro di parole non mie, vissute tramite un sms da me stimolato, me ne torno al ricordo di uno dei più importanti eventi artistici di questa stagione, di cui queste righe avranno intenzione di parlare: può capitare, passeggiando nelle strade sotterranee del metrò, che un artista di ben nota immaturità (!) se ne stia per un angolo nascosto, con uno schermo tv color attorno al viso, a violentare una percezione, stimolare il vagabondaggio inerte nella stazione dei treni, nei punti appunto di passaggio, quelli che chiamiamo assenza, che mettono in relazione due luoghi – di partenza e di arrivo – ma senza supporre che, nel mezzo, altro possa accadere; Andrea Cosentino, autore di straordinari spettacoli e dell’ignaro sms che gli ho sottratto, a promozione di uno sponsor che è il Consorzio per la tutela del provolone della Valpadana, passerà e sta passando (fino a domani venerdì 28…) un’ora buona, dalle 17,30 alle 18,30, nei crocicchi interni alla stazione Ostiense, a Roma, dove la sua Telemomò assume il carattere per cui è nata: interagire con gli umori, legare insieme la sensazione di chi trasmette e quella di chi riceve, affondando nel pensiero che ci sia ancora questa opportunità, non negandosi mai il coraggio di provarci, di mettere in discussione le proprie conquiste umane e artistiche per consegnarle alla nuova avventura del rapporto destrutturato; è proprio qui che Cosentino sta vincendo questa partita, e mi spinge a scriverne laddove nemmeno richiesto dall’evento (e per me forse più avvenimento di altri…): la sua forza è nella ricerca dello zero per tutti, il suo di performer e quello di chi soltanto carpisce, passando, non più di qualche frammento; il loro chinarsi, sorridere, a volte svegliarsi e fermarsi un po’ con lui, è la misura di una frontiera da indagare, cui molti artisti dovranno, in questo periodo di enorme penuria culturale, ricominciare a fornire ascolto, sconfiggere la propria vocazione a volte non più che istrionesca e autoreferenziale e cercare di andare verso – moto per luogo – dimenticare il teatro da teatranti che vive la dimensione della quarta parete come esclusiva, inessenziale al desiderio falso di socialità della cultura, illusorio tramite che salva il pubblico da una coscienza e gli artisti dalla discutibilità, e ritornare alla dimensione vertiginosa, incontrollabile, di definitiva incoscienza-coscienza del vuoto da trapezista kamikaze, quell’incontro che non sappiamo più – senza alcun controllo dei valori e con abusata prosopopea – chiamare teatro. Sarà che per la fantomatica destrutturazione di concetto e linguaggi, quella cosa lì che chiamiamo ricerca, ci sarà bisogno, per prima cosa, di destrutturare gli artisti.

Simone Nebbia

Comments
  • Dario Aggioli 1 giugno 2010 at 16:57

    telemomò
    è su
    http://www.telemomo.wordpress.com

    e ogni martedì c’è una puntata nuova!

  • Simone Nebbia 1 giugno 2010 at 17:34

    Oh grazie Dario…e sul sito di telemomò c’è anche la sezione per il nobel a Cosentino. A presto per i dettagli… ;D

  • Chiara Fallavollita 3 giugno 2010 at 18:43

    io son per il nobel a cosentino.
    vale come una decina di voti della giuria… composta da 11 persone… eh eh …
    genio vero.
    e questo articolo, simone, è esponenzialmente favoloso. e vero.

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