L’esperienza come prima creazione: postilla sui Muta Imago

foto di Laura Arlotti
foto di Laura Arlotti

È per un impudente senso della necessità che certe volte non ne possiamo fare a meno, nasce quando ci sembra che tutto sia finalmente chiaro, che si tratti del percorso di un creatore – perché artista non ci piace – o si tratti della nostra vita, poco importa: la sensazione è questa di avere in mano una soluzione, l’onda che dal gesto dell’arte riesca a raggiungere chi resta – sempre attento – all’ascolto. Ecco perché oggi voglio parlare e dire, voglio perché non posso non farlo. Questo il teatro, questa la straordinaria forza che il teatro contiene, la sua sinonimia con la verità, con il gesto ritratto nell’esperienza di chi lo compie, che appaia chi lo accoglie: soltanto immagine, mi dice il senso che traggo dal loro nome: Muta Imago, in cui la parola non entra, o non entra in senso convenzionale, non entra a raccontarsi ma – forse sì – quando si tratta di raccontare, e insieme dunque, di dire.

Solo pochi giorni fa ho rivisto il loro Madeleine, lavoro presentato in anteprima a Romaeuropa in novembre, ora completo e spogliato di quello che – a sentire la regista Claudia Sorace parlarne – sembra una sorta di cartonato drammaturgico, quello che si usava nella pittura classica per la preparazione delle opere: ho sentito la sostanza di questo spettacolo fluttuare attorno e così, come non farlo, ho tentato di afferrarla, che non fosse soltanto l’apparenza di un cumulo di immagini: si tratta di quella sostanza dei sogni, la dimensione di chi c’è passato attraverso e ne ha ricondotto intatta la magia. Il loro obiettivo di analisi è ricercare un contatto con la fase onirica, non raccontare cosa succede nei percorsi del sonno, ma raccontare “i” percorsi, così Madeleine funziona perché è drammaturgia dell’inconscio, la sua scarsa compatibilità con la totale comprensione – di cui già allora scrissi (leggi la recensione pubblicata su TeatroTeatro.it) – m’accorgo oggi trattarsi del rapporto tra finzione e verità, perché siamo nella dimensione di una memoria che è nebulosa (nebbia è per tutto il palco durante lo spettacolo), inafferrabile, per questo fosca e di fitta trama: è la fase REM dello spettatore, la dimensione onirica dell’esistenza.

foto di Laura Arlotti
foto di Laura Arlotti

Tutto questo riesce ad avvenire perché il loro teatro accade, rintocca in scena e mantiene il rigore e la cura formale, l’eleganza estetica e il puntiglio che non travalicano mai la speculare presenza di attori e spettatori, di lancio e raccolta che è la completezza dell’arte: questo senso di immediata prossimità al reale, al vero, è perché Claudia Sorace e Riccardo Fazi si lasciano attraversare dal desiderio mentre sono loro ad attraversare il vuoto della scena: ecco, nell’accordo dello spazio e del tempo, il senso della creazione.

Così m’accorgo che la verità si misura nella sua capacità di intervenire, di essere assieme stimolo emotivo e del pensiero, ed è politico perché è allora che si impone l’atto di una riflessione, si impone il movimento, il mutamento di uno stato: di qui la forte impronta sulla caducità, sulla mutevolezza del sentire, sull’inaccessibilità offuscata dei sogni, quella ricerca del doppio, della propria ombra che lega me nella vita e nell’arte, così come credo accada loro, quella sonorità della luce che è respiro sudato, un risveglio improvviso di caldo umido in una notte ancora scura, la consolazione di essere tra simili, perché per raccontare, per dire, tra buio e luce, la verità è senz’altro nel buio.

Simone Nebbia

Leggi anche la recensione di Andrea Pocosgnich