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FESTEN IL GIOCO DELLA VERITÀ (Mulino di Amleto)

Questa recensione fa parte di Cordelia, marzo 2023

Vincitore del  premio della critica a Cannes ‘98, primo e iconico film del manifesto Dogma ‘95 (firmato da Thomas Vinterberg e Lars Von Trier), Festen segnò profondamente la nostra memoria di spettatori. Nel film di Vinterberg c’è un attimo in cui tutto crolla: Christian si fa coraggio e fa suonare il bicchiere per chiedere attenzione, dopo quel tintinnio niente sarà più lo stesso per la ricca famiglia danese. Accade anche a teatro, con l’adattamento (il primo in Italia) operato da Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi sulla sceneggiatura originale. Lorenzi, regista del Mulino di Amleto, crea due piani, uno interno al palcoscenico nel quale si muove la compagnia e un altro cinematografico, un velatino attraverso il quale possiamo vedere ciò che accade sul palco e sul quale allo stesso tempo viene proiettato il film. Una sorta di live cinema costruito grazie all’artigianato teatrale (a basso budget strizzando l’occhio proprio ai dettami di Dogma ‘95), gli stessi interpreti a turno si fanno operatori evidenziando così anche una simbologia drammaturgica: la ricca famiglia non può far altro che mettersi in mostra, come moderni mostri da social network vivono per quella telecamera, anche quando tutto crollerà, anche quando il protagonista rivelerà la storia di abusi sotterrata nell’infanzia. Probabilmente c’è ancora qualcosa da rivedere nel rodaggio attorale, in alcune scene di parossismo e isteria, o in certe scelte registiche, come i fuori palco o i momenti comici poco utili allo svolgimento. Ma è potente l’allestimento quando riesce ad equilibrare il portato teatrale con quello filmico: suggestivo e denso di attenzione proprio il momento del tintinnio, Christian (Elio D’Alessandro lavora su naturalezza e minimalismo) è in proscenio, oltre il velatino, e la camera inquadra i volti attoniti dei familiari. Quando lo spettacolo si avvita nella tragedia l’ensemble dà il meglio. negli occhi del padre (Danilo Nigrelli) al pubblico, “cosa avete da guardare”, come fosse uno sguardo in macchina e nella piccola e ferma voce della madre (esemplare Irene Ivaldi), nelle sue lacrime. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Teatro Sala Umberto: tratto dall’omonimo film danese diretto da Thomas Vinterberg, scritto da Mogens Rukov & BO Hr. Hansen versione italiana e adattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi con Danilo Nigrelli, Irene Ivaldi e (in o. a.) Yuri D’Agostino, Elio D’Alessandro, Roberta Lanave, Carolina Leporatti, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Angelo Tronca regia Marco Lorenzi. Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti in collaborazione con Il Mulino di Amleto

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Andrea Pocosgnich
Andrea Pocosgnichhttp://www.poxmediacult.com
Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

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