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Cordelia - le Recensioni

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IN CIMA ALLE FAVOLE (Teatro dei Venti)

Il teatro e le arti performative da anni ormai fanno un importante uso dello strumento dell’ascolto in cuffia e i festival che propongono esperienze di racconto delle città, di ascolti collettivi resi singolari dai dispositivi, di narrazioni sulla memoria delle comunità, si sono moltiplicati. Di certo le opere di drammaturgia sonora permettono di mettere in comunicazione, con immediatezza, chi racconta con l’ascoltatore o l'ascoltatrice e lo spazio circostante.  In questo senso il lavoro del Teatro dei Venti - gruppo modenese creatore di grandiosi e suggestivi spettacoli di piazza e di un festival sull'appennino che è un piccolo gioiello di relazioni -  è un tentativo interessante di mettere in relazione una precisa comunità con un territorio, un luogo deputato all’arte contemporanea e un festival (quello di Pergine). Siamo ad Arte Sella, nella sede di Villa Strobele con il piccolo parco attorno e le sculture e installazioni; ci vengono consegnate le cuffie, possiamo muoverci nello spazio, tra un’opera e l’altra mentre ascoltiamo le voci di un gruppo di anziani e anziane delle Case di Riposo di Pergine Valsugana, Trento e Borgo Valsugana. Le voci, piene e fragili, antiche e sorridenti, raccontano favole e leggende di montagna, piccoli racconti che danno anche una spiegazione fantasiosa ad eventi e conformazioni paesaggistiche. Nell’opera ideata da Oxana Casolari e Cesare Trebeschi (tramite un laboratorio sul campo), con la collaborazione di Azzurra D’Agostino le favole si alternano a ricordi e riflessioni sulla montagna, “sono andata a piedi fino alla Cima 12, dalla quale si vedeva tutta la vallata” afferma una delle donne. Muoversi nello spazio di Arte Sella con la montagna nelle orecchie, tra memoria (di com'era la montagna decenni fa) e fantasia, è un cortocircuito non solo intellettuale, è la scoperta infatti a guidare i nostri passi sull’erba che ospita opere piccole o mastodontiche ma sempre in comunicazione (almeno questo è il tentativo) con la natura. (Andrea Pocosgnich)

Visto ad Arte Sella, Villa Strobele.   Ideazione e laboratorio creativo Oxana Casolari e Cesare Trebeschi Con la collaborazione di Azzurra D’Agostino Con Casa di riposo di Pergine, Trento e Borgo Montaggio audio Francesco Cervellino Supervisione artistica Stefano Tè Una produzione Teatro dei Venti in coproduzione con Pergine Spettacolo Aperto, Centro Servizi Culturali S. Chiara, Arte Sella Con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Emilia-Romagna Foto Giulia Lenzi

VENERE VS ADONE (di Enzo Cosimi)

La costruzione del setting è perfetta: un fondale che sembra una tenda ferrata, attorno fari a vista per delimitare uno spazio continuamente attraversato, in alto quasi una volta di lucernari, funzionale e insieme decorativa: come un’attualizzata scena elisabettiana, tutto è a vista, ma nulla è lì per creare illusione, perché tutto è fantasticheria. È la chimera restituita dalle forze materiali della performance. Il nuovo lavoro di Enzo Cosimi, Venere vs Adone, ispirato ai testi di Shakespeare, Marlene Dumas e Andy Wharol (mescolati dal sapere di Maria Paola Zedda), ha debuttato in prima assoluta al Teatro Annibal Caro per Civitanova Danza 2024, festival organizzato da Amat Marche. È lavoro molto ben scandito in quattro capitoli che impaginano la visione: il percorso è lineare (dolore, seduzione, eccesso e congedo), ma la potenza dell’immaginario all’opera allaga le orecchie e le menti. L’avvio è un lungo sgolato lamento di Venere (Alice Raffaelli); a terra e di spalle, disteso su un fianco, pensoso forse dormiente, l’Adone di Leonardo Rosadini. Da sùbito inconciliabili: da un lato, l’impossibile amore della dea che alterna desiderio e assenza (già condizioni della perdita); dall’altro, il bellimbusto mortale che insegue il miraggio di un corpo potente e sprezzante («il culto muscolare, la caccia e la violenza umana»). La più vera risposta a tanta lacerazione è la conduzione all’eccesso di una tale incompatibilità. Fino all’esperienza della morte come spazio non del rifiuto e del cordoglio, ma del selvaggio ritrovato che finalmente incendia la casa (del Padre/Patriarca/Padrone) e libera forze indomabili. Una nuova «lingua abissale» prende corpo, «per sussurrare all’ignoto, per desiderarlo e violarlo ancora». In mezzo a tanta nuova invenzione, si accompagna benissimo lo straordinario recupero di tutta una attrezzeria scenica del passato (i costumi iconici di Daniela Dal Cin, la ruota di luci di tanti lavori di Cosimi): tutto sembra ancora di oggi. Il finale inatteso di una sposa insanguinata è sui Led Zeppelin, ed è imperdibile. (Stefano Tomassini)

Teatro Anibal Caro, Civitanova Danza. Fonti William Shakespeare, Marlene Dumas, Andy Warhol Regia, coreografia, scena, video Enzo Cosimi Drammaturgia Maria Paola Zedda, Enzo CosimiI nterpreti Alice Raffaelli, Leonardo Rosadini Disegno luci Giulia Belardi, Enzo Cosimi Costumi Alessandro Lai Realizzazione costumi Giuseppina Angotzi/Sartoria Il Costume Sculture Daniela Dal Cin Sound designer Enzo Cosimi Operatore video Roberto Gentile Organizzazione Pamela Parafioriti Produzione Compagnia Enzo Cosimi, MiC, in collaborazione con AMAT Residenze Centro di Produzione Orbita/Spellbound, ATCL, KOMM TANZ 2024 Compagnia Abbondanza/Bertoni in collaborazione con il Comune di Rovereto. RAM Residenze artistiche marchigiane finanziate dalla Regione Marche e dal MiC

TRITTICO ANTICORPI (Michele Scappa, Martina Gambardella, Pierandrea Rosato)

Serata Anticorpi a Bassano per Operaestate, con un trittico di nuove forze, in futuro tutte da monitorare: Michele Scappa, Martina Gambardella e Pierandrea Rosato. Tre assoli tutti danzati, tre diversi concept e tre diversi corpi in altrettanti differenti spazî. È la meraviglia dei festival estivi questa delocazione della performance, quasi sempre generativa di nuove impressioni. Scappa compone per Emanuel Santos un pezzo coreografico quasi tutto circolare, ispirato alle fotografie di viaggio di Ettore Sottsass, There is a planet, sul prato del chiostro del Museo Civico, con il pubblico seduto su tre lati (e non senza qualche volto alieno, che improvviso compare curioso, dietro una finestra). Santos è bravissimo nel catalizzare gli sguardi, nel costruire sotto i nostri occhi lo spazio, in un movimento anche vocale che evoca distanze sùbito presenti. Colpisce la mitezza con la quale indaga ed esplora, senza sottomissione. La location di Gambardella non poteva essere più intelligente e opportuna: ai piedi della tela di Leandro Bassano, Rinvenimento del corpo di San Giovanni Damasceno, in una sala del Museo. Qui Mute (che è un acuto studio sull’attesa del gesto ante il suo compimento) diventa un impressionante corpo a corpo con le figure composte della pittura circostante. Anche il cadavere del santo sembra cadere dalla tela per ritrovare in lei nuova voce. Una muta eloquenza che nel movimento straordinario e pieno di talento di Gambardella si traduce in una fitta dinamica di piani e volumi, che dànno forma più intima alle connessioni tattili del desiderio. Quella di Rosato è invece una sapiente scrittura scenica dello spazio, per il suo Infieri rilocato nella chiesa di San Bonaventura. La rinuncia a una immediata frontalità, dà corpo a entrate e uscite di ombre, in un sapiente gioco di sparizione e di luci, lungo l’articolazione dello spazio: ombre in cerca di nuova presenza. La mirabile qualità di movimento di Rosato completa una situazione cinetica che apre e chiude densità del vuoto, in una coreografia affermativa in termini espressivi, prima di scivolare via, senza voltarsi. (Stefano Tomassini)

Centro storico Bassano, Operaestate Festival. There is a Planet Idea Michele Scappa Performer Emanuel Santos Musica originale Francesco Giubasso Produzione Company Blu. Mute Coreografia e danza Martina Gambardella Musiche originali e sassofoni Giuseppe Giroffi Oggetti e batteria Stefano Costanzo Produzione Coded Uomo Sostenuto tramite residenza creativa da Associazione Sosta Palmizi. Infieri Di e con Pierandrea Rosato Luci Pierandrea Rosato Costumi Pierandrea Rosato Musica Nina Simone Produzione Sosta Palmizi Creazione per la serata Junge choreogrph*innen, Folkwang Universität der Künste

LE BAL DE PARIS (di Blanca Li)

Anche nell’edizione 2024 la programmazione di VIDEOCITTÀ ha concesso l’imbarazzo della scelta ad un pubblico sempre più numeroso ed entusiasta, attirato tanto dalla presenza di protagonist* delle sperimentazioni più audaci nel campo audiovisivo e delle new media arts, che da un sapiente programma di talk affidate a youtuber e podcaster di successo, o infine dalla trendissima line up dell’arena concertistica. Nessun altro festival della Capitale ha saputo infiltrarsi e risignificare il proprio luogo come VIDEOCITTÀ con l’area del Gazometro. Prova ne sia la costante adunata di passanti che, durante tutta la tre giorni, ne ha ammirato suoni e bagliori traguardando l’ex aria industriale dal Ponte della Scienza – soffermandosi come da anni ad ammirare il rituale sabba illuminotecnico che transustanzia la mole di vuoto e geometria del gasometro. Nel pantagruelico programma, ci siamo soffermati su Le Bal de Paris, di Blanca Li. Grazie a un supporto hardware ben più ricco della media delle VR experience (con un sistema di motion tracking sul corpo di ciascun* partecipante, utile a tracciarne i movimenti e a proiettarli nell’ambiente virtuale), 10 spettatori vengono catapultati in uno opulento mondo virtuale. Gli avatar attraversano un primo scenario in cui scegliere quale abito indossare tra una selezione haute couture della maison Chanel, partner dell’esperienza. Segue ingresso trionfale in una maestosa sala da ballo parigina, dove il banchiere Richard de la Rivière ha imbastito una festa in onore della figlia Adèle, appena tornata in città. Qui Adèle incontrerà Pierre, sua vecchia fiamma, e l’intreccio di coreografie e ricordi dei due avatar (impersonat* da due performer compresenti in sala) costituirà l’ossatura drammaturgica e la traccia che il pubblico seguirà attivamente, muovendosi tra scenari virtuali a perdita d’occhio inscritti in poco più di 100 mq di spazio fisico. Cosa resta del viaggio nell’immaginario patinato di una Parigi un po’ belle epoque, un po’ distopia post-umana del lusso? A parte un cerchio alla testa per l’eccessiva pesantezza dell’apparecchiatura, poco idonea a 40’ in movimento, a chi scrive restano l’ammirazione per l’alta manifattura softwaristica del lavoro, insieme al dubbio che il gesto virtualmente potente di scegliere l’habitus del proprio avatar non venga rinnegato dalla necessità di circoscrivere i corpi in una gloriosissima pantomima modaiola. Una fuga ad anello che non ci porta tanto lontani da dove siamo. (Andrea Zangari)

Visto a VIDEOCITTÀ Regia e sceneggiatura Blanca Li, produzine Film Addict (Etienne Li), Backlight, Fabrique d’Images, Actrio Studio, costumi Chanel, musica Tao Gutierrez, VFX Motion capture MocapLab-Paris, Elamedia studios-Madrid, VR supervisor Aymeric Favre, 3d supervisor Florian Lebordais, animation supervisor Sebastien Parent

ODISSEA CANCELLATA ( di Emilio Isgrò regia di Giorgio Sangati)

Per l’École du Regard il ruolo portante d’un romanzo era assegnato alle cose passate in rassegna dallo sguardo. Per l’urto visuale della cancellazione della scrittura cui fin dagli anni ‘60 ricorre la creatività sottrattiva di un poeta-autore come Emilio Isgrò si può rileggere l’Odissea eliminandone l’epos, il mito e l’anacronistico suono, ricorrendo a un’odierna narrazione, magari a una parodia. Ecco perché un’opera del 2003 di Isgrò, Odissea cancellata, ha debuttato ora con regia di Giorgio Sangati, aprendo il 13 giugno il Pompei Theatrum Mundi, progetto del Teatro di Napoli diretto da Roberto Andò e del Parco Archeologico di Pompei, col pubblico assiepato soprattutto sul palco di fronte alle gradinate su cui s’imprimeva un’installazione luminosa di antichi versi del X libro di Omero che man mano venivano spenti e depennati, mentre Isgrò in posizione di direttore d’orchestra seguiva dal basso la performance del suo testo. In tema con l’otre dei venti offertogli da Eolo, l’Ulisse di Luciano Roman è qui un senzatetto poco incline al memoir del suo nomadismo, mentre riceve le visite di sei coreutici nani inquisitori, non potendo sfuggire alle apparizioni spettrali di alcune figure mediterranee sue interlocutrici ormai prive di pudore. Gli spostamenti epocali della drammaturgia in versi di Isgrò non salvano nessuno. L’Odisseo nega qualsiasi inclinazione alla guerra, ma sostiene che gli Ellenici rappresentano purtroppo la Vecchia Europa, e chiama pure in causa la Cnn, e ammette un suo cuore pedofilo per la maga bambina Circe. Penelope lo irride per la sua adolescenziale scarsa virilità. Nausica si diverte invece a testimoniare d’averlo sverginato - nel gesto della Monica Lewinsky. Polifemo si degrada ammettendo d’essergli apparso come un bambino scemo. Certe revisioni post-omeriche di Isgrò fanno talora pensare all’astio contemporaneo di Sarah Kane: Ulisse dice che Agamennone e Menelao erano in preda a un’ansia petrolifera. Rilevante il disegno luci di Luigi Biondi. (Rodolfo di Giammarco)

Visto a Pompei Theatrum Mundi. Di Emilio Isgrò regia di Giorgio Sangati, con Luciano Roman (Ulisse) e Clara Bocchino (Coro/Corista), Francesca Cercola (Coro/Nausica), Eleonora Fardella (Coro/Circe), Francesca Fedeli (Coro/Penelope), Giua Luigi Montagnaro (Coro/Polifemo), Antonio Turco (Coro/Proemio),  con la partecipazione dell’artista-autore Emilio Isgrò nel ruolo di Omero, installazione scenica di Emilio Isgrò, costumi di Eleonora Rossi, disegno luci di Luigi Biondi, musiche di Giovanni Frison

TEMPO SOSPESO (Adriana Borriello e Thierry De Mey)

Il dispositivo scenico, visivo, sonoro e coreografico è davvero imponente. Una macchina/ambiente capace di far accadere un intero mondo: fatto di oggetti, di suoni, di corpi. È una installazione lunga 20 metri e più, dal titolo Dream Catcher, ideata da Thierry De Mey (realizzata a suo tempo in collaborazione con ShSh Architecture + Scenography e Charleroi Danse), ma che la pandemia aveva troppo velocemente affondato. Adriana Borriello la riporta ora in vita potenziandone le funzioni, con una forte intuizione e anche senso della magia, puntando dritta a tutta la sua latente performatività. Nella sala B del Teatro India, il Festival Fuori Programma ha accolto il debutto di questo evento: una foresta di 1080 bambù di diversa misura, intonati e sapientemente appesi a una struttura dal tracciato proteiforme (durante il precipitare della performance se ne sono sganciati solo un paio), in una lunghezza che allarga lo sguardo, e attraversati in più momenti da 6 performer (la stessa Borriello, con Erica Bravini, Michele Ermini, Michael Incarbone, Donatella Morrone, e Ilenia Romano). Il tutto, avvolto da un sound elettroacustico che raccoglie e trasforma da mille microfoni (sugli interpreti, sulla struttura, a terra, che è un pavimento di carta) le partiture preesistenti di Edoardo Maria Bellucci, «in un sistema di feedback che crea sinestesie continue tra visione e ascolto». Anche le luci, di Théo Longuemare, per niente invasive, sono utilmente al servizio della dimensione acustica e cinetica del dispositivo. L’eccessiva lunghezza (un’ora e mezza...), però, e forse l’inutilmente apicale presenza di Borriello in scena, fanno intuire (volendo) scelte e margini di limatura. L’avvio è lento, sempre rimandato, forse sospeso, ma poi con l’arrivo perentorio di Romano e Incarbone, che letteralmente si gettano nel fitto del bosco sonoro; e poi l’intelligente, concitata irrequietezza, piena di impeto e di intensità, di Bravini, allargano dentro e sotto e fuori il dispositivo la percezione della spazialità: il tempo sospeso del titolo è dunque proprio questa strategia di sparizione della temporalità della fine nell’apertura continua di improvvise e impreviste tonalità affettive del movimento. (Stefano Tomassini)

Visto al Teatro IndiaFuori Programma Concept e coreografia: Adriana Borriello Installazione e musica: Thierry De Mey Sistema di amplificazione del movimento: Edoardo Maria Bellucci danzato da e creato con: Adriana Borriello, Erica Bravini, Michele Ermini, Michael Incarbone, Donatella Morrone, Ilenia Romano Luci: Théo Longuemare Scenografia: Shizuka Hariu

SEMÂ (Cie Linga)

L’ultima volta di compagnie linga a Roma era il nel ‘21, sempre all’interno di Fuori Programma, manifestazione che è diventata un ponte imprescindibile tra la danza internazionale e la Capitale. Tre anni fa all’arena del Teatro India gli svizzeri portarono Flow, un lavoro che fondava la propria idea coreografica su elementi selvaggi della natura, stormi di uccelli, branchi di pesci… animali in grado di cambiare il proprio stato collettivo improvvisamente. In continuità con un più ampio progetto, che indaga “il movimento di gruppo e la consapevolezza collettiva dei gesti”, anche in questo nuovo Semâ è l’idea del collettivo a dominare, la forza sprigionata dai singoli all’interno di sistema complesso. Nei 70 minuti che fluidamente portano il pubblico verso il tramonto è il movimento circolare delle danze dei dervisci a influenzare il disegno coreutico: Semâ è il nome della danza dei dervisci rotanti, una pratica che ha come obiettivo anche quello della meditazione (l’etimologia della parola araba e persiana tiene insieme due verbi: ascoltare e fare), ma qui non ci sono bianche gonne che ipnoticamente ruotano all’infinito, qui ci sono corse circolari, stasi, soli, corpi che ricorrono la musica sempre presente, come se la ritmica percussiva dal vivo di Philippe Foch (che ha composto la musica insieme a Mathias Delplanque) rappresenti la struttura guida di questa suggestiva ragnatela di corpi. Eppure le danzatrici e i danzatori diretti dalla polacca Katarzyna Gdaniec e dall’italiano Marco Cantalupo non puntano alla perfezione stilistica, né tantomeno alla levigata unità, talvolta sono ruvidi o addirittura poco precisi in certe improvvisazioni (mirabilmente catturate dentro la rete di una struttura molto accurata) ma hanno una splendida comunicatività, con il pubblico e nelle relazioni interne, detonante, come i floorwork iniziali che esplodono in sorprendenti salti; o come nei cerchi in cui un performer sfida gli altri, ma non per una banale battaglia, per contagiare con il movimento, in una scossa che riverbera anche nel pubblico sistemato sui tre lati della pedana. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Teatro IndiaFuori ProgrammaIdea e coreografia: Katarzyna Gdaniec e Marco Cantalupo Musiche originali: Mathias Delplanque, Philippe Foch Con: Aude-Marie Bouchard, Csaba Varga, Cindy Villemin, Martin Angiuli, Lia Ujčič, András Engelmann, Bonni Bogya, Enzo Blond Luci: German Schwab Costumi: Geneviève Mathier

NEIGHBOURS PART l (Brigel Gjoka & Rauf “Rubberlegz” Yasit)

È la danza che vorremmo sempre meritare: sperimentale, silente, continua, inventiva, ibrida, continuamente scindibile e sapientissima. Nella rassegna estiva di danza che ha il titolo più bello, più politico, più urgente, oggi necessario e radicale: Please, Touch!, a Roma, per il Festival Fuori Programma, all’Arena del Teatro India, ho visto la prima parte del dittico Neighbours, creato e danzato da Rauf “RubberLegz” Yasit e Brigel Gjoka (sulle impronte di William Forsythe). Queste due così diverse creature, per 45 minuti, nel silenzio più suggestivo di una performance open air che si svolge su un palco tutto bianco, enorme, vuoto eppure tutto indispensabile, danzano una convincente idea di prossimità. Intorno resti di mura che isolano senza chiudere; sopra, un cielo che incombe sereno, mentre il gazometro si staglia sullo sfondo, senza sovrastare. Siamo nella città ma senza che la città irrompa coi suoi rumori e frastuoni: questa arena è davvero un luogo ideale per esortare nuove immaginazioni. Il duo, tutto linee spezzate e astratte in controcanto a più precise dinamiche morbide, fluide e istintive, è sì un partnering assiduo e insistente lungo tutto lo spazio che asseconda e accoglie, ma è anche un gioco trasformativo attraverso la percezione, la complicità, la permeabilità della volontà dell’altro. Ciò che riesce a questi due straordinarî interpreti è la misura concorde di una possibilità trasformativa. Quella dello stare insieme, dell’andare insieme, del coordinarsi insieme per fare fronte comune a ogni più piccola inflessione del movimento. E così, immediatamente reagendo, cambiare il mondo. Le braccia a volte suggeriscono onde, disegnano sfere, scalate immaginarie altrettanto interrogative che affermative. A volte le gambe battono tempi improvvisi, invitano a perentorie virate, conducono a distanze sempre sincronizzate, anche sfidando la gravità con improvvise verticali, o complicate torsioni a terra del busto. Ma soprattutto le mani hanno un ruolo complesso: il toccare è qui sempre libero, immediato, e generativo. Come la più vera amicizia, non esige consenso. (Stefano Tomassini)

Visto al Teatro IndiaFuori Programma Di e con: Brigel Gjoka & Rauf “RubberLegz” Yasit In collaborazione con: William Forsythe Produzione: Sadler’s Wells Co-produzione: PACT Zollverein Costumi e luci: Brigel Gjoka & Rauf “RubberLegz” Yasit Durata: 45′

MIA MAMMA FA IL NOTAIO (MA ANCHE IL RISOTTO) (di F. Capobianco)

Ma perché il teatro, perché la poesia, se il mondo va in pezzi, se la provincia è sempre così provincia, se persino la scienza passa per opinione, se si scappa sempre e sempre si resta? Da dove viene quest’idea assurda, prepotente, che le parole possano davvero cambiare il mondo? Non è una risposta, quella di Filippo Capobianco, ma un viaggio di poesia performativa vivace, puro, con le guance rosse. Mia mamma fa il notaio ma anche il risotto è lo spettacolo con cui Capobianco ha recentemente vinto il FringeMi, un anno dopo il titolo di campione mondiale di Poetry Slam, terzo italiano in pochi anni. Procedendo sul confine tra la slam, il monologo e la stand up, pur con passaggi un po’ forzati tipici dell’aggregazione tra materiali diversi, lo spettacolo disegna un’orbita compiuta, dall’infanzia all’età adulta, quel passaggio che può avvenire solo con l’incontro tra il bambino che siamo stati e il bambino che ci ha generato: il genitore che ha tentato di metterci sulla via giusta (ammesso ce ne sia una) e ha fallito perché ha tradito il bambino che era, ché ognuno la sua strada la deve trovare da sé. E quella strada poi misteriosamente ci riconduce sempre all’origine, al primo sentiero. Bisogna solo riconoscerlo, in mezzo alle angosce di una generazione diversa, appesantita dall’illusione di infinite possibilità, condannata a desiderare l’altrove e la casa, il mondo e il nido. Capobianco tiene il palco con generosità, spirito e freschezza, volentieri invade la platea, non indugia mai sul comico, ma usa la sua verve con naturalezza e una certa dolce amarezza. Forse le parole non basteranno mai a cambiare il mondo, ma sono ancora l’unica vera connessione possibile tra le nostre fragilità, ciò che ci rende umani. (Sabrina Fasanella)

Visto al Teatro IndiaDominio Pubblico Di e con Filippo Capobianco; Musiche e testi di Filippo Capobianco; Costumi e oggetti di scena di Martina Lauretta; Accompagnamento alla scrittura di Gerardo Innarella

THE DOOZIES (di Marta Dalla Via e Silvia Gribaudi)

«I thought of the wisdom of the Homeopaths», così Isadora Duncan nel 1907, in cerca di rimedio per un ultimo dolore d’amore. Subito trovato, nel pomeriggio: era bello, di buon portamento, biondo e perfettamente vestito. Così ha raccontato il ‘pragmatismo’ duncaniano contro il patriarcato, Franca Zagatti durante l’incontro Duncan, Duse: praticare l’impossibile (in compagnia di illustri studiose: Eugenia Casini Ropa, Rossella Battisti e Maria Pia Pagani), all’auditorium del Castello Pasquini per Inequilibrio 2024. Prodromo alla davvero sorprendente performance serale presso l’Anfiteatro Giuliano Scabia, di Marta Dalla Via e Silvia Gribaudi, dal titolo The Doozies: e si pronuncia Dùtsi, perché è la goffa storpiatura inglese del cognome della grande attrice italiana. La performance è a quelle biografie e a quei miti ispirata. Sullo sfondo vi sono senz’altro le precedenti infinite chiacchierate con le esperte qui convocate: sul pionierismo e sulle rivendicazioni culturali di Duncan e Duse contro le costrittive convenzioni sociali della loro epoca. Ma quel che ne segue è invece un pastiche per niente retrospettivo, molto ben scritto e anche integrato all’impronta. Se i toni iniziali sfiorano la parodia (i fantasmi di queste dive sono convocati in un effetto impossibile, ma divertente, di metempsicosi), i battibecchi, le baruffe sempre complici, la presa del palco (e della luce) per un difficile divismo, virano la relazione tra le bravissime performer e il disponibilissimo pubblico sull’immediata percezione della fallibilità dei corpi, sulla rivendicazione dell’oppressività di norme e regole, sulla difficoltà di visibilità e riconoscimento di ciò che non è conforme ancora nell’epoca in cui Galileo nasce prima di Cristoforo Colombo. Ed è certo giusto rivendicare nel programma la «meraviglia della stranezza», anche se poi in scena Marta Dalla Via dà una grande prova di duttilità attoriale, e di disponibilità performativa che sono misura di una forte intelligenza della presenza. Gribaudi di continuo sorprende: e recita, e scherza, sempre nei tempi esatti del suo sapere performativo, ma anche balla (e spacca) con una forza ed energia e bellezza del presente che proprio non ammette ricorsi. (Stefano Tomassini)

Visto al Castello Pasquini, Inequilibrio Festival 2024.di e con Marta Dalla Via e Silvia Gribaudi direzione tecnica Roberto di Fresco consulenza drammaturgia Diego Dalla Via consulenza coreografica Chiara Frigo costumi Sonia Marianni ricerca Materiale Eugenia Casini Ropa, Franca Zagatti, Maria Pia Pagani produzione di Associazione Culturale Zebra coproduzione di Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale, La Corte Ospitale con il sostegno di MiC - Ministero Italiano della Cultura Residenze artistiche Fondazione Armunia - Castello Pasquini in collaborazione con Progetto Duse2024 del Comune di Asolo - Museo Civico di Asolo – Teatro Duse | www.duse2024.it | Curatela performing arts Cristina Palumbo

MONUMENTUM DA (di Cristina Kristal Rizzo e Diana Anselmo)

È un silenzio che inonda le orecchie e la mente, quello in avvio di Monumentum DA, di e con Cristina Kristal Rizzo e Diana Anselmo, visto al festival Inequilibrio di Castiglioncello. Una figura di spalle con una improbabile parrucca attraversa lo spazio, ha un braccio steso in avanti: impugna un pomo di legno. Poi un cambio e posa al centro, la sfera di legno ora è accanto al corpo di Anselmo, ma per la pendenza del palco rotola a proscenio: ogni centro infatti si dissolve, ogni possibilità di controllo del rapporto tra contenuto e forma, tra parola e suono ruzzola via. Il progetto Monumentum di Rizzo, dopo le forme dell’assolo e del quartetto, si declina qui in un mirabile duo tutto però a favore di Diana Anselmo, della sua «singolarità», e della LIS come «lingua viva, corporea, umana, che non parla di margini ma di nuove forme». Quello che qui si prova a far saltare è la logica della sintassi fonocentrica (il monumento al predominio dell’ascolto) attraverso nuove politiche della comprensione, per una performance «accessibile a tutti»: udenti e sordi. Come? Ad esempio nella visualizzazione dei suoni, nella verbalizzazione dei gesti, nella citazione in comparazione dell’abuso ‘creativo’ della lingua dei segni in Nelken di Pina Bausch, o nella citazione muta da Drumming di Anne Teresa De Keersmaeker. Una striscia luminosa di sovratitoli intanto riflette sulla strategia della distrazione nella quale siamo tutt* catturat*: tra la lettura del testo che scorre in alto, e la muta eloquenza visivo-gestuale performata sul palco. La manualità di Anselmo è espansiva e orientata in termini espressivi. Il duo prende poi forma, anche in gentili asincrono, alla ricerca di una possibile concordanza nei corpi, sotto una sequela di «NO» sovrascritti, rivolti soprattutto a ogni tipo di manipolazione degli affetti. Poi DA si mette due auricolari acustici e non si ferma più, tra ricordi e nuove tracce, fino a dialogare seduta con Rizzo, e in presenza di una terza figura, interprete LIS: tutto affinché il silenzio diventi luogo di parola. (Stefano Tomassini)

Visto al Castello Pasquini, Inequilibrio Festival 2024. Di Cristina Kristal Rizzo e Diana Anselmo coreografia Cristina Kristal Rizzo performance Diana Anselmo e Cristina Kristal Rizzo testo a cura di Cristina Kristal Rizzo, Diana Anselmo e Laura Pante su scritture di Yvonne Rainer, John Cage, Simone Weil, Ilya Kaminsky e CKR accompagnamento teorico Laura Pante, Sergio Lo Gatto produzione Fuorimargine Centro di Produzione di danza e Arti Performative della Sardegna e TIR Danza con il sostegno di MilanOltre Festival e Oriente Occidente residenze artistiche PARC - Performing Arts Research Centre, Kilowatt, Armunia.

CHAMBER MUSIC (di Silvia Rampelli/Habillé d’eau)

Il suggestivo titolo fa pensare a un piano compositivo nel quale il ruolo di ognuna delle tre presenze è sempre individuale, quindi isolato, unico, fors’anche insolito. Non sono tre assoli, però, ma un piccolo ensemble che non necessita, se non a dosi contenute, di compresenza. Come in musica, vi è una segreta alternanza dei corpi/strumenti che mira alla costruzione dello spazio. L’ambientazione è già molto suggestiva: una sala con camino del Castello Pasquini a Castiglioncello. Di fronte al pubblico, una finestra aperta sul verde circostante, in una elegante cornice ambientale dal forte sapore preraffaellita. Un mood che consuona benissimo con le due figure in nero, e con quella nuda, che poi attraverseranno la performance. È Chamber Music, «esercizio concreto» di Silvia Rampelli (Habillé d’eau), ospitato da Inequilibrio 2024. Una figura a terra accoglie il pubblico (più numeroso del possibile, ed è un buon segno) come uno spettro senza peso in attesa del suo tempo: è Valerio Sirna che sembra creare una dislocazione e una parzialità della presenza affinché le ragioni del suo stare non siano compromesse da alcun ricatto di natura rappresentativa. Nulla sembra qui ripetere azioni comandate. Poi, una figura quasi senza volto, ma solo perché inondata dalla lunga nera chioma di Eleonora Ciocchini, prende spazio in un movimento anche nervoso e misterioso, indecifrabile (ma bellissimo) perché dettato da condizioni opache e provvisorie, come per sfuggire alla cattura di pareti e pavimento, insomma del contesto. La scena solo ospita queste epifanie, infatti, non le determina. Infine, quando il contrasto visivo nel quale siamo immersi si attenua, perché la finestra di fondo (e con essa la luce che si fa strada) viene chiusa, compare la figura nuda di Alessandra Cristiani in tutta la sua tensiva, anche straziata, inquieta fragilità (di continuo le mani versano e spalmano olio). Ciò che si fa effettivo in tanta stasi, in tanta resistenza al movimento ma senza mai rinunciare alle pretese del ritmo, io credo, sia la chimerica possibilità di una dissidenza possibile: l’ammutinamento della figura attraverso il sensibile. (Stefano Tomassini)

Visto al Castello Pasquini, Inequilibrio Festival 2024. Ideazione e regia Silvia Rampelli danza Alessandra Cristiani, Eleonora Chiocchini, Valerio Sirna luce Marco Guarrera accompagnamento Gianni Staropoli produzione Tir Danza sostegno alla Produzione Armunia/Festival Inequilibrio azienda Speciale Palaexpo - Mattatoio | Progetto Prender-si cura con il supporto di Vera Stasi/Progetti per la Scena azione per Buffalo 2022, Macro - Museo per l’Immaginazione Preventiva, Roma

SLEEPING BEAUTY (di C. Balucani, regia F. Arcuri)

Ci sono feste di benvenuto, ma questa è una festa d’addio: una giovane donna saluta l’età bambina, si fa largo tra i dolori non sopiti, mai risolti, l’ingombro della figura paterna, riemersa tramite incubi notturni, di cui non riesce a superare la violenza, fisica e psicologica, ricevuta in passato; poi la donna si moltiplica come un fiume con i suoi emissari in quatto diverse storie, simili, rievocate attraverso quella relazione da esorcizzare. C’è tutto questo in Sleeping beauty, testo di Carolina Balucani diretto da Fabrizio Arcuri alla Biennale Teatro di Venezia. I quattro attori (Vincenzo Crea, Andrea Palma, Dajana Roncione, Maria Roveran) indossano lo stesso abito, di un colore diverso ma che tutti dicono rosa, hanno una ferita forse vera o forse finta alla mano sinistra, come un residuo infantile, condividono la fragilità di una memoria infeconda e soverchiante, il bullismo, il body shaming, un manifesto e insostenibile outing, l’insicurezza che ha corrotto i passaggi verso l’età adulta di una bella tormentata nel bosco. La scena, che Arcuri disegna con la collaborazione decisiva e ispirata di Rosita Vallefuoco e Luca Brinchi, è un trionfo di luce, lo spazio sembra una discoteca paradisiaca – cui anche la musica di Giulio Ragno Favero dona identico fascino – in cui sfere prismatiche riflettono raggi in ogni direzione, dal fondo poi nascono getti di luce cubica che sembrano riversi sulla platea, superando gli attori in scena, forse una loro emanazione, tutto attorno sulle pareti è un firmamento di cielo notturno che arricchisce l’atmosfera di un carattere ancor più etereo. In questo ambiente, tuttavia, il testo di Balucani – vincitore di Biennale College Teatro per la Drammaturgia – non sembra mantenere una promessa di compattezza, le storie hanno una debolezza sia descrittiva che stilistica, perdendosi presto in un profluvio verboso che necessitava di una più severa opera di taglio soprattutto nella seconda parte, la recitazione raramente riesce a sostenere un carico emozionale che ha come obiettivo di esprimere la fragilità ma finisce per farsi esclusivamente lamentoso. (Simone Nebbia)

Visto al Teatro Arsenale, Biennale Teatro: Crediti: di Carolina Balucani; regia Fabrizio Arcuri; con Vincenzo Crea, Andrea Palma, Dajana Roncione, Maria Roveran; scene Rosita Vallefuoco; video Luca Brinchi; assistente alla regia e alle luci Luca Giacomini; consulenza musicale Giulio Ragno Favero; produzione La Biennale di Venezia, Cranpi, La Corte Ospitale

DARKNESS PIC-NIC (Dom)

Chi, anche dopo l’introduzione al buio del teatro in cui una filosofa e una psicologa si spendevano in una lunga conversazione su cosa sia l'atto sociale del Picnic, credeva che tutto sarebbe rimasto su un livello narrativo o concettuale si sbagliava. Le esperienze performative di Dom sono radicalmente realistiche: al termine del dialogo il pubblico è invitato a uscire dal teatro dal retro del palco, è una piccola effrazione allo stato abituale delle cose. Ci mettiamo in marcia e una volta arrivati al Parco di Tor Tre Teste raggiungiamo una piccola vallata con un prato arso dal caldo estivo, nel mezzo un perimetro di teli ricco di cibo e cuscini. E mentre il tempo passa, tra discorsi informali, torte salate, hummus, vino e altre prelibatezze appositamente preparate da uno chef, alcune persone si fanno spazio spostando le vivande e conquistando un microfono nel quale riverbererà una storia oscura. Filippo Gonnella, Chiara Aru, Sara Saccotelli, Carlotta Grassi, Violetta Cottini raccontano con grazia, sicurezza e intimità la sceneggiatura del film Picnic a Hanging Rock del 1975, di Peter Weir - che a sua volta riprendeva il romanzo dell’australiana Joan Lindsay. Siamo tra le adolescenti di un collegio, nel giorno di San Valentino del 1900 il gruppo di giovani esce per un picnic. Alcune di loro spariranno attratte da una misteriosa parete rocciosa, un’altra si suiciderà successivamente. Il gruppo di performer si dirige verso gli alberi, in lontananza, fino a scomparire nel buio che intanto comincia a mangiarsi il parco. Le seguiamo nell’oscurità senza incontrarle più, e il ritorno alle luci del quartiere, con le persone che ci guardano con curiosità è straniante. Ci fermiamo di fronte al teatro, qui Leonardo Delogu e Valerio Sirna raccontano l’epilogo; dalle porte che danno sul foyer esce un fumo denso, come quello del collegio andato a fuoco un anno dopo. Il resto della compagnia emerge dalla nube bianca, di fronte agli applausi di chi ha vissuto un’esperienza unica, tra la gioia dell’incontro collettivo e l’angoscia di un racconto di morte senza catarsi. (Andrea Pocosgnich)

Parco di Tor Tre Teste, Fuori Programma Festival. A cura di: DOM- Con: Filippo Gonnella, Chiara Aru, Sara Saccotelli, Carlotta Grassi, Violetta Cottini Produzione: Fuorimargine – Centro di produzione di danza e arti performative della Sardegna Co-produzione: 4realtrue2 – ETS

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