Cordelia - le Recensioni

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BAMBOO (NoFitState Circus)

Sul tappeto sistemato in piazza due performer sostengono altre due compagne che in piedi sulle loro spalle stringono tra le mani un paio di lunghe canne di bambù, il pubblico - di spettatori e spettatrici del festival, le famiglie con bambini e bambine, la cittadinanza curiosa -occupano almeno due lati dello spazio. Di fronte a me ci sono le montagne e il sole pomeridiano è ancora forte e luminoso. Proprio dal pubblico, alla mia sinistra arrivano gli altri due artisti, anche qui il corpo statuario di uno sorregge l'altra, ma in questo caso le canne di bamboo portate in cena sono numerose, e altre ne arriveranno perché lo spericolato spettacolo di questa ciurma britannica di circensi si basa su un concetto semplice quanto funzionale: usare il bamboo per creare altissime architetture sulle quali arrampicarsi e volteggiare. Ospitata da Oriente Occidente, nella tradizione, politicamente e culturalmente intelligente, di regalare alla città spettacoli di arte popolare di altissimo livello (idea che si spera verrà mantenuta dalla futura direzione artistica) la compagnia NoFit State Circus arriva dal Galles dove è stata fondata nel 1986 e proprio a Cardiff gestisce un centro con corsi e attività per la comunità. L'attitudine dei performer, nella regia di Mish Weaver, è quella di un gruppo di amici scanzonati, si divertono, si prendono gioco l'uno dell'altro, si prendono gioco delle difficoltà e della pericolosità tipica del circo. Finte cadute da discese ripidissime, verticali sulle spalle, buffi arrampicamenti fino ad alte cime: tutto accade tra bambù incredibilmente leggeri e altrettanto resistenti, mentre la batteria dal vivo accompagna, segna il ritmo ed esalta; ciò che appare nella piazza è una sorta di installazione umana che cambia forma continuamente sotto gli occhi pieni di stupore el pubblico. Questo spettacolo di NoFit State Circus ha una capacita, quasi farmaceutica, di infondere gioia e lo fa con rigore, talento e un'indomita abilità nel non prendersi troppo sul serio. (Andrea Pocosgnich)

Piazzale Caduti sul Lavoro, Oriente Occidente Una produzione NoFit State Regia di Mish Weaver, in collaborazione con Orit Azaz e Imagineer Productions Produttore creativo Dann Carroll Ingegnere circense Sarah Jeneway Musica Jake Madhatter Interpreti Fabricio Fernández Rodino, Jake Madhatter, Joshua Hoffman, Lawrence Swaddle, Lily Moss, Loana La Rosa Corbalán, Sarah Jeneway Con il sostegno di Arts Council of Wales, the Foyle Foundation, and Without Walls, e commissionato da Stockton International Riverside Festival, Norfolk & Norwich Festival, Hat Fair and Timber Festival - Durata 40’

REPLICA (di Panzetti/Ticconi per Abbondanza/Bertoni)

Il titolo è davvero ingegnoso. Baltasar Gracián avrebbe apprezzato. Io ci ho messo un quarto d’ora a capire, sul catalogo, del perché soltanto a questo lavoro veniva indicato che si trattava, appunto, di una Replica. (Vabbè non sono un’aquila, però l’equivoco ha prodotto in me una serie dissociativa di squilibrî semantici tra ripetizione e risposta, copia e protesta, riproduzione e obiezione, da cui sono sfilate poi molte immagini). È il nuovo lavoro del duo Ginevra Panzetti e Enrico Ticconi pensato e ‘donato’ su commissione al duo Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, visto a Rovereto per il Festival Oriente Occidente. Col titolo dunque si parte già dal due, dal secondo, non esiste l’uno né il primo (da qui altra serie di rinunce logiche: debutto, singolarità, individualità, isolamento, ma poi a macchia d’olio anche purezza, confini, egoismo, tempo dell’io...). Le due (per aura, non per stazza) gigantesche presenze in scena sono ‘ridotte’ a una sorta di primati (a terra di spalle, coi lunghi capelli di entrambi a coprire il volto, entrambe con una ingombrante pelliccia grigia a neutralizzare il tutto, come le più incenerite e ricurve figure di Beckett, che non a caso ritorna nella proiezione sulla tela di bocche fiammanti alla Non Io/Not I), e che ossessivamente si pettinano le chiome, per replica di gesti circolari e bellissimi, sempre in un accordo cortese. Lui replica lei, che sta sempre un microsecondo e un microspazio più avanti di lui: ma è una condizione ontologica, per resistere al precipizio, per mantenere viva l’ambiguità di ogni verità, tra i due l’«irriducibile differenza». C’è tutto il campionario compositivo di P&T, messo qui con infinita intelligenza a disposizione di A&B che sono corpi senili, benissimo piantati, per niente aerei (come spesso invece pretendono P&T), eppure aperti a compasso per tutto lo spazio. Fino ai grugniti bestiali che spezzano l’idillio, ai finti applausi che costringono a inchini e rilanciano le forze, e al finale, tremendo e tenerissimo: lui cade a terra, sfinito. Allora lei lo porta fuori la tela di proscenio, in quella realtà che non è meno ambigua, perché mostra dei dolori e delle ferite esposte tutto il loro magico mistero, la loro gloriosa vacuità. Imperdibile. (Stefano Tomassini)

Teatro Zandonai, Oriente Occidente Regia, coreografia Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi Interpreti Michele Abbondanza, Antonella Bertoni Musiche originali Hrvoje Niksic Disegno luci, ingegneria di scena Michele Piazzi Video Valerio Figuccio Direzione tecnica Claudio Modugno Costumi Ginevra Panzetti, Enrico Ticconi Sartoria Manuela Gober Progettazione Poliedri Studio Doppio - Alessandro Panzetti Organizzazione, strategia e sviluppo Dalia Macii Amministrazione e produzione esecutiva Francesca Leonelli Comunicazione Erika Parise Ufficio stampa Marilù Ursi Produzione Compagnia Abbondanza/Bertoni Coproduzione ERT - Emilia Romagna Teatro Fondazione Con il sostegno di Mic - Ministero della Cultura, Provincia Autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto In collaborazione con Associazione Van Ets Ringraziamenti Trippen Durata 55’

CADUTA LA NEVE_DA SARAH MOON (Alessandra Cristiani/PinDoc)

Se l'immagine fotografica esprime fragilità, di conseguenza questa si rispecchia anche nella danza che la rappresenta. In scena un unico corpo, presentato nella propria totale e disarmata vulnerabilità: la completa nudità, insieme all'articolazione dei gesti, si fa motivo d'indagine su un linguaggio intermediale, fugace, intimo. Una sensazione di sospensione accompagna lo sguardo della platea grazie alla partitura musicale realizzata e all'unica performer in scena che, con raffinata sensibilità, muove i propri passi. I capelli, lunghissimi e sciolti, sono quasi materiale coreografico, attivo, libero, comunicativo. In questa dimensione, contemplativa e quasi indefinita, risuonano le parole di Ariel: «solo il tempo che batte nel quadrante dell'orologio sembra mantenere il contatto con una misura, con l'inizio e la fine di qualcosa». Ma distrutta la mera cronologia dei momenti tramite il gesto di scagliarsi contro l'oggetto presente in scena, la danza si fa poi decisa, ariosa, fieramente liberatoria. Il pubblico è allora forse chiamato a cogliere l'importanza di scandire istanti oltre il ticchettio assillante del tempo. Studentessa di disegno, modella e poi affermata fotografa, Sarah Moon da soggetto creatore diviene oggetto coreografico per Alessandra Cristiani, impegnata nel portare a compimento la propria trilogia: La questione del linguaggio corporeo e l'arte. Cristiani sottolinea che la dimensione di estrema solitudine vissuta dalla fotografa francese - a causa di un particolare vissuto personale che l'ha indotta a comprendere «cosa catturare con lo sguardo» - trae linfa per guidare il proprio modo di abitare la scena. Priva d’abiti si muove dapprima su questo sgabello, poi al suolo, successivamente la si osserva vestita di un nero delicato e ancora di un rosso-sangue più sfarzoso. Significativi gli spostamenti dinamici nello spazio, quando la sua figura si copre e poi risulta nascosta, a tratti, dai pannelli posti in fondo e al centro della scena. Alla fine osserva le tracce lasciate dal suo agire e in penombra assimila quanto accaduto in questo luogo di sacra debolezza. (Sara Raia) Visto al Teatro Astra, Torino, nell'ambito di NID Platform 2026 Crediti: Progetto e performance Alessandra Cristiani / musica e suono Gianluca Misiti / luci Gianni Staropoli / oggetti di scena Francesca Innocenzi / produzione PinDoc / coproduzione Teatro Akropolis, Triangolo Scaleno Teatro / con il sostegno del Festival Danae, Teatro delle Moire, Associazione Culturale Le Decadi / con il contributo di MiC, Regione Siciliana / durata 45 min

PAS DE CHEVAL (Andrea Costanzo Martini/Zebra)

Al termine della performance può sembrare che l'impronta lasciata sia solo nelle risate del pubblico: non si tratta unicamente di questo. Pas de cheval, che richiama in causa sia la grammatica del balletto che la cadenza del trotto equino, si muove tra ambiguità, ironia e scomoda verità, andando un po' a scardinare le idee tradizionali di visione. In scena Francesca Foscarini e Andrea Costanzo Martini si presentano, nella loro simile corporatura esile, con i capelli legati in queste lunghe code, vestiti di un virtuosismo dietro cui si cela (e grazie al quale si giunge a) una testimonianza sulla vita di chi oggi produce e pratica spettacolo dal vivo. I due performer articolano un dialogo ben mirato creando una bagarre di sequenze che oscillano in continuazione: sottomissione, autodeterminazione, stasi e frenesia. Il rompicapo metateatrale utilizzato nell'introdurre la parola, interrompendo a tratti l'azione danzata, è funzionale e ben coeso con la tecnica che non si mostra nella sua bellezza fine a sé stessa. Funge, infatti, da trampolino di lancio per la costruzione di un discorso in realtà più ampio. Si smascherano, in questo modo, i meccanismi di alienazione insiti nella pratica dell'atto performativo odierno, creando una bizzarra metafora della scena italiana contemporanea. Sorprende il dinamismo e la freschezza, il contenuto e la forma, il legame tra le parti, la presenza scenica, la personificazione parodistica della ricerca di compiacere e della pressione relativa ai ritmi iper-produttivi imposti dal sistema, le rigide e prolungate espressioni facciali, l'articolazione del pavimento pelvico e la velocità nelle gambe. Chi osserva vive un'esperienza ambivalente, sospesa tra riflessione e solitudine ma, allo stesso tempo, anche tra divertimento e leggerezza condivisa. Tanti, non a caso, gli applausi. (Sara Raia)

Visto a Fonderie Limone, Moncalieri, nell'ambito di NID Platform 2026 Visto a Fonderie Limone, Moncalieri, nell'ambito di NID Platform 2026 Crediti: Idea e coreografia Andrea Costanzo Martini / interpreti Francesca Foscarini, Andrea Costanzo Martini / luci Yoav Barel / musiche Angelo Badalamenti, Ennio Morricone / testi Francesca Foscarini, Andrea Costanzo Martini / produzione realizzata con il sostegno di Artisti Associati Gorizia (Debutto a Visivi Festival 2025), Tanzhaus Zürich, NOD - Nuova Officina della Danza Torino / in collaborazione con il Centro di Rilevante Interesse Nazionale per la Danza Scenario Pubblico / CZD / durata 25-30 min

EPIPHANĪA_ MI RENDO MANIFESTA (Abbondanza/Bertoni)

Una dichiarazione, un atto di volontà, una presa di posizione. Con questo lavoro si assiste alla demolizione dell'identità femminile a cui la società vuole farci inginocchiare. Già il titolo chiarisce l'esigenza ontologica della performance: un'apparizione in cui le presenze non sono esibite nell'immediato ma si svelano pian piano. Pertanto l'azione del manifestarsi procede per gradi: le tre figure sceniche si scompongono e il lessico coreografico viene articolato, non a caso, secondo una frammentazione corporea ben studiata e arricchita da determinanti effetti luce. La lentezza che presentano la maggior parte delle sequenze, soprattutto iniziali, è desiderio di esplorazione in un'articolazione di senso profonda, intima, umana. Il lavoro della compagnia Abbondanza/Bertoni si inscrive nello spazio dell'apparire fuori dagli stilemi, in un invito a interagire con lo sguardo di chi assiste. L'illusione ottica è di fatto il principio generativo che guida la partitura coreografica: ciò permette allora uno sviluppo di sessanta minuti che a partire dal buio si snoda, via via, verso le varie uscite di scena. Gambe, glutei, capelli, labbra, mani e braccia emergono, a momenti alterni, dalle fessure dei teli neri posti a ricoprire l'intero perimetro del palcoscenico. Procedendo a ritmo di musica, svelano le tracce dei tre corpi con delicatezza. La parzialità visiva offerta, anche quando le danzatrici sono interamente in scena (coperte da teli di plastica, dai costumi o da un tavolino a fare da busto) permette di raggiungere l'obiettivo drammaturgico. Se il femminile è oggettificato e ingabbiato in standard prestabiliti, il lavoro della compagnia rivendica l'inafferrabilità del corpo della donna. Qui, scomposto e sottratto alla fruizione immediata, appare - secondo la declinazione baumaniana del termine - in una presenza «liquida» che abita la soglia del non-detto, sfuggendo ai tentativi di categorizzazione. Le performer, oltre l'ottimo studio estetico raggiunto, trasmettono un messaggio: il diritto di abitare il proprio corpo alle proprie condizioni. (Sara Raia)

Visto a Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, Torino, nell'ambito di NID Platform 2026 Crediti: Performance di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni / ideazione, scene e costumi Antonella Bertoni / con Sara Cavalieri, Valentina Dal Mas, Ludovica Messina Poerio / musiche originali Sergio Beercock / disegno luci Alessio Guerra / direzione artistica Claudio Modugno / assistente alla creazione Eleonora Chiocchini / sartoria Manuela Gober / organizzazione, strategia e sviluppo Dalia Maci / amministrazione e produzione esecutiva Francesca Leonelli / comunicazione Erika Parise / ufficio stampa Mailù Ursi / immagine locandina Marco Smacchia / produzione Compagnia Abbondanza/Bertoni con il sostegno di MiC - Ministero della Cultura, provincia autonoma di Trento, comune di Rovereto, fondazione Cassa di risparmio di Trento e Rovereto / durata 1h5min

BÙBARO DEI BÙBARI (di C. Balucani, regia A. Latella)

Ce lo dice Leopardi, le ginestre sterminate sulle pendici di un vulcano ricrescono dove il fuoco le ha colte. Un esemplare di quelle generazioni è esposto sul proscenio di Bùbaro dei Bùbari, nuovo spettacolo di Antonio Latella, scritto da Carolina Balucani e programmato alla settima edizione di Ginesio Fest. È in vaso, ma nella finzione dovrebbe essere piantato dentro “sta cazzo di terra” – recita la scritta che le giganteggia alle spalle – nel giardino di una casa occupata da due fratelli “zingari”. Il suo abbarbicarsi al terreno è speculare al loro nomadismo, forse da una parte culturalmente connaturato, ma dall’altra frutto, si capirà dopo, proprio di un incendio doloso, un atto violento che alcuni hanno perdonato (Chiara Ferrara) e altri no (Luca Intravalle). «Non ti puoi esibire se non hai perdonato», dice la sorella dopo essere tornata dalla sua elemosina quotidiana, inaugurando una ricorrente prossimità tra il mestiere di mendicante e quello di attore. Bisogna imporsi l’evidenza di avere una gamba di legno per convincere qualcuno della propria zoppia e portarlo a una remunerativa compassione, o a una catarsi. Essere attore, o mendicante, sembra consistere nello svanimento dietro qualcosa, nel trasmettere a chi guarda un’identità tanto più vera quanto più finta. E ha la potenza tellurica delle casualità il fatto che poche ore prima dello spettacolo io abbia ascoltato Remo Girone recitare: «Avrai il coraggio di stendere la mano? Lo saprai fare o ti rideranno in faccia?», da La mendicante di Antonio Porta, in una delle stazioni che il festival ha dedicato al grande attore, scomparso nell’ottobre scorso. Il costume da pattinatori artistici che i due fratelli indossano rende manifesta questa prontezza nell’esibizione di sé, così come la loro impossibilità di stanziarsi in un qualsiasi luogo. L’equilibrio tra loro in scena, almeno fintanto che vi si trovano entrambi, è millimetrico: Ferrara sa stravolgersi, strabuzza gli occhi, annaspa, si tortura; Intravalle vibra di un furore celato di cui sembra avere lui stesso paura. Insieme creano l’angoscia di una falena attorno al neon, la fiaba di due corpi smarriti in un deserto indifferente. (Matteo Valentini)

Vito a Ginesio Fest Di Carolina Balucani, regia Antonio Latella, con Chiara Ferrara e Luca Ingravalle, scene Giuseppe Stellato, costumi Graziella Pepe, musiche e suono Franco Visioli, luci Simone De Angelis, assistente alla regia Riccardo Rampazzo, assistente alla regia dottorando ANAD Danilo Maglio, produzione Teatro Stabile dell’Umbria. Foto Karen Righi

TRA (di Rebecca Pianese)

TRA è un’indagine del rapporto tra corpo e spazio attraverso il movimento della danzatrice e coreografa Rebecca Pianese che ci invita a starle intorno e, in alcuni momenti, proprio in mezzo all’evolversi della coreografia mentre si svolge, letteralmente tra. Nello spazio della Piazza della Aquile del borgo aragonese di Castroreale dove si svolge InCastro Festival, restiamo in piedi occupando un palcoscenico immaginario mentre sulla facciata laterale del Duomo viene proiettato un video: la performer e il video avvengono in contemporanea, possiamo scegliere cosa guardare, spesso la coreografia live e quella registrata coincidono perfettamente. Nel video, diretto da Mariafrancesca Godino, Pianese costruisce una coreografia che si snoda attraverso uno spazio così concreto quanto irreale: è un grande condominio con scale e ballatoi di cemento e una piccola arena al centro, non sappiamo di che luogo si tratti ma lo scopriamo insieme a lei. Sembra un edificio abbandonato attraversato solo da questo corpo frenetico. Nel contempo nello spazio da noi occupato, così diverso e così caratteristico - la piazza storica di un borgo antico - quella stessa partitura fatta di gesti energici e guizzi improvvisi, ci coinvolge quasi travolgendoci. Siamo liberi di muoverci anche noi, possiamo restare fermi, in ogni caso siamo parte di questa performance. Pianese danza, corre, sale su una panchina, si sdraia al suolo, ci guarda e imita la nostra posizione, ci sta dicendo: eccoci, siamo qui, tra quello che ci accade ogni giorno, tra quello che ci aspettiamo, tra il desiderio e la sua realizzazione. Siamo corpi che cambiano nello spazio che resta immutato, qualunque sia il luogo che attraversiamo. Come spesso avviene quando il pubblico è coinvolto diventiamo anche un unico corpo in movimento, allenandoci a non inciampare l’uno sull’altro, a guardarci negli occhi, ad anticipare il passo altrui e regolare il ritmo comune. Noi siamo tra.

Visto in Prima Nazionale a InCastro Festival Ideazione, coreografia e interpretazione Rebecca Pianese Musica Pierfrancesco Mucari Visual Art Director Mariafrancesca Godino Produzione della compagnia Déjà Donné con il sostegno del MiC e Regione Lombardia

CORPI LITURGICI (di Roberto Zappalà)

Due performer entrano in scena attraversando il corridoio che taglia a metà la platea in questo spazio insolito e bellissimo che è la chiesa del S. S. Salvatore di Castroreale. Un ambiente molto codificato, ricco di stucchi bianchi e icone religiose, che si presta perfettamente a un’opera tanto legata al paesaggio cattolico com’è questa. Una liturgia laica ispirata dal Cantico dei Cantici. A suggerirlo è la musica: Just (after Song of Songs) di David Lang ha una struttura ripetitiva che conduce quasi a uno stato ipnotico, e racconta l’amore per il corpo, ricordando quanto l’amore inteso come spiritualità possa risiedere in ogni parte della fisicità femminile e maschile e, quindi, anche in quella di Dio. D’altronde il Cantico è un testo ritenuto erotico oltre che spirituale. Illuminate di un rosa avvolgente le due figure intervenute su questo sacro palcoscenico si muovono insieme a un ritmo diverso: lui, Fernando Roldan Ferrer, corre sul posto, spostandosi poco per volta da un lato all’altro della scena, e correrà per tutta la durata della performance. Indossa una felpa estremamente oversize con cappuccio, quasi un abito monacale in versione sportiva, tiene la testa sempre bassa, di lui vediamo bene il naso e i piedi che si muovono incessantemente nella corsa. La danza di lei, Maud de la Purification, rimanda spesso alla sacralità, la sua ombra che si proietta sulla superficie bianca dello sfondo, nera, circondata di luce, assume pose che richiamano l’iconografia di San Francesco. In risposta alla concretezza della corsa quindi, una coreografia più elaborata che aspira ora all’elevazione negli slanci verso l’alto, ora al contatto con la terra, a un divino più vicino, più raggiungibile, più in comunicazione con l’umano. Ed è questo lo scopo di Roberto Zappalà: celebrare l’umano come spazio del sacro. Ogni “laudato si” è rivolto al corpo e alle sue parti, ogni gesto è teso alla sua stessa celebrazione, alla possibilità di indagare, attraverso il proprio corpo, lo spirito. (Silvia Maiuri)

Visto a InCastro Festival, coreografia: Roberto Zappalà | musica: David Lang | danza e collaborazione: Maud de la Purification | e con: Fernando Roldan Ferrer | da un’idea di: Roberto Zappalà | drammaturgia: Nello Calabrò | assistente alle coreografie: Fernando Roldan Ferrer | una produzione: Scenario Pubblico / Compagnia Zappalà Danza – Centro di Rilevante Interesse Nazionale per la Danza in collaborazione con Cilentart Fest | con il sostegno di MiC Ministero della Cultura e Regione Siciliana Assessorato del Turismo dello Sport e dello Spettacolo

FUORIPASTO (Malomodo Studio)

Francesca Melina, Gioele Bertin, Elisabetta Magistri sono Malomodo Studio, un gruppo di ricerca transdisciplinare teso verso la riflessione ecologica. Nell’ambito di InCastro presentano questo lavoro che entra nelle viscere del luogo: restando sul posto per diversi giorni il collettivo scopre e raccoglie erbe spontanee (la portulaca, la nepitella, il cappero), esplora, entra in contatto con le maestranze del borgo. A un certo punto scopre l’esistenza di una ricetta antica, il cuturro, una sorta di polenta del Sud Italia che in epoca napoleonica si preparava con il grano margherito. Fuori pasto è quindi l’atto conclusivo di questa operazione più lunga, in cui si incontra il pubblico e gli si chiede di partecipare all’azione: siamo una quarantina di persone intorno a un grande telo bianco che ricorda quello usato comunemente per la raccolta delle olive, da ciotole di terracotta versiamo ogni ingrediente di quello che sarà il pasto finale. Scivolano sulla superficie bianca i pomodori San Marzano mischiati alla portulaca, i capperi, l’olio, il limone. Siamo tutti chiamati a mescolarli insieme senza usare strumento alcuno ma seguendo un ritmo comune nel muoverci e far si che i singoli ingredienti diventino un’unica pietanza. Ci muoviamo, all’inizio impacciati, un po’ verso destra, poi verso sinistra, poi sempre con più convinzione: qualcuno propone di sollevare e scuotere il grande telo, qualcuno passa anche sotto il telo che diventa tenda, vela, rifugio. Ci diamo una regola complessiva e riusciamo nell’impresa. Mangeremo insieme, raccontandoci di sapori che riportano al passato. L’obiettivo di questa performance infatti è sovrapporre a concetti troppo romanticizzati come l’appartenenza e il ritorno, un senso di concretezza spesso dimenticato. Attraverso questi sapori si indaga il selvatico su un piano critico meno astratto o teorico così la resistenza e il ritorno in luoghi ritenuti “ostili” come il paese d’origine possono essere rivalutati tramite il gusto e l’olfatto. (Silvia Maiuri)

Visto al festival InCastro, di e con Malomodo Studio (Francesca Melina, Gioele Bertin, Elisabetta Magistri) in collaborazione con CHIASMA con il supporto di Vento di Scirocco con la collaborazione di abitanti e maestranze del borgo di Castroreale: Giuseppe Coppolino (Il Mulino), Grazia ed Enrico Rampi (Contrada Crizzina), Paolo Faranda, Alessandro Crisafulli, Dario Triolo (Sylvaticus), Carmelo Pace, Elena Giorgianni

BACH DANCE CONCERT (coreografia di Roberto Zappalà)

È un concerto di musica dal vivo (tutto Bach!) e di danza (Compagnia Zappalà) eppure parte subito una musica registrata. Per di più l’arcinoto (e compromesso, un po’ jingle, un po’ mot à casser) inizio della Toccata BWV 565, con tanto d’organo clericale, sanfedista, insomma domenicale. Penso sùbito: la solita zappalata, mi sa che mi alzo e me ne vado. Poi, invece, dal nero della scena emerge la figura e il suono di Ramin Bahrami, al pianoforte che riceve in coda questo avvio registrato, e prosegue sui tasti viventi del suo incantato Yamaha. Da qui prende corpo una performance che ci inchioda alle poltrone. È Bach Dance Concert visto in anteprima nazionale a Operaestate Festival. Per la prima volta a Bassano, per la prima volta su un palco con quinte (Zappalà dixit). L’intuizione più sana e più bella è questo accordo dei brani, scelti per il programma, a partire dal flusso della scena, più spesso dai corpi dei danzatori, che Bahrami guarda continuamente, tiene sempre in gioco e sembra dirigerli o esserne diretto, sembra sostenerli ed esserne sostenuto. Maggior coincidenza coreografica con la prassi musicale bachiana non sarebbe stata possibile. Zappalà è un vero artigiano della coreografia, sa il fatto suo. E in scena le prova davvero tutte: duetti assoli terzetti e tanti gruppi (sono in sei, tutti in mini-gorgiera e lamé, stratosferici: Samuele Arisci, Loïc Ayme, Faile Sol Bakker, Anna Forzutti, Silvia Rossi, Alessandra Verona), molto efficaci quando hanno i piedi ben piazzati a terra, meno quando in mezza punta con l’assetto e l’estetica del movimento parodiata pretendono deformità. Gruppi ossessivamente determinati da sequenze che anche molto si ripetono (e soprattutto questo ritorno frequente del sincrono, che ottiene di certo immediati effetti scenici, di ordine e di coordinamento, ma che porta con sé un senso di uniformità, in genere imputabile soltanto alla pigrizia del coreografo quando rinuncia all’invenzione). Ramin Bahrami sembra perfettamente a suo agio in questo ruolo comprimario che partecipa (ha un tocco mirabile) con un infinito sapere bachiano: un repertorio che interpreta senza retorica alcuna, come un fratello di pianerottolo, un fidatissimo vicino di casa. (Stefano Tomassini)

Visto al Teatro Remondini di Bassano per Operaestate Festival, con Compagnia Zappalà Danza, coreografia Roberto Zappalà, pianoforte Ramin Bahrami, musica Johann Sebastian Bach, danzatori Samuele Arisci, Loïc Ayme, Faile Sol Bakker, Anna Forzutti, Silvia Rossi, Alessandra Verona

U.MANI.TÀ (di Jacopo Tealdi)

La prima occasione in cui vidi Jacopo Tealdi appartiene alla categoria dei miraggi. Era un’ora imprecisata tra le 3 e le 4 del mattino, durante la festa di chiusura della Luna nel pozzo dello scorso anno: dodici ore ininterrotte di spettacoli e concerti all’interno di una masseria vicino a Ostuni. Lui si materializzò nello spazio dietro la cucina tra un monologo su Calvino e un’esibizione di clownerie, portando uno spettacolo generato esclusivamente dalle sue nude mani. Immerso nell’oscurità, Tealdi portava il suo “Teatro manuale” e materializzava alternativamente esclamazioni, elementi atmosferici e due personaggi a cui prestava le voci: l’ingenuo e ridanciano Mr. Piccolino e l’arcigno professor Daimon. Tealdi si è formato intorno al 2010 a Torino, nell’Atelier Teatro Fisico di Philip Radice, elaborando un linguaggio che attraversa le categorie del teatro di figura e del cabaret e che non è facile scovare frequentando le programmazioni più battute. Lo ritrovo, infatti, in un festival dall’identità transmediale come quello dei Luoghi, organizzato dal Teatro Koreja di Lecce, con il suo spettacolo più longevo, U.mani.tà, dove ricompaiono i personaggi e le ambientazioni che mi erano apparsi l’anno scorso. Brevemente: Mr. Piccolino vorrebbe raccontare una fiaba al pubblico, il professor Daimon cerca di distoglierlo e di dimostrargli la profonda natura orrorifica delle fiabe, ma Mr. Piccolino ha la meglio e ci riesce. Il centro dello spettacolo, tuttavia, non è nella trama, né negli apologhi morali un poco semplicistici, né nella struttura drammaturgica non sempre solida: piuttosto, esso sembra trovarsi sia nella potenza icastica delle mani di Tealdi, che diventano un volto, una stella, una scritta, due corpi allacciati in una danza, sia nella relazione con il pubblico, adulto, che gioiosamente interviene ad alta voce, anche quando non sollecitato, trovando sempre un’accoglienza e una replica dal palco. Le possibilità metamorfiche di Tealdi e la semplicità del suo dispositivo scenico ci rapiscono: in modo raramente così intenso, abbiamo l’impressione di poter interagire con il meraviglioso teatrale e, per un istante, di accedere alla sua elementare magia. 

Visto al Festival dei luoghi, Koreja Cantieri Teatrali. Di e con Jacopo Tealdi 

CHI SPUTA ‘N CIELO CE RETORNA ‘N FACCE. ERA ‘NA VOTA GIAMBATTISTA BASILE (di Emma Dante)

Lo sputo, rivolto al cielo, non può che tornare indietro: è la morale della fiaba raccontata da Carmine Maringola in Chi sputa 'n cielo ce retorna 'n facce. Era 'na vota Giambattista Basile, per la regia di Emma Dante, che in un'efficace sintesi porta sulla scena del Teatro del Baglio un brano della pluriennale ricerca compiuta sull'opera del favolista partenopeo. Lo vediamo a Villafrati, in provincia di Palermo, dove il Festival del Teatro del Baglio, rassegna a cura di Enrico Lodovisi ed Emanuela Cuttitta, giunge quest'anno alla sua quarta edizione. Maringola entra in scena in abiti dapprima civili; in una sorta di prologo dai toni guitteschi incontra facilmente l'empatia dei presenti, accennando anche alle malefatte post-unitarie subite dal sud. Intrattiene con furba leggerezza, ma c'è poco da dire: con solida maestria gioca in casa e, al di là dei più facili ammiccamenti, convince e genuinamente incontra il pubblico collocandosi senza forzature in un terreno comune. Su questo innesta, senza soluzione di continuità, la storia di Cecella, povera ragazza vittima di una matrigna che non ne tollera la bellezza perché superiore a quella della propria figlia. Una struttura classica, di molto in anticipo sugli esiti di Perrault e dei Grimm. L'interprete scivola nella storia accompagnandovi il pubblico quasi inavvertitamente; ma in breve ci si trova immersi in un immaginario altro. Personaggi e situazioni si succedono a ritmo incalzante, tra continui cambi d'abito, voce, registri: nell'universo fiabesco l'alto e il basso convivono nella meraviglia di una stretta simbiosi. Tre sedute, collocate in semicerchio di fronte al pubblico e destinate ciascuna ai vari personaggi, scandiscono i momenti del dramma. Barocca è l'abbondanza di segni, coloratissimi: parrucche, abiti di gusto kitsch individuano i singoli personaggi, caratterizzati da Maringola in un racconto vivace, popolare, che qui depone in parte le asperità, la crudezza del corpo e della carne (comunque centrali) per planare dall'alto con leggerezza. E che rinnova il senso dell'incontro: narrare e ascoltare storie. In tutti i luoghi, è sempre necessario.

Visto a Villafrati per il Festival del Baglio. Scritto da Emma Dante e Carmine Maringola regia, accessori e costumi Emma Dante luci Marco D'amelio con Carmine Maringola coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, organizzazione Daniela Gusmano Produzione Sud Costa Occidentale, Carnezzeria. Foto ZimoStudio

GOLDROOM (coreografia di Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci/gruppo nanou)

Visioni apparizioni spettri in transito, suoni che emergono e sfondano, teli e costumi che passano di corpo in corpo come sabbia di una clessidra. È presentata come una «installazione coreografica», ma nulla qui sta fermo, né invita a farlo. L’ambiente che si crea e si rinnova continuamente sembra una stazione di transito, un ponte al coperto che congiunge due sponde, un ristoro al bivio di due strade: il mezzanino tra la terra e il cielo. Goldroom del gruppo nanou per il festival Fuori Programma è un ambiente di sosta e di ripartenza, in una evidente «esplorazione del tempo come materia instabile». Ed è un compimento, l’idea che viene a partire dalla seconda replica alla sala Oceano Indiano, di aprire anche la porta d’accesso in fondo alla scena. Per liberare il passo (e le energie), il flusso che è aperto e consegnato a chi assiste, magari sciegliendo una temporalità distratta, intermittente. Comunque sempre fuori dalle dinamiche del palcoscenico, coi suoi rituali e le sue simmetrie. Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, che pure danza in mille apparizioni (e impreviste sparizioni) sotto punitivi cappotti invernali o dentro giacche da varietà con mille frange, portano a pieno esaurimento quanto precedentemente intravisto con l’Ubu-premiato Redrum. Ora però in questo spazio tutto musicale, Bruno Dorella appronta (e musicalmente accompagna dal vivo) una delle più belle playlist di sempre (la durata della performance può superare le due ore). Andrea Dionisi folleggia tra figure elfiche e vagabondi spiritati, armeggiando con un paio di indiavolate scarpe da cerimonia; Marina Bertoni si immerge e riemerge tra metri di stoffe srotolate a terra, in un continuo seduttivo metterci gli occhi addosso, confondendo il nostro sguardo predato. Il disturbo è massimo, l’imperversare di questi fantasmi innocuo. Proprio come nel bianco&nero delle «immagini video proiettate su monitor a tubo catodico, dove convivono riprese in diretta e materiali registrati». Come sotto la stoffa che improvvisa ricopre a ventaglio ogni cosa, qui tutto anche solo in potenza è oro. (Stefano Tomassini)

Visto alla sala Oceando Indiano per il Festival Fuori Programma, Coreografie e progetto: Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, musiche: Bruno Dorella, con: Carolina Amoretti, Marina Bertoni, Rhuena Bracci, Andrea Dionisi, Agnese Gabrielli, Marco Maretti, luci: Marco Valerio Amico, Lucia Ferrero, spazio scenico: in collaborazione con Denara, dispositivo video: Marco Valerio Amico, costumi: Rhuena Bracci

DOUBLE BILL (coreografie di Thomas Bradley e Sita Ostheimer)

È una doppia serata: due formazioni diverse, due differenti programmi, ma sullo stesso palco, a seguire. Invenzione di Valentina Marini che, per il Festival Fuori Programma da lei curato, assembla dispone cuce e ricuce disinvolta e sapiente questo cartellone estivo. Il palco è quello gigante open air dell’Arena al Teatro India. Due performance diverse ma senza intervallo. Il tempo solo di levare qualche metro di nastro, e si riparte. In parallelo, con effetto di contrappunto più che di specchiamento: la varietà nella proposta resta comunque singolare e irripetibile. Difficile racchiudere in poche parole definitorie la ricchezza creativa di Thomas Bradley, che qui prova di nuovo a maturare un suo pensiero coreografico. Con Louella May Hogan, Marina Kladi, e Ichiro Sugae, Bradley realizza Playwork: «uno studio sui sistemi coreografici e sul loro funzionamento». La natura metacritica delle interazioni fra i quattro interpreti limitano però al mero calcolo istantaneo, al gioco sottile ma non di rado inesploso, all’attenzione certo prolungata e resistente ma non sempre capace di agency, un lavoro ancóra germinale. Gli straordinari costumi realizzati dallo stesso Bradley, tagliati e assemblati con perizia archeologica, e le musiche ugualmente interrotte e montate per sbalzi e umori acustici, sono l’equivalente di questo approccio: interessantissimo nella composizione, pochissimo nella realizzazione. A seguire, la MiR Dance Company (di Gelsenkirchen) con Hasard & Bolero, coreorafia (e costumi) di Sita Ostheimer. E qui, invece, vanno in scena i luoghi comuni più riusciti (pure abusati) del contemporaneo. Lavoro del 2024, pieno di energia cinetica e intensità interpretativa, è diviso in due parti, una in cui il sonoro è una sorta di paesaggio di mera evocazione interiore; il secondo ripete (letteralmente, fanno quasi le stesse cose senza alcun cambio di punto di vista) il celebre Boléro di Maurice Ravel. Gli interpreti sono preparatissimi e fanno un figurone (Yordi Asiel Perez Cardoso, Marie-Louise Hertog, Alessio Monforte, Hilla Regev Yagorov, Chiara Rontini, e Urvil Shah) ma un poco mi cadono le braccia: per la povertà della composizione, la prevedibilità del movimento, per la staticità dell’invenzione (al ballettofilo giovane consulente ministeriale piace senza condizioni; a me confesso è pure simpatico, allora mi allontano per non questionare). (Stefano Tomassini)

Visto all’Arena del Teatro India per il Festival Fuori Programma

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