Cordelia - le Recensioni

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PER SEMPRE (di Alessandro Bandini)

Dire, pensare, “Per sempre” ha a che fare davvero con la speranza che un amore sopravviva alla vita oppure c'è qualcosa che riguarda la forza propulsiva dell’attimo, quell’esplosione che è metallo rovente sulla pelle e che rimarrà impressa come una cicatrice? Ė incontenibile l’amore che prova Giovanni Testori per Alain Toubas, un sentimento purissimo e pieno di eros allo stesso tempo; bastano pochi minuti per capirlo, basta qualche momento di questo Per sempre, visto al Teatro delle Moline e prodotto dagli svizzeri del Lac con la regia e interpretazione di Alessandro Bandini. Uno schermo sulla destra in cui appaiono, avanti e indietro nel tempo, le date di una selezione tra le migliaia di lettere spedite dallo scrittore milanese, poco spostato sulla sinistra Bandini con i piedi puntati in terra: come se avesse i chiodi, per far esplodere l’energia tutta nella voce e nella parte superiore del corpo, l’attore è un albero e l’amore di cui parla Testori fiorisce sui i suoi rami, su tutta la sua umanissima corteccia. Dalla collaborazione con Alessandro Sciarroni, Bandini eredita probabilmente questo immobilismo statuario degli arti inferiori e l’eleganza tipica di certe apparizioni del coreografo: pantaloncini corti, lunghi calzini, la camicia bianca a quadretti, la cravatta verde; all’inizio, prima che arrivi la fatica e il sudore, c’è anche una giacca scamosciata. Un lavoro (in collaborazione con Ugo Fiore come dramaturg) che è una sorpresa incredibile, un’esplosione poetica e teatrale, una prova d’attore incontenibile che ha il coraggio di raccontare l’amore senza confini attraverso solo le lettere inviate dallo scrittore: alcune sono cortissime e contengono un saluto o informazioni pratiche altre sono esaltazioni poetiche del sentimento. Ad ascoltarle tutte si nota anche l’evoluzione del rapporto, il passaggio dal voi al tu, l’immaginario sensuale che si fa esplicito. E poi c’è l’attesa per le risposte e una sottile ironia - sulla quale amabilmente si destreggia Bandini - per il parossismo delle immagini utilizzate. È una grande corsa, di cui vediamo la fatica, fino all’arrivo dei Tronfi, in cui cui il poema esplode come un potente orgasmo. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Teatro delle Moline. testi tratti da lettere e cartoline inedite di Giovanni Testori ad Alain Toubas I Trionfi di Giovanni Testori dediche private di Giovanni Testori ad Alain Toubas ideazione, drammaturgia e creazione Alessandro Bandini con Alessandro Bandini dramaturg Ugo Fiore sguardo esterno Alessandro Sciarroni coaching Tindaro Granata consulenza spazio scenico Giulia Pastore disegno luci Elena Vastano styling Ettore Lombardi consulenza musicale Federica Furlani tecnico luci, audio e video Alessandro Di Fraia produzione LAC Lugano Arte e Cultura in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CTB Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale in collaborazione con Casa Testori, Institut Culturel Italien de Paris, La Corte Ospitale di Rubiera con il sostegno di Inteatro Residenze, Fondazione Armunia foto di Masiar Pasquali

EDIPUS. TRENT’ANNI DOPO (di G. Testori, regia F. Tiezzi)

Trent’anni dopo è il sottotitolo che accompagna il ritorno in teatro dell’Edipus di Lombardi/Tiezzi, messo in scena per la prima volta a Firenze nel 1994. «Quante volte ci siamo chiesti, dopo tanto tempo, dopo tanta vita, cosa ci direbbe ora quell’allora. Ed eccomi ora, qui, a interpretare di nuovo lo scarrozzante di Testori»: Sandro Lombardi, già inchiavardato sul trono e nel costume di Laio, si appresta così ad aprire lo spettacolo, evanescente come un’ombra nella semioscurità crepuscolare di Sala Melato. Ed Edipus, ultimo atto della Trilogia degli Scarrozzanti scritto da Giovanni Testori nel 1977, è effettivamente un testo di fantasmi, in cui l’attore protagonista è costretto a recitare da solo il dramma sofocleo, dopo essersi visto abbandonare dal primo attore, cooptato in una compagnia di cabaret, e dalla prima attrice, ormai sposata con un mobiliere di Meda. I loro costumi – un abito talare, un vestito da sera bianco, un collare di volpe – infestano la scena assieme alla rappresentazione fiorentina del 1994: non si può fare a meno, infatti, di immaginarla, mentre Lombardi si fa largo tra le scenografie di un tempo e ora imbolsisce la voce come Laio, ora la effemmina come Giocasta, ora la ispessisce come Edipo, e racconta – nelle vesti di uno Charlot aspro, candido, buffo – la fine solitaria di uno scarrozzante, trascinando con gesti cauti e lenti il mito classico nella “latrina teatralica” testoriana. «Porto in scena non soltanto quelle parole, ma anche la gioia, la paura, l’azzardo di un corpo diverso, di una fatica maggiore. Porto in scena quella lontananza, simile alla luce di certe stelle di cui non sappiamo se siano già morte o se splendano ancora, più intense di prima». L’avvertimento del tempo trascorso fonde, allora, le vicende degli scarrozzanti con quelle della compagnia Lombardi/Tiezzi, tenute in controluce fino al termine dello spettacolo, quando le foto di scena di trent’anni fa, proiettate, contrappuntano la dedica con cui si era chiusa l’introduzione: «Alla memoria della nostra giovinezza, dedico questo Edipus. Trent’anni dopo». (Matteo Valentini)

Visto al Piccolo Teatro. Di Giovanni Testori. Uno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi, con Sandro Lombardi e Antonio Perretta, regia Federico Tiezzi, scene Pier Paolo Bisleri, costumi Giovanna Buzzi, luci Gianni Pollini regista assistente Giovanni Scandella, produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori, con il sostegno del Comune di Firenze, Regione Toscana e MiC

TREMENDA INSUFFICIENZA DEI NOSTRI CUORI (di e con Arianna Primavera)

Il caos. Non è semplicemente l’opposto dell’ordine. Se così fosse sarebbe tutto più facile da distinguere e gestire. E ciò è vero soprattutto quando il caos e l’ordine riguardano non solo l’esterno delle nostre vite, ma tutte le emozioni e i pensieri interni che nascono dall’incontro/scontro con gli eventi della vita. Sul palco del Teatro Basilica, per la Rassegna Pallaksch (produzione marchigiana under 35), questa considerazione si è imposta, profonda e globale, di fronte al divertente Tremenda insufficienza dei nostri cuori, di e con Arianna Primavera. Si fa largo tra scatoloni e oggetti sotto la plastica, questa donna in abito nero elegante e tacco alto, trascina un passo appesantito in verticale, tra fondo scena e proscenio, portando con sé ogni volta oggetti che esplicitano la sua manifestazione del disagio e certe riflessioni eccentriche sull’esistenza. C’è una sofferenza nella sua quotidianità, ma lei stessa forse non saprebbe dirne la natura in modo così limpido: il rapporto con i genitori non funziona, soprattutto con un padre talvolta aleatorio, rimpiange un amore che ha distrutto, non trova – e forse non cerca – lavoro, cova ansie e disturbi di vario genere, abusa di tutto quanto si possa abusare, più di tutto di sé stessa. Durante il flusso del racconto la scena si carica di segni, le azioni si fanno ipertrofiche perché sia accentuato quel certo disequilibrio, il caos si prende l’intero spazio ed enfatizza dunque il legame con il caos interno al personaggio. Primavera, con una scrittura drammaturgica convincente, incarna una donna che non riesce a mediare la propria relazione con il mondo, ogni suo gesto è portato all’estremo (letteralmente, sulla scena): pesta a sangue uno psicoterapeuta, beve passata di pomodoro dal barattolo, se la versa tra i capelli, si accascia per fare pipì in una scatola, mastica una sigaretta perché non sembri che voglia fumarla, apre quattro birre in bottiglia e beve da ognuna, senza finirne alcuna; eppure, nonostante nello spazio esploda ogni elemento, il merito di Primavera è gestirlo con piena misura, inserire ogni nota stonata in questa partitura debordante su ciò che siamo e che, a volte, non siamo. (Simone Nebbia)

Visto al Teatro Basilica. Crediti: di e con Arianna Primavera<

UOMINI O CAPORALI (di e con Francesco Stella)

Ci sono storie che sembrano lontane e invece stanno sotto gli occhi di tutti, ma anche senza doversi spostare chissà dove, basta andare a fare la spesa in qualche supermercato, confrontare i prezzi dei prodotti freschi, chiedersi una volta per tutte: ma questo prezzo da cosa è composto? Quali passaggi determinano il costo di un prodotto? Le mani che afferrano, con i guantini trasparenti, la frutta o la verdura nelle cassette del reparto, sono ben diverse da quelle che raccolgono, smistano, scelgono ciò che finirà sulla bilancia col numeretto. C’è tutto questo dentro Uomini o caporali, monologo di Francesco Stella che lo interpreta sul palco dell’Altrove Teatro Studio, riduzione del podcast omonimo del 2022, guidato dalla regia lieve di Nicola Pistoia, al servizio della narrazione che adegua alla cronaca le qualità immaginifiche della storia. Era il 2016, un anno prima di morire, che il compianto Alessandro Leogrande pubblicava per Feltrinelli la sua inchiesta con titolo quasi identico, Uomini e caporali, su questa pratica di sfruttamento del lavoro, focalizzando il Sud Italia come luogo di indagine; questa storia si svolge invece nell’Agro Pontino e riguarda il giovane Jasnoor, giovane indiano del Punjab, giunto in Italia con un grosso debito per il viaggio, da ripagare attraverso anni di un lavoro coatto e disumano. Per gli occhi di Jasnoor, che narra in prima persona ciò che vede, possiamo osservare la realtà di schiavitù in cui sono costrette a vivere intere comunità di persone, arrivate a coprire i buchi del sistema lavoro che abbassa le paghe e non considera i diritti di chi, forse, si crede non ne abbia. E non sono pochi a crederlo: padroni d’azienda senza scrupoli, politici arrivisti, semplici cittadini stufi di convivere in quartieri ghetto, ma anche altri lavoratori che cercano di ottenere condizioni migliori negando la propria stessa schiavitù, tutti personaggi che passano per la voce e il corpo di Stella, solo in scena con al centro una piramide a gradini che sale da ogni lato e sulla cui vetta quelli come Jasnoor finiscono davvero di rado, ma quella sola volta alla fine di tutto sarà con la dignità di un uomo, non certo di un caporale. (Simone Nebbia)

Visto all’Altrove Teatro Studio, Crediti: di e con Francesco Stella; regia Nicola Pistoia; scena Francesco Montanaro; foto David Ielapi

FLUX – FULL EXPERIENCE (di Maura Di Vietri, Ivan Taverniti)

Partiva dal naso, da quell’effluvio floreale e cipriato che titillava le narici e si diffondeva intorno a noi, e non solo: forte era la traccia olfattiva sul bordo del lettore VR che siamo stati invitati a indossare per questa performance installativa. Ricostruito in digitale, un albero dalle folte radici allentava la sua presa al suolo e schiudeva i segreti del ventre materno della Terra. Osservatori ormai troppo coinvolti per tirarci indietro, affondavamo nelle profondità, sempre più giù, in una cava sotterranea. L’idea di partenza, ha spiegato la direttrice creativa Maura Di Vietri, era quella di raccontare il viaggio sciamanico di cui ha fatto esperienza e che l’ha portata a scoprire la natura del suo animale guida. Infatti, il corpo della performer, ricostruito in 3D, si interfacciava con diversi animali, copiandone le movenze. L’esplorazione in sé avveniva a 360 gradi, spingendo lo spettatore a voltarsi prima a destra, poi a sinistra, fino a compiere una torsione su sé stesso pur di intravedere la scena alle sue spalle. Eppure, solo con l’arrivo della civetta è accaduto qualcosa di straordinario, e il corpo della donna si è dotato di ali dorate che l’hanno portata in alto, sempre più in alto, mentre l’albero risigillava le sue radici. Tolto il visore, di fronte a noi, dandoci le spalle, si trovava una performer in carne e d’ossa. La tutina color carne era percorsa da striature create da vernici fluorescenti che ripercorrevano il flusso del suo stesso reticolo di vene sotto la superficie della pelle. Le braccia si tendevano come ali che si sgranchiscono, un senso di leggerezza la legava a doppio filo all’animo di quella civetta che, per quanto non potesse permetterle di spiccare il volo, la faceva sentire libera, leggiadra. L’apparente semplicità con cui il processo mentale della meditazione guidata era stato tradotto per i nostri occhi, permettendoci di vedere attraverso quelli di Maura il processo a cui si è sottoposta, ci rendeva inevitabilmente partecipi di un’intimità spirituale. E, forse, desiderosi di scavare nelle nostre stesse radici. (Letizia Chiarlone)

Visto al Teatro della Tosse. Creative Director & Performer Maura Di Vietri Choreography Maura Di Vietri | Ivan Taverniti Narrator Aurora Camilli Music by Luca Maria Baldini Light by Isadora Giuntini A Production of Fattoria Vittadini In collaboration with Scuola Mohole Progetto finanziato nell’ambito del PNRR– Next Generation EU FLUX VR EXPERIENCE Programmer Alessandro Pregnolato | Isadora Giuntini (Real Again) Project Manager Enrica Paltrinieri Project Coordinators | Art Directors – Elena Accenti | Giulia Ferrando | Alessandro Galimberti | Enrica Paltrinieri Characters & Concept Art Supervisor Gloria Martinelli Preproduction creatures animation Supervisor Cristian Neri

I’M NOT A HERO (di e con Faustino Blanchut e Kevin Blaser)

Non siamo eroi. Non indossiamo tutine attillate, con mantelli svolazzanti nella dolce brezza e non spicchiamo il volo saltellando da un grattacielo all’altro. Ma che cos’è un eroe e perché non lo siamo? È questa la domanda a cui provano a rispondere Faustino Blanchut e Kevin Blaser nel loro spettacolo. La narrazione è inframmezzata, sospesa tra la ricerca di una sedia in mezzo al pubblico e una tanica di benzina ricolma d’acqua che a intervalli regolari viene svuotata sul telo cerato nero che riveste lo spazio concentrico designato a palcoscenico. Un uomo sta pescando in riva a un fiume. Fa freddo, piove, e non sa come trovare della legna asciutta per cucinare la trota che ha appena pescato, quando intravede un uomo sotto il ponte. Non sa nulla di questa persona, eppure in sé nasce l’impulso di condividere il pescato con lei, di invitarla a casa. Dall’altra parte, l’individuo sotto il ponte era partito di casa con l’intento di andare all’avventura, e si era trovato senza soldi per prendere un biglietto del bus per rientrare. Si avvicina per chiedergli cinque euro. Se ne trova cinquanta in mano. Scatta l’incomprensione, e il pescatore ritorna a casa con la consapevolezza che il suo moto compassionevole è stato oggetto di un raggiro, mentre il vagabondo è furibondo per non essere riuscito a farsi capire, nell’illusione di aver trovato un’anima affine. O forse, nulla di tutto questo è accaduto, e i due non si sono mai parlati, per una mancanza di coraggio reciproca nel rivolgersi la parola. Costante è l’interazione con gli spettatori, disposti circolarmente rispetto alla scena, e che in qualche modo sono costretti a relazionarsi con i performer e tra loro, anche solo per scusarsi di aver urtato il vicino. Blanchut e Fraser riportano al teatro quel senso di condivisione che gli appartiene e che ancora oggi spinge gli spettatori a sedersi in sala. E magari non ci sogneremo di portare il nostro vicino di posto a casa nostra, o a chiedergli dei soldi, ma forse, questa volta, gli domanderemo che cosa sia per lui, un eroe. (Letizia Chiarlone)

Visto al Teatro della Tosse. Festival Resistere e Creare CREDITI Di e con Faustino Blanchut e Kevin Blaser Regia: Antoine Zivelonghi Musica: Cedric Blaser Disegno luci: Marzio Picchetti Scenografia e Costumi: Amelia Prazak Produzione: Fluctus Coproduzione: PREMIO – Premio d’incoraggiamento per le arti sceniche, LAC Lugano Arte e Cultura Con il sostegno di: Repubblica e Cantone Ticino DECS, Percento Culturale Migros, Stanley Thomas Johnson Stiftung, Città di Lugano, Fondazione degli artisti interpreti SIS, Oertli Stiftung,La Mobiliare, Jürg George Bürki-Stiftung Residenze di creazione sostenute da: Fabriktheater – Rote Fabrik, Accademia Teatro Dimitri, Fondazione Claudia Lombardi per il teatro, Théâtre du Loup, Gessnerallee, Kaserne Tournée all’estero sostenute da: Pro Helvetia – Fondazione Svizzera per la C Partner di distribuzione da: Zona’B Premi e riconoscimenti: Progetto vincitore – PREMIO – Premio d’incoraggiamento per le arti sceniche 2023

QUIVER (di Lara Guidetti)

Codici a barre sui blazer incolore, braccia ricoperte di nero catrame e, tutto intorno, una distesa di gabbiani inerti sul tavolato duro del palcoscenico. Sono posticci, senza ombra di dubbio, ma nella piega innaturale del collo, nelle ali schiuse intorno ai loro corpicini piumati, c’è del tragico. La tragedia di essere solo un numero, una vittima nel ventre di una grande macchina che divora, annienta. I performer si esibiscono per noi, investono tutte le loro forze ed energie per compiacerci, sedurci. Scendono dallo stesso palco e ci ringraziano, ad uno ad uno, per essere lì, per dar loro da mangiare. Matrici anche loro, piccole rotelle che si incastrano in un meccanismo più grande di quanto sia possibile concepire a occhio nudo e che, girando, muovono quel grande corpo ormai meccanizzato che è lo spettacolo dal vivo. La logica che vige è all’apparenza molto semplice: mercifichi la tua arte, e mangerai, nutrirai il mostro che forse ti ricompenserà. Dalla tensione sottile dei corpi cresce un’insofferenza sempre maggiore, un’indolenza che si fa protesta. Dalla loro faretra metaforica, gli artisti incoccano una freccia e la spediscono lontano. Non importa la direzione, se andrà a segno o meno. Ciò che conta davvero è che il loro gesto sia chiaro, la traiettoria ben visibile, che siano state proprio le loro, quelle mani unite nel gesto, a scoccare la freccia. Il progetto di Lara Guidetti, nato dalla collaborazione con la compagnia Sanpapié e l’Improdance Festival di Istanbul, conosce un fallimento parziale, dovuto all’impossibilità dei danzatori selezionati di superare barriere burocratiche e giungere in Italia in vista della prima nazionale. Ma è da quell’impedimento che scaturisce il tema portante, la libertà di circolazione limitata delle persone che, rispetto a un’anonima merce prodotta in serie, restano ancorate alla terra da una serie di vincoli. Su una spiaggia ipotetica, i performer dispongono i corpi delle gabbianelle in fila. Riprendono a ringraziare il pubblico, che li soffoca con il fragore degli applausi. In fondo fa scomodo, udire il prezzo dell’arte. (Letizia Chiarlone)

Visto al Teatro della Tosse Festival Resistere e Creare. Regia e Coreografia Lara Guidetti Danza Gabriel Interlando, Erika Di Mauro, Tejaswini Dilip Loundo, Jesús Andrés Rea López Assistente alla coreografia e consulente creativo Fabrizio Calanna Elaborazioni sonore e musiche originali Marcello Gori e scene Maria Barbara de Marco Assistente costumi e scene Cecilia Ferrero Una produzione SPaCCa/ Sanpapié Con il contributo di Ministero della Cultura Regione Emilia-Romagna – Legge Regionale 13/99 Comune di Milano – Attività di spettacolo a carattere continuativo NEXT – Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo Con il supporto di Improdance FestivalAkbank Sanat Marche Teatro Inteatro / Polverigi Festival Resistere e Creare – Fondazione Luzzati Teatro della Tosse

LO SPAZIO SICURO (di Diego Piemontese)

La legittimazione per dire o fare qualcosa davanti a un pubblico è data dall’autorevolezza che vi si esercita. Questa autorevolezza, a sua volta, è basata in parte sulla postura che si decide di mantenere. Ne Lo spazio sicuro, appena spente le luci, Diego Piemontese sceglie di mostrarci il video di un suo discorso durante l’ultimo Gay Pride milanese. Con il foglio di sala ci informa della sua transizione di genere, con il video ci parla del suo impegno politico, con le sue parole, poco dopo essere entrato in scena, si allontana dal mestiere dell’attore e si definisce, piuttosto, uno stand-up comedian. Punzecchiando con ironia le barriere tassonomiche che dividono teatro, stand-up e cabaret, Piemontese racconta la propria esperienza, prima di bambina a cui la madre chiedeva di mettere un vestito almeno a Natale, poi di ragazzo trans a confronto con l’antidiluviana amministrazione pubblica italiana. L’autore recupera dalla stand-up questo sguardo fisso su di sé, insieme al piglio sarcastico e al tono quotidiano, facendo contemporaneamente emergere l’intenzione di prendere la parola a nome di una comunità marginalizzata. D’altra parte, la varietà strutturale dello spettacolo, tra registrazioni vocali, canzoni generate con IA e grafiche disegnate con Paint, è riconducibile al teatro, ma la sua forma monologante sembra essere una soluzione innanzitutto politica, così come la volontà di comunicare un messaggio preciso, le ferme dichiarazioni di principio e la concentrazione quasi didattica sulla propria condizione, più vicine alla manifestazione di piazza. Non è un caso che lo spettacolo si apra e si chiuda con il Pride. A partire da quel contesto e da quel corpo, Piemontese costruisce il suo spazio sicuro. Si spiega così la postura anti-teatrale assunta all’inizio: è quella di chi si espone innanzitutto come testimone e trova nel rifiuto del finzionale la sua legittimazione a intervenire in pubblico. (Matteo Valentini)

Visto al Teatro Linguaggicreativi all’interno della rassegna “Un disperato entusiasmo”. Drammaturgia e regia di Diego Piemontese, con Diego Piemontese, assistente alla regia Fabrizio Paganini, riprese di Leo Ferrari, Isabella Balestri, Diego Piemontese, foto in locandina di Matilde Villa. Progetto Speciale Indagine Milano 2024. Prodotto da Mare Culturale Urbano in collaborazione con MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer. Si ringraziano per la collaborazione il circolo Lato B Milano e tutte le voci prestate al progetto.

IL TEATRO POSTAGGIO DA UN MILIONE DI DOLLARI (di P. L. Pisano, regia G. Liliù)

Il Teatro postaggio da un milione di dollari è uno spettacolo di cui francamente non si comprende l'urgenza e lo scrivo consapevole del rischio memificazione di queste parole in una delle prossime repliche. È andato in scena al Teatro Basilica, all’interno della rassegna di Pallaksch (la compagnia produttrice) e l'intento sperimentale del progetto è quello di lavorare attorno al teatro digitale facendo cortocircuitare il ”palcoscenico” del nostro smartphone e quello fisico del teatro. Si sta tutti insieme in platea infatti ma con gli smartphone attivi su un gruppo Telegram (si veda il radicalissimo esempio di Babilonia Teatri di qualche anno fa). La trama vorrebbe La guerra di Goldoni, tra telefono e palcoscenico, ma qualcuno si mette di traverso e sullo schermo comincia ad apparire di tutto, una guerra appunto: immagini, meme, video, battute. Buona parte del pubblico ride, io combatto quasi sempre con la noia: anche gli attori e le attrici, quando sono in carne ed ossa in scena devono comunque sottoporsi alla macchinosa pratica di fotografarsi e inviare al gruppo le immagini rappresentando così le scene goldoniane come in frammenti da fotoromanzo. Tutto distrugge tutto, il demenziale si mangia qualsiasi cosa quando alla platea viene lasciata la possibilità di rispondere alla pioggia di meme, ma la risata vera si smorza in gola. Nello spettacolo scritto da Pier Lorenzo Pisano e diretto da Giacomo Liliù (selezionato da Residenze Digitali 2023 e andato in scena anche a Ref24) non si va oltre la meta riflessione e non basta il tentativo del suggestivo monologo finale recitato dal regista in mutande sul palcoscenico; qui la scrittura di Pisano, finalmente sfruttata nelle sue migliori qualità, riflette sulla fine del pianeta terra. Il canale telegram rimarrà aperto anche dopo la fine accogliendo ulteriori input (e qualche critica velata o meno), ma tutto ha la densità del chiacchiericcio social, non si va oltre il rumore bianco, e invece sarebbe arrivato il momento di trovare i modi per costruire nuovi immaginari. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Teatro Basilica:ideazione, curatela performativa Giacomo Lilliù curatela drammaturgica Pier Lorenzo Pisano cast attoriale (in rotazione) Federica Dordei, Lorenzo Guerrieri, Giacomo Lilliù, Arianna Primavera, Daniele Turconi cast memetico (in rotazione) Giulio Armeni, Davide Palandri, Piastrelle sexy, Daniele Zinni, Loren Zonardo produzione: Pallaksch progetto realizzato con il sostegno di Inteatro Residenze, Gruppo della Creta

BABY REINDEER (di R. Gadd, con F. Mandelli, regia F. Frangipane)

La semplicità con la quale possono svilupparsi delle dinamiche tossiche nelle relazioni è, tra gli altri, il nervo che si scopre nell’ascoltare il monologo Baby Reindeer/Piccola Renna, scritto da Richard Gadd a partire da un fatto biografico e poi da lui interpretato nel 2019 all’Edinburgh Fringe Festival. Nel suo adattamento andato in scena al Teatro Argot Studio, il regista Francesco Frangipane sceglie come protagonista Francesco Mandelli che proprio su questa semplicità, ingenua e inconsapevole, costruisce un personaggio puro, credibile nei venticinque anni del protagonista. Già in scena, mentre il pubblico prende posto, l’attore è seduto su uno sgabello mentre scrolla lo schermo del cellulare, e “inquadrato” nel parallelepipedo di Francesco Ghisu, uno spazio illuminato nelle sue linee e angoli con a lato due insegne, quella del bar a destra, e della polizia a sinistra. Dal primo incontro con Marta, fino al finale, assistiamo all’ineluttabilità degli eventi e a come questi vengono elaborati da Mandelli nei panni di Donny. Sneakers, jeans, camicia a quadri, spalle contratte, occhi vivaci ma tristi, una gestualità ridondante che, proprio come i ventenni, cerca di legittimare con il corpo i suoi racconti, con il giusto straniamento e spontanea inconsapevolezza di chi non si aspetterebbe mai di venire adescato da una stalker dopo averle offerto una tazza di tè. Seguiamo l’avvincente parabola dei fatti che, seppure nella complessità tematica di un monologo di un’ora e mezza, possiede dinamismo e sorpresa, fascino e inquietudine e dimostra quanto la denuncia di atti simili venga più volte svilita da organi che dovrebbero essere preposti alla sicurezza. Più della serie di Netflix, questo adattamento, sia dal punto di vista interpretativo che registico, fa emergere, anche attraverso le incursioni video delle testimonianze di amici e familiari, la crudele coincidenza che accade quando a incontrarsi sono due persone socialmente ferite, l’una abusata, l’altra abusante, che forse però hanno bisogno l’una dell’altro. (Lucia Medri)

Visto al Teatro Argot Studio: di Richard Gadd, con Francesco Mandelli, regia Francesco Frangipane, traduzione di Massimiliano Farau, scenografia Francesco Ghisu, disegno luci Giuseppe Filipponio, costumi Eleonora Di Marco, aiuto regia Antonio Nicita, Musiche originali dei BIRAMBO – Angelini/Rondanini/Lazzarotti con Tenshi e Andrea Pesce, la voce di Marta è di Barbara Ronchi, e con l’amichevole partecipazione di Luigi Diberti, Arcangelo Iannace, Michela Martini, Fabrizia Sacchi, Omar Sandrini e Silvia Siravo, una produzione Argot Produzioni, Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito, Nidodiragno/CMC produzioni, foto Manuela Giusto

OLTRE LE NUVOLE, IL CIELO (di Gabriele Cicirello)

Gate di un aeroporto: sei persone sono in attesa di imbarcarsi, quando un blackout fa piombare lo spazio e il tempo in un inverosimile e claustrofobico stallo, e si fa buio. O forse luce? L’impossibilità di seguire il flusso frenetico degli impegni permette ai sei, a turno, come fossero tutte e tutti nel loro personale sogno lucido, di dare espressione ai loro traumi: all’apertura di ogni valigia corrisponde così un mondo sommerso, sistemato ordinatamente (come i Tupperware di vetro o il velo da sposa) che viene svuotato. Quelle di Oltre le nuvole, il cielo visto allo Spazio Diamante, sono storie di sopraffazione e bullismo, di desideri inesauditi, di violenza ma anche di nostalgia e di famiglie, raccontate coralmente da Eleonora Cerroni, Alice Generali, Valentina Lamorgese, Antonio Muro, Michele Ragno e Beatrice Vento. La meticolosa grazia di Michele Ragno apre lo spettacolo e incide con sobrietà sulla prova attorale dell’intero cast riequilibrandola con nitore: le sue battute sono dette con nettezza nelle sfumature ironiche, la gestualità, soprattutto all’inizio, è magnetica, e la postura non è mai scomposta. La successione dei soliloqui possiede un ritmo complesso, a volte fatto di tempi lunghi e silenzi, altre di caos, e ciascuna scena è “colorata” da oggetti appartenenti a quella storia e a quel personaggio. I toni interpretativi tendono invece a sporcarsi nei picchi drammatici, tanto da eccedere nell’affresco di un Sud stereotipato, e gridato, già diventato di maniera. Gabriele Cicirello, autore e regista, riconoscibile anche per alcuni ruoli nel cinema e nelle serie tv, afferma nelle note che la sua è «la volontà e il desiderio di lanciare allo spettatore dei messaggi che possano lasciare dei residui sui quali riflettere». Se però poi, verso il finale, è lo spettacolo stesso ad affidare a uno dei personaggi lo "spiegone" di quanto è stato visto finora, perché il pubblico dovrebbe allora credere a un teatro che in questo modo fa vacillare il patto che vige tra la platea e il palcoscenico? È proprio in quei «residui» che sta la relazione, in quello che viene disseminato, e non spiegato, e che prescinde, anche, dalle finalità registiche. (Lucia Medri)

Visto allo Spazio Diamante: scritto e diretto da Gabriele Cicirello, costumi Giulia Santoro, aiuto regia Irene Paloma Jona, con Eleonora Cerroni, Alice Generali, Valentina Lamorgese, Antonio Muro, Michele Ragno e Beatrice Vento, produzione Beat Switchlab, foto Chiara Quartararo

AMOROSI ASSASSINI. Una commedia che (non) fa ridere (di Valeria Perdonò)

Il 4 luglio 2006 Francesca Baleani è vittima di un tentato femminicidio, premeditato dall’ex marito Bruno Carletti. I fatti legati al drammatico evento, racchiusi insieme ad altri casi di cronaca nel libro Amorosi assassini. Storie di violenze sulle donne (Laterza), costituiscono il motore da cui prende avvio il progetto di Valeria Perdonò. L’autrice e regista si sofferma su due aspetti che differenziano nettamente la storia di Francesca dalle altre: innanzitutto l’esito della vicenda, perché la donna riesce fortuitamente a sopravvivere, e poi la provenienza sociale, colta e altolocata, dell’aggressore, direttore del Teatro comunale di Macerata. Grazie anche alla collaborazione del Centro Antiviolenza NON DA SOLA di Reggio Emilia, Amorosi assassini ha visto, negli anni, diverse rivisitazioni, frutto di aggiornamenti costanti. Ne nasce un’indagine accurata che tiene conto delle origini e delle ricadute culturali degli stereotipi femminili nella storia e nella società, amplificandone interrogativi e urgenze. Perdonò, anche interprete, infonde forte slancio performativo ai corpi e alle voci che attraversa: agli istanti drammatici vissuti da Baleani, alle poesie di Alda Merini e di Rosita Vicari, alle dissertazioni filosofiche di Esiodo, Simonide, Aristotele, alle canzoni, finanche alle vicissitudini e ai paradossi giudiziari. A condividere con l’attrice la scena dello Spazio Diamante è il musicista Giacomo Zorzi, con il quale Perdonò mette in scena un ironico duello tra i sessi, che ne illumina infine la bellezza della diversità. L’alternarsi tra il dentro e il fuori rispetto al centro propulsore del racconto principale ne ridefinisce, ogni volta, in maniera netta, i contorni di realtà. Ma sono i momenti nei quali la tessitura drammaturgica intreccia le corde del reale con una scrittura più originale e poetica quelli dove ci piacerebbe addentrarci maggiormente. Come il monologo della donna che non ha paura di esporsi, rispondendo al grido di aiuto che proviene dalla finestra in alto, dove la luce è sempre accesa, e dove la violenza si trasforma in gelo affettivo: «Erano le due di notte, a Milano. Era giugno, ma faceva un freddo assurdo». (Giusi De Santis)

Visto allo Spazio Diamante. Di e con: Valeria Perdonò; Tastiere & live electronics: Giacomo Zorzi; Art director: Federica Restani | in collaborazione con Asterlizze; Si ringrazia: ARS Creazione e Spettacolo.Nel 2014 e nel 2025, lo spettacolo è stato adottato da Unimore Modena e Reggio Emilia in collaborazione con ERT Emilia Romagna Teatro.

LA GUERRA SVELATA DI CASSANDRA (di S. Ventura, regia A. Pizzech)

Un quadrato luminoso delimita lo spazio scenico: una linea di demarcazione netta, inviolabile, a segnare un confine tra la menzogna e la verità. Al suo interno, una donna è intenta a consumare un pasto da un lunch box in plastica, ma i suoi gesti sono interrotti dall’incedere pervasivo di suoni che la costringono all’urgenza della parola. Interpretata da un’intensa Gaia Aprea, Cassandra espone al nostro sguardo la sua solitudine e il vuoto dilagante, che «non è assenza di niente, ma dolore», sentimenti esplorati nella scrittura drammaturgica di Salvatore Ventura ne La guerra svelata di Cassandra, per la regia di Alessio Pizzech. «Immagino che voi vogliate sapere la mia storia»: la narrazione di Cassandra è incalzante, a tratti reiterata, e cadenzata dalle composizioni sonore di Dario Arcidiacono, che ne traducono angosce e presagi. A rivelarsi, tuttavia, poco funzionali - soprattutto nel creare un’aderenza al reale, una connessione con il presente, pur auspicate nelle note autoriali e di regia - sono alcune scelte stilistiche, di cui ravvisiamo un’incertezza compositiva nel tentativo di perseguire una condensazione di linguaggi, che avrebbe richiesto maggiore armonia, forza e tridimensionalità. Cassandra, la profetessa inascoltata, figlia di Ecuba e di Priamo, re di Troia, attraversa memorie personali, ricercandone - nel gesto convulso di frugare nelle tasche - l’appiglio alla contemporaneità, ma non bastano gli elementi scenografici a evocarla. Cassandra dispone di un telecomando e offre al nostro sguardo immagini di città devastate dalla guerra; sullo stesso schermo, coperto da un drappo ricamato, proiezioni in bianco e nero mostrano il corpo di un giovane Enea (Giovanni Boni). Una bara bianca, infine, su cui campeggia una colorata corona di fiori, è lo spazio dove si compie il racconto della tragica morte di Cassandra avvenuta, insieme a quella di Agamennone, per mano di Clitennestra. «A che serve raccontare una storia?». Che avrebbe potuto farsi «corsa di pura gioia» in un viaggio illuminante tra i secoli. (Giusi De Santis)

Visto allo Spazio Diamante. Con: Gaia Aprea; Di: Salvatore Ventura; Musiche: Dario Arcidiacono; Contributi video: Andrea Montagnani; Voce Enea: Tommaso Garrè; Corpo di Enea: Giovanni Boni; assistente alla regia: Adriana Mangano; Regia: Alessio Pizzech; Produzione: Nutrimenti Terrestri e Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali in collaborazione con Mithos Troina Festival

ARLECCHINO NEL FUTURO (di Mariano Dammacco)

Questo spettacolo vive di un’antinomia straordinaria: Mariano Dammacco decide di parlare di futuro e fantascienza attraverso la più classica delle maschere della Commedia dell’arte, Arlecchino. Il bergamasco col costume di toppe colorate spunta fuori da una capsula e si ritrova sulle passerelle di legno della sala Thierry Salmon dell’Arena del Sole di Bologna dove, in un vero e proprio prologo, spiegherà di essere portavoce di una storia ambientata 100 anni dopo. Non manca la spietata ironia all’autore nel descrivere l'Italia delle grandi mutazioni climatiche: Bologna e le sue torri in riviera, Venezia sarà smontata pezzo per pezzo e ricostruita a Dubai, il cielo infuocato per le temperature disumane; tutti vogliono andare a vivere sulla luna, ma in pochi possono. Lo racconta il corpo di Serena Balivo, un Arlecchino dai gesti calcolatissimi e dalla voce come sempre ricca di modulazioni. Sorprendente Marichiara Falcone, anche lei è Arlecchino, in realtà le due si scambiano più ruoli e si confondono interpretando quelli del vecchio, dell’androide e del giovane. In questo futuro da incubo climatico, tutto rappresentato in Commedia dell’Arte, Arlecchino lavora in un negozio dove si vendono robot domestici, alcuni con fattezze talmente umane che non si riconoscono - qui facilmente si potrebbe leggere in filigrana il riferimento al romanzo di Dick o al film Ridley Scott. Il nostro eroe, sempre affamato come tradizione richiede, e con un divertente bagaglio di lazzi, pensa bene di sostituirsi a uno degli androidi per poter andare a vivere sulla luna con il giovane acquirente. Riuscirà il simbolo dell’ingenuità ma anche della scaltrezza teatrale a raggiungere il romantico satellite? Sicuramente riuscirà a mandare un messaggio ai nostri giorni: fate di tutto per salvare Arlecchino, affinché non abbia bisogno di andare sulla luna, perché possa rimanere su questa terra. E si capisce anche un certo pessimismo di Dammacco nel prefigurare un triste epilogo per il nostro, perché a vedere gli esiti della COP30 di questi giorni sarà difficile aspettarsi nel futuro qualcos’altro che non sia quel cielo infuocato. (Andrea Pocosgnich)

Visto all'Arena del Sole. Ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco con Serena Balivo e Mariachiara Falcone scene Mariano Dammacco e Gioacchino Gramolini maschere realizzate da Renzo Sindoca e Leonardo Gasparri, collaborazione alla drammaturgia Gerardo Guccini musiche originali Marcello Gori, scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT, responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini, costruttori Tiziano Barone, Sergio Puzzo, Veronica Sbrancia, Leandro Spadola, scenografe decoratrici Benedetta Monetti con Alice Di Stefano, Bianca Passanti, Martina Perrone, direttore tecnico Massimo Gianaroli, sarta realizzatrice e di scena Eleonora Terzi produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, foto di Matilde Piazzi

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