Cordelia - le Recensioni

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CAPITOLO XV (coreografie di Jill Crovisier e (La)Horde)

Aprire il repertorio di una compagnia a brani di compositori europei anche stilisticamente lontani, pure con un importante sforzo produttivo, significa essere all’altezza di un sistema distributivo che si vorrebbe virtuoso, ossia capace di intercettare e sostenere tanto coraggio. Ma significa anche sprovincializzare il sistema italiano di programmazione della danza, ancóra troppo affezionato (in modo improvvido e superstizioso) a quei soliti quattro nomi stranieri che riempiono le sale, ma che tra qualche decina d’anni manco sentiremo più parlare. E intanto spettatori allevati e nutriti a poverissimi vocabolari di movimento, e a impianti luci sempre stellari o cinescenografie ingombrantissime, non sapranno riconoscere altro che queste puttanate di niente da film della Marvel. È quindi encomiabile la scelta di Equilibrio Dinamico Dance Company, diretta da Roberta Ferrara di festeggiare in anteprima assoluta al Teatro Piccinni di Bari i suoi primi 15 anni di attività aprendo un nuovo capitolo acquisendo in repertorio: Mahala Landscapes di Jill Crovisier (2022) e Avant les gens mouraient, rework del collettivo francese (La)Horde del 2014. Il primo lavoro della coreografa lussemburghese a suo tempo nasce come site-specific ma qui è proposto in una nuova versione su palco, e si adatta benissimo soprattutto perché interpretato da un gruppo di otto danzatori straordinari, perfettamente sincronizzati su un’idea di presenza e di gruppo coeso ma capace di mantenere intatte le diverse individualità. Il brano di (La)Horde è forse uno dei più riusciti (e dei meno retorici) dell’acclamatissimo e ormai mainstream collettivo francese. In scena ci sono ben quindici interpreti, tutti provenienti dai progetti formativi della compagnia barese. La scena esplode, tra interventi corali street dance e assoli in free-style tutti da togliere il fiato. Le musiche dei due lavori sono divergenti, ma sempre al servizio della composizione coreografica: mai didascaliche o piegate a creare atmosfere. Sono invece dei veri e proprî motori acustici, capaci di generare la composizione e il movimento stesso dei performer. (Stefano Tomassini)

Visto al Teatro Piccinni People used to die, (LA)HORDE Rework 2025 for Equilibrio Dinamico Dance Company Marine Brutti, Jonathan Debrouwer, Arthur Harel, Céline Signoret Direction and Choreography Guillaume Rémus Music (original score) Céline Signoret Rework tutor Edgar Scassa Jumpstyle & Hakken contributor Silvia Sisto Rehearsal assistant Roberta Ferrara Artistic Director Equilibrio Dinamico Vincenzo Losito Executive producer / tour manager Pierre Marcadé & Pénélope Biessy (LA)HORDE – The Master’s Tools Production Andi Walker Costume Designer Lighting Designer TBD Danzatori Equilibrio Dinamico Dance Company

CAPELLI M. SI DESTA UN MATTINO DA SOGNI INQUIETI (di Luisa Casasanta)

Luisa Casasanta e Arianna Battilana si sono prese la responsabilità, teatrale, di creare una contronarrazione degli stupri, puntando il dito, in questo caso il microfono, contro l’abuso comunicativo di un abuso fisico. L’intento registico e attoriale di Capelli M. si desta un mattino da sogni inquieti visto a Fortezza Est sembra essere proprio scaturito dal rabbioso disgusto verso una morbosità, una pornografia della violenza che genera altrettanta violenza. La storia di M. stuprata perché ubriaca durante una festa di paese in onore di Santa Maddalena è una storia ordinaria, collocata nel Sud pugliese, dauno per l’esattezza e, come tante altre storie, inizia con una ferita singolare e finisce con quella stessa ferita che si allarga e si conclama come sociale. Attraverso un gioco duale di scissione in più personaggi (il dottore, la madre, l’amica, il padre, la gente del paese), interpretati da entrambe le attrici vestite solo con una sottoveste e calzini, viene rappresentata quella frammentazione identitaria che vive ogni vittima. Il linguaggio scenico è esplicito, meschino anche, come quello del popolo, e invadente, come quello giornalistico ma ribolle anche di una carnalità sofferente e tarantolata che acquista una sua voce attraverso il canto, il suono del tamburello e la poesia. C’è anche una volontà di esaltazione e fuga sostenuta da tutte quelle allusioni poetiche e visionarie che fanno da contraltare alla realistica crudeltà in cui è piombato il pubblico. Lo spettacolo sceglie di trattare una tematica scomoda affrontandola impunemente col rischio anche di infastidire chi guarda e ascolta; in fondo il presupposto da cui parte la scrittura è quello di decostruire una narrazione insopportabile, e di questa insofferenza si caricano entrambe le attrici restituendoci una presa di posizione furiosa e indomabile. (Lucia Medri)

Visto a Fortezza Est: Scritto, diretto e interpretato da Luisa Casasanta, con Arianna Battilana, Musiche Mark Meccoli, Produzione Sante di lana, Co-produzione Tieffe Teatro/Teatro Menotti. Foto di Nadia Forghieri

MISURA PER MISURA (regia di Giacomo Bisordi)

Misura per Misura è una commedia problematica (problem play): ogni battuta racchiude la libertà nel vincolo, il vizio nella virtù, il desiderio nella repressione ma per questo è diletto per chi si cimenta nella scrittura e nella regia. Giacomo Bisordi lo ha riportato in scena al Teatro India e si è divertito a osare riempiendolo di, troppi, segni registici non tutti drammaturgicamente chiari. Lo fa dall’inizio, sia coi titoli di testa accattivanti proiettati sullo schermo intervallati alle riprese dei funerali di Papa Francesco, sia con un montaggio alternato tra video e palco in cui il voice over è affidato alle confessioni/interrogazioni di una prostituta. A Vienna, il mercimonio dilaga e il Duca (Dimitri Galli Rohl) decide di affidare il suo incarico di vigilanza sui costumi dissoluti al vicario Angelo (Arne De Tremerie) che in nome della legge mette a morte Claudio (Edoardo Raiola) per aver messo in cinta Giulietta. La sorella novizia di Claudio (Vanda Colecchia) viene spinta da Lucio, amico di Claudio (Francesco Russo), a chiedere al vicario la grazia per il fratello. Angelo, invaghitosi di Isabella, è disposto a concedergliela in cambio della sua verginità. Il cast, a cui si aggiungono Michele Lisi e Irene Mantova, è ancora in rodaggio da debutto ma si destreggia nell’interpretazione funambolica dei diversi registri, arrivando addirittura alla pantomima e poi al metateatro verso il finale. Gli ultimi due atti sono ancora farraginosi, nel quarto e quinto la direzione di Bisordi si fa bulimica e decentrata sfibrando la dialettica tra la sexworker romana del 2025 nel video (Miruna Cuc) e la prostituzione nel Seicento del plot, e perdendo di vista il tema cardine: l’eterno equilibrio tra legge e giustizia. L’adattamento sembra infatti incagliarsi in un un’attenzione prolissa verso il testo originale che, al contrario, è stringato e definitorio, abbandona la ridondanza compiaciuta e cesella la complessità in una sequenza di dialoghi agili e incalzanti. (Lucia Medri)

Visto al Teatro India, Teatro di Roma: di William Shakespeare, traduzione e riduzione Chiara Lagani, regia Giacomo Bisordi, con (in o. a.) Vanda Colecchia, Arne De Tremerie Dimitri Galli Rohl, Michele Lisi, Irene Mantova, Edoardo Raiola, Francesco Russo e in video Miruna Cuc. Foto di Manuela Giusto

COME FANNO LE ARAGOSTE (Lesibù)

Situazione di partenza di Come fanno le aragoste, spettacolo firmato Lesibù allo Spazio Diamante: Sole e Nora aspettano in un Autogrill presso Roma una ex compagna di scuola, Nina, che non vedono da 15 anni; devono partire per un baby shower in Lombardia di una coppia formata da altri due ex compagni. Sole (Giulia Fiume) è una dirigente d’azienda, dura e razionale; Nora (Francesca Anna Bellucci) una influencer divenuta tale perché vedova e che ora si occupa di make-up, svampita e un po’ labile nelle relazioni; Nina (Lara Balbo) – un tempo sovrappeso e ora magra, ma incinta – è una counselor spirituale, una fricchettona che inala psicotropi e predica amore libero. Il punto di raccolta, l’Autogrill, è rappresentato dall’auto per il viaggio, una struttura metallica che la simula attraverso i fari, che ha un retro rotante con tre bagni sporchi e ricoperti di scritte. È lì che le due vedranno arrivare la terza, nel luogo che diventerà magicamente – e incomprensibilmente – teatro di tutti i risvolti successivi: i litigi per il bullismo di un tempo, le invidie antiche, scontri mai affrontati né sopiti. Eppure, si dovrebbe andare. Ma c’è sempre un motivo per non partire: una ruota bucata, uno svenimento, una telefonata improvvisa. Molti saranno gli snodi della trama che porteranno le tre a rivivere il passato e scontrarsi con un presente di segreti e bugie. Fin qui tutto bene. Ma oltre quanto detto c’è davvero poco altro. Nel testo regna una confusione che rivela subito buchi ampi di drammaturgia, incongruenze in sequenza che la comicità ricercata dei dialoghi – che guarda verso la nuova comicità social dei vari Angioni, Le Coliche, Michelini, Redini, Balducci – non permette di dimenticare; la regia vive dello stesso caos, impacciati i movimenti, intangibile lo spessore dei tre personaggi che risultano un tratteggio di superficie. Lesibù – firma delle tre autrici, attrici, registe – compone uno spettacolo al limite con l’amatoriale, troppo leggero, al punto che infatti vola subito via. Il pubblico in sala ride, ride molto. Ne prendo atto. Ho pure controllato: nessuno è passato a fare il solletico in platea. (Simone Nebbia)

Visto allo Spazio Diamante. Crediti: con Giulia Fiume, Francesca Anna Bellucci, Lara Balbo; assistente alla regia Elena Cozzi e Giorgia Perelli; scene Fabiana Di Marco; costumi Mara Gentile; foto Pino Le Pera; post produzione audio Lorenzo Metelli e Davide D’angelo; testo e regia Lesibù

LA CITTÀ DEI VIVI (regia Ivonne Capece)

Nel 2022 Nicola Lagioia pubblica per Einaudi La città dei vivi, piuttosto che un romanzo un resoconto finemente documentato e narrato (alla maniera di Emmanuel Carrère) del brutale omicidio di Luca Varani, massacrato apparentemente senza motivo da due coetanei sotto l’effetto di droghe, deliri dell’ego, pressione sociale. Lo spettacolo omonimo con la regia e l'adattamento di Ivonne Capece, nel teatro da lei diretto, ci tiene a distanziarsi dalla cronaca: un lungo messaggio ci avverte che questa è un’opera di finzione, quasi un apologo. In effetti i personaggi, ridotti ai tre ragazzi e a un attore più adulto che interpreta i tre padri, somigliano a quelli “in cerca d’autore” di Pirandello, portatori di una tragedia che non ammette vera redenzione. Accanto a un frigorifero e una lavatrice, come nel magazzino di un museo si affastellano frammenti di statue classiche, unico simulacro (oltre alla cadenza degli attori, più o meno pura) di quella “Roma da bere” maledetta e decadente, nel libro accolta come uber-personaggio. Sulle statue verranno proiettate in videomapping le figure degli Altri (fidanzate, amici, comunità di quartiere), che fanno da coro sboccato in questa moderna tragedia su violenza, colpa e aporia giovanile. La condensazione permette di far risaltare, nel campo di un testo forse troppo verboso, perle di saggezza che riescono fino a un certo punto a evitare la retorica. Espressa al massimo volume di rabbia e disperazione (che ha sulle orecchie l’effetto stordente di una droga) la vincente scelta epica va poi sfaldandosi nel blocco conclusivo, quando l’ingegnosa scelta di alludere senza mostrare e di trattare la violenza come una peste interna cede alla tentazione di mostrare (mimare?) sia la frenesia da cocaina che l’efferato delitto. Nelle premesse e nel primo svolgimento l’operazione brilla per chiarezza e coerenza compositiva, ma giocare in teatro la partita con il realismo – soprattutto quando c’è di mezzo sesso e/o violenza – è un compito davvero arduo, qui quasi spericolato, di cui non ci resta che apprezzare il coraggio. (Sergio Lo Gatto)

Visto al Teatro Fontana, novembre 2025. Crediti: Liberamente tratto dal romanzo di Nicola Lagioia; regia, video e adattamento drammaturgico: Ivonne Capece; Interpreti: Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi, Cristian Zandonella; Interpreti in video: Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té, Samuele Finocchiaro, Stefano Carenza, Pietro Savoi, Lorenzo Vio, Ioana Miruna, Penelope Sangiorgi, Barbara Capece, Luigi de Luca, Pietro Gennuso, Giuseppina Manaresi, Olmo Broglia Anghinoni; scene: Rosita Vallefuoco; assistente alla scenografia: Michele Lubrano Lavadera; videomaking e regia video: Ivonne Capece; costumi e concept visivo: Micol Vighi; sound designer: Simone Arganini; assistente alla regia: Micol Vighi

NICO, DESERTSHORE_STUDIO (di e con Giovanfrancesco Giannini)

Ha debuttato nella rassegna Körperformer, ideata da Gennaro Cimmino nel 2017 per fare spazio «ai giovani coreografi campani e alle loro nuove visioni», alla sua ottava edizione, la rassegna torna come ogni dicembre al Teatro Sala Assoli, nel cuore dei Quartieri Spagnoli di Napoli. Si tratta di Nico, Desertshore_Studio di Giovanfrancesco Giannini in scena con Roberta Racis: è un lavoro che ruota attorno ai temi e ai mondi complessi, anche oscuri, di Nico. Ad alcuni brani di questo incredibile album del 1970 della iconica cantante tedesca (pseudonimo di Christa Päffgen, 1938-1988, nonché attrice e modella) si aggiunge il sound, efficacissimo, di F. De Isabella. Racis è già in scena, seduta a terra assai vigile e dentro un mood lento, capace di costruire lo spazio (il pubblico è sui quattro lati) ma non per il nostro sguardo: è uno spazio interiore, che accoglierà fra poco Giannini, in una temporalità consimile ma non coincidente. Sembrano cercarsi seppure restano distanti: qui non ci sono significati da inverare, né storie da riconoscere, basta solo farsi immergere in questo lento flusso caleidoscopico di musica e presenza. Tutto è austero, essenziale, anche allusivo eppure ipnotico: in perfetta linea con l’estetica musicale di Nico che non amava facili atmosfere. Senza angosce, però, né inutili inquietudini. Le due figure sembrano forse sostenere un difficile dialogo tra realtà troppo lontane, l’impossibile connessione tra solitudini troppo irredimibili. Tutto però sembra concorrere al compimento sonoro e scenico dell’arrivo finale di Janitor of Lunacy, una delle più belle canzoni di Nico, e qualcosa allora si rafforza. Forse anche lo spiraglio di un altrove in cui tale connessione può compiersi. Tanto avranno anche contato le suggestioni da La cicatrice intérieure film del 1971 di Philippe Garrel, nel quale furono inserite alcune canzoni del disco. Giannini ha un ampio spettro di valide ragioni per espandere questo lavoro che aspira a una durata meno effimera. (Stefano Tomassini)

Visto al Teatro Sala Assoli, Körperformer Concept, coreografia e regia Giovanfrancesco Giannini Performance Roberta Racis, Giovanfrancesco Giannini Sound environment F. De Isabella Direzione tecnica e light design Valeria Foti Produzione: Körper | Centro Nazionale di Produzione della danza

ANZIAN PRODIGE (di e con Luisa Merloni)

Luisa Merloni è al centro scena, con solo l’asta di un microfono eretta in mezzo alla scatola nera, che la separa dalla platea; le note di Eminem irrompono nel silenzio, anticipano il suo ingresso, vestita con una tuta sportiva blu elettrico a mimare mosse da rapper. Eccolo l’inizio di questo Anzian Prodige, che la stessa Merloni scrive e dirige, sul palco del Teatro Torlonia. E già il titolo, il cui ribaltamento sembra piuttosto eloquente, suggerisce un approccio che sarà ironico, ancor di più, autoironico, capace di mettere in contatto il corpo d’attrice e le intenzioni testuali che ne svilupperanno l’idea motrice; Merloni dunque si fa carico di sé stessa, perché questo le permetta di parlare a nome di tutte e tutti, usa il rapporto con il proprio corpo sopraggiunti i 50 anni, l’emergere dei segni dell’età che rende così insoddisfatti, l’incedere della nevrosi che fa impazzire avanti e indietro nel tempo a rimuginare del fatto che passa, il tempo, proprio mentre appunto, passa. Si pone fin da subito in dialogo con il pubblico, mostrando una ottima capacità di sostenere questa forma che guarda alla stand up comedy, ma che del teatro di parola ha invece la qualità di una composizione drammaturgica più evoluta, che metta a fuoco il tema e non lo perda mai di vista. Il racconto “esperienziale” di una donna cinquantenne che si guarda intorno ha il valore di rappresentare così sé stessa e le altre, o gli altri, perché pur trattando di temi femminili (come ad esempio l’arrivo della menopausa, i prodotti anti age, la condizione della donna nella società contemporanea), il riverbero di quanto detto investe l’essere umano come condizione universale, arrivando ad affrontare argomenti di interesse comune, come avere o non avere figli, l’eternità dell’adolescenza, “l’amore condominiale” (in risposta al poliamore o alla famiglia queer), l’elogio delle gattare come guide rivoluzionarie, infine giungendo a una scrittura visionaria molto intrigante che ipotizza lo scoppio di una guerra guidata dai centri anziani. Ecco, il ribaltamento è completo. Saremo pronti, una volta anziani, finalmente a ribellarci? (Simone Nebbia)

Visto al Teatro Torlonia. Crediti: di e con Luisa Merloni; produzione Bluemotion

A VISUAL DIARY (di Fabio Cherstich)

Dopo il debutto alla Triennale approda sul palcoscenico bolognese questa pièce sulle biografie di tre artisti newyorkesi scomparsi a causa dell’AIDS negli anni ‘90: Patrick Angus, Larry Stanton e Darrel Ellis. Come descrive già il sottotilo - A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene - tutto parte del viaggio che Fabio Cherstich ha intrapreso per avvicinarsi al corpus delle opere pittoriche di ognuno di loro e quindi alle loro vite. Storie di incontri, amori, intimità ma anche di abbandono, di solitudine, e poi ancora di riscatto. Ci vengono presentati i lavori come nell’ambito di una lezione: al centro della scena, di finissima qualità estetica, il performer siede a una grande scrivania e dietro di lui due schermi su cui scorrono foto e video. Ma troviamo anche qualcosa che mai troveremo nei libri d’arte: è una documentazione video dei viaggi di Cherstich molto accurata e dall’atmosfera intimistica. Lo vediamo muoversi nell’abitazione di Betty, la madre di Angus, in Arkansas, circondato da pareti bianche piene zeppe dei dipinti del figlio come diario della memoria. Ci racconta che è stato possibile esporli tutti dopo la morte del marito che, in profondo conflitto con il figlio omosessuale, in vita si era sempre rifiutato di conoscerne anche l’opera. Ci racconta anche del grande desiderio di Betty di mostrare la collezione, perché sia riconosciuta e del grande entusiasmo con cui ha accolto un giovanissimo studente, qual era Cherstich all’epoca, nella sua casa. E così via per gli artisti che ha scelto di raccontarci. Tutto è datato e localizzato, ogni passaggio è segnato da un clima perfettamente ricostruito nei dettagli sonori e visuali di cui è disseminata questa lecture performance che si conclude con un invito a salire sul palcoscenico e curiosare tra i cataloghi e i saggi che ha raccolto durante la vita per conoscere più da vicino l’opera di questi artisti. È un momento di condivisione che ci accompagna fino all’uscita e non può che seguirci anche fuori. (Silvia Maiuri )

Visto all’Arena del Sole, novembre 25, scritto diretto e interpretato da Fabio Cherstich, drammaturgia Anna Siccardi e Fabio Cherstich, video originali Francesco Sileo, assistente alla regia Diletta Ferruzzi, direzione di scena Sunhye Won, commissionato da FOG Triennale Milano Performing Arts Festival in collaborazione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale nell’ambito di Teatro Arcobaleno #12, foto di Luca Del Pia

PER SEMPRE (di Alessandro Bandini)

Dire, pensare, “Per sempre” ha a che fare davvero con la speranza che un amore sopravviva alla vita oppure c'è qualcosa che riguarda la forza propulsiva dell’attimo, quell’esplosione che è metallo rovente sulla pelle e che rimarrà impressa come una cicatrice? Ė incontenibile l’amore che prova Giovanni Testori per Alain Toubas, un sentimento purissimo e pieno di eros allo stesso tempo; bastano pochi minuti per capirlo, basta qualche momento di questo Per sempre, visto al Teatro delle Moline e prodotto dagli svizzeri del Lac con la regia e interpretazione di Alessandro Bandini. Uno schermo sulla destra in cui appaiono, avanti e indietro nel tempo, le date di una selezione tra le migliaia di lettere spedite dallo scrittore milanese, poco spostato sulla sinistra Bandini con i piedi puntati in terra: come se avesse i chiodi, per far esplodere l’energia tutta nella voce e nella parte superiore del corpo, l’attore è un albero e l’amore di cui parla Testori fiorisce sui i suoi rami, su tutta la sua umanissima corteccia. Dalla collaborazione con Alessandro Sciarroni, Bandini eredita probabilmente questo immobilismo statuario degli arti inferiori e l’eleganza tipica di certe apparizioni del coreografo: pantaloncini corti, lunghi calzini, la camicia bianca a quadretti, la cravatta verde; all’inizio, prima che arrivi la fatica e il sudore, c’è anche una giacca scamosciata. Un lavoro (in collaborazione con Ugo Fiore come dramaturg) che è una sorpresa incredibile, un’esplosione poetica e teatrale, una prova d’attore incontenibile che ha il coraggio di raccontare l’amore senza confini attraverso solo le lettere inviate dallo scrittore: alcune sono cortissime e contengono un saluto o informazioni pratiche altre sono esaltazioni poetiche del sentimento. Ad ascoltarle tutte si nota anche l’evoluzione del rapporto, il passaggio dal voi al tu, l’immaginario sensuale che si fa esplicito. E poi c’è l’attesa per le risposte e una sottile ironia - sulla quale amabilmente si destreggia Bandini - per il parossismo delle immagini utilizzate. È una grande corsa, di cui vediamo la fatica, fino all’arrivo dei Trionfi, in cui cui il poema esplode come un potente orgasmo. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Teatro delle Moline. testi tratti da lettere e cartoline inedite di Giovanni Testori ad Alain Toubas I Trionfi di Giovanni Testori dediche private di Giovanni Testori ad Alain Toubas ideazione, drammaturgia e creazione Alessandro Bandini con Alessandro Bandini dramaturg Ugo Fiore sguardo esterno Alessandro Sciarroni coaching Tindaro Granata consulenza spazio scenico Giulia Pastore disegno luci Elena Vastano styling Ettore Lombardi consulenza musicale Federica Furlani tecnico luci, audio e video Alessandro Di Fraia produzione LAC Lugano Arte e Cultura in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CTB Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale in collaborazione con Casa Testori, Institut Culturel Italien de Paris, La Corte Ospitale di Rubiera con il sostegno di Inteatro Residenze, Fondazione Armunia foto di Masiar Pasquali

EDIPUS. TRENT’ANNI DOPO (di G. Testori, regia F. Tiezzi)

Trent’anni dopo è il sottotitolo che accompagna il ritorno in teatro dell’Edipus di Lombardi/Tiezzi, messo in scena per la prima volta a Firenze nel 1994. «Quante volte ci siamo chiesti, dopo tanto tempo, dopo tanta vita, cosa ci direbbe ora quell’allora. Ed eccomi ora, qui, a interpretare di nuovo lo scarrozzante di Testori»: Sandro Lombardi, già inchiavardato sul trono e nel costume di Laio, si appresta così ad aprire lo spettacolo, evanescente come un’ombra nella semioscurità crepuscolare di Sala Melato. Ed Edipus, ultimo atto della Trilogia degli Scarrozzanti scritto da Giovanni Testori nel 1977, è effettivamente un testo di fantasmi, in cui l’attore protagonista è costretto a recitare da solo il dramma sofocleo, dopo essersi visto abbandonare dal primo attore, cooptato in una compagnia di cabaret, e dalla prima attrice, ormai sposata con un mobiliere di Meda. I loro costumi – un abito talare, un vestito da sera bianco, un collare di volpe – infestano la scena assieme alla rappresentazione fiorentina del 1994: non si può fare a meno, infatti, di immaginarla, mentre Lombardi si fa largo tra le scenografie di un tempo e ora imbolsisce la voce come Laio, ora la effemmina come Giocasta, ora la ispessisce come Edipo, e racconta – nelle vesti di uno Charlot aspro, candido, buffo – la fine solitaria di uno scarrozzante, trascinando con gesti cauti e lenti il mito classico nella “latrina teatralica” testoriana. «Porto in scena non soltanto quelle parole, ma anche la gioia, la paura, l’azzardo di un corpo diverso, di una fatica maggiore. Porto in scena quella lontananza, simile alla luce di certe stelle di cui non sappiamo se siano già morte o se splendano ancora, più intense di prima». L’avvertimento del tempo trascorso fonde, allora, le vicende degli scarrozzanti con quelle della compagnia Lombardi/Tiezzi, tenute in controluce fino al termine dello spettacolo, quando le foto di scena di trent’anni fa, proiettate, contrappuntano la dedica con cui si era chiusa l’introduzione: «Alla memoria della nostra giovinezza, dedico questo Edipus. Trent’anni dopo». (Matteo Valentini)

Visto al Piccolo Teatro. Di Giovanni Testori. Uno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi, con Sandro Lombardi e Antonio Perretta, regia Federico Tiezzi, scene Pier Paolo Bisleri, costumi Giovanna Buzzi, luci Gianni Pollini regista assistente Giovanni Scandella, produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori, con il sostegno del Comune di Firenze, Regione Toscana e MiC

TREMENDA INSUFFICIENZA DEI NOSTRI CUORI (di e con Arianna Primavera)

Il caos. Non è semplicemente l’opposto dell’ordine. Se così fosse sarebbe tutto più facile da distinguere e gestire. E ciò è vero soprattutto quando il caos e l’ordine riguardano non solo l’esterno delle nostre vite, ma tutte le emozioni e i pensieri interni che nascono dall’incontro/scontro con gli eventi della vita. Sul palco del Teatro Basilica, per la Rassegna Pallaksch (produzione marchigiana under 35), questa considerazione si è imposta, profonda e globale, di fronte al divertente Tremenda insufficienza dei nostri cuori, di e con Arianna Primavera. Si fa largo tra scatoloni e oggetti sotto la plastica, questa donna in abito nero elegante e tacco alto, trascina un passo appesantito in verticale, tra fondo scena e proscenio, portando con sé ogni volta oggetti che esplicitano la sua manifestazione del disagio e certe riflessioni eccentriche sull’esistenza. C’è una sofferenza nella sua quotidianità, ma lei stessa forse non saprebbe dirne la natura in modo così limpido: il rapporto con i genitori non funziona, soprattutto con un padre talvolta aleatorio, rimpiange un amore che ha distrutto, non trova – e forse non cerca – lavoro, cova ansie e disturbi di vario genere, abusa di tutto quanto si possa abusare, più di tutto di sé stessa. Durante il flusso del racconto la scena si carica di segni, le azioni si fanno ipertrofiche perché sia accentuato quel certo disequilibrio, il caos si prende l’intero spazio ed enfatizza dunque il legame con il caos interno al personaggio. Primavera, con una scrittura drammaturgica convincente, incarna una donna che non riesce a mediare la propria relazione con il mondo, ogni suo gesto è portato all’estremo (letteralmente, sulla scena): pesta a sangue uno psicoterapeuta, beve passata di pomodoro dal barattolo, se la versa tra i capelli, si accascia per fare pipì in una scatola, mastica una sigaretta perché non sembri che voglia fumarla, apre quattro birre in bottiglia e beve da ognuna, senza finirne alcuna; eppure, nonostante nello spazio esploda ogni elemento, il merito di Primavera è gestirlo con piena misura, inserire ogni nota stonata in questa partitura debordante su ciò che siamo e che, a volte, non siamo. (Simone Nebbia)

Visto al Teatro Basilica. Crediti: di e con Arianna Primavera<

UOMINI O CAPORALI (di e con Francesco Stella)

Ci sono storie che sembrano lontane e invece stanno sotto gli occhi di tutti, ma anche senza doversi spostare chissà dove, basta andare a fare la spesa in qualche supermercato, confrontare i prezzi dei prodotti freschi, chiedersi una volta per tutte: ma questo prezzo da cosa è composto? Quali passaggi determinano il costo di un prodotto? Le mani che afferrano, con i guantini trasparenti, la frutta o la verdura nelle cassette del reparto, sono ben diverse da quelle che raccolgono, smistano, scelgono ciò che finirà sulla bilancia col numeretto. C’è tutto questo dentro Uomini o caporali, monologo di Francesco Stella che lo interpreta sul palco dell’Altrove Teatro Studio, riduzione del podcast omonimo del 2022, guidato dalla regia lieve di Nicola Pistoia, al servizio della narrazione che adegua alla cronaca le qualità immaginifiche della storia. Era il 2016, un anno prima di morire, che il compianto Alessandro Leogrande pubblicava per Feltrinelli la sua inchiesta con titolo quasi identico, Uomini e caporali, su questa pratica di sfruttamento del lavoro, focalizzando il Sud Italia come luogo di indagine; questa storia si svolge invece nell’Agro Pontino e riguarda il giovane Jasnoor, giovane indiano del Punjab, giunto in Italia con un grosso debito per il viaggio, da ripagare attraverso anni di un lavoro coatto e disumano. Per gli occhi di Jasnoor, che narra in prima persona ciò che vede, possiamo osservare la realtà di schiavitù in cui sono costrette a vivere intere comunità di persone, arrivate a coprire i buchi del sistema lavoro che abbassa le paghe e non considera i diritti di chi, forse, si crede non ne abbia. E non sono pochi a crederlo: padroni d’azienda senza scrupoli, politici arrivisti, semplici cittadini stufi di convivere in quartieri ghetto, ma anche altri lavoratori che cercano di ottenere condizioni migliori negando la propria stessa schiavitù, tutti personaggi che passano per la voce e il corpo di Stella, solo in scena con al centro una piramide a gradini che sale da ogni lato e sulla cui vetta quelli come Jasnoor finiscono davvero di rado, ma quella sola volta alla fine di tutto sarà con la dignità di un uomo, non certo di un caporale. (Simone Nebbia)

Visto all’Altrove Teatro Studio, Crediti: di e con Francesco Stella; regia Nicola Pistoia; scena Francesco Montanaro; foto David Ielapi

FLUX – FULL EXPERIENCE (di Maura Di Vietri, Ivan Taverniti)

Partiva dal naso, da quell’effluvio floreale e cipriato che titillava le narici e si diffondeva intorno a noi, e non solo: forte era la traccia olfattiva sul bordo del lettore VR che siamo stati invitati a indossare per questa performance installativa. Ricostruito in digitale, un albero dalle folte radici allentava la sua presa al suolo e schiudeva i segreti del ventre materno della Terra. Osservatori ormai troppo coinvolti per tirarci indietro, affondavamo nelle profondità, sempre più giù, in una cava sotterranea. L’idea di partenza, ha spiegato la direttrice creativa Maura Di Vietri, era quella di raccontare il viaggio sciamanico di cui ha fatto esperienza e che l’ha portata a scoprire la natura del suo animale guida. Infatti, il corpo della performer, ricostruito in 3D, si interfacciava con diversi animali, copiandone le movenze. L’esplorazione in sé avveniva a 360 gradi, spingendo lo spettatore a voltarsi prima a destra, poi a sinistra, fino a compiere una torsione su sé stesso pur di intravedere la scena alle sue spalle. Eppure, solo con l’arrivo della civetta è accaduto qualcosa di straordinario, e il corpo della donna si è dotato di ali dorate che l’hanno portata in alto, sempre più in alto, mentre l’albero risigillava le sue radici. Tolto il visore, di fronte a noi, dandoci le spalle, si trovava una performer in carne e d’ossa. La tutina color carne era percorsa da striature create da vernici fluorescenti che ripercorrevano il flusso del suo stesso reticolo di vene sotto la superficie della pelle. Le braccia si tendevano come ali che si sgranchiscono, un senso di leggerezza la legava a doppio filo all’animo di quella civetta che, per quanto non potesse permetterle di spiccare il volo, la faceva sentire libera, leggiadra. L’apparente semplicità con cui il processo mentale della meditazione guidata era stato tradotto per i nostri occhi, permettendoci di vedere attraverso quelli di Maura il processo a cui si è sottoposta, ci rendeva inevitabilmente partecipi di un’intimità spirituale. E, forse, desiderosi di scavare nelle nostre stesse radici. (Letizia Chiarlone)

Visto al Teatro della Tosse. Creative Director & Performer Maura Di Vietri Choreography Maura Di Vietri | Ivan Taverniti Narrator Aurora Camilli Music by Luca Maria Baldini Light by Isadora Giuntini A Production of Fattoria Vittadini In collaboration with Scuola Mohole Progetto finanziato nell’ambito del PNRR– Next Generation EU FLUX VR EXPERIENCE Programmer Alessandro Pregnolato | Isadora Giuntini (Real Again) Project Manager Enrica Paltrinieri Project Coordinators | Art Directors – Elena Accenti | Giulia Ferrando | Alessandro Galimberti | Enrica Paltrinieri Characters & Concept Art Supervisor Gloria Martinelli Preproduction creatures animation Supervisor Cristian Neri

I’M NOT A HERO (di e con Faustino Blanchut e Kevin Blaser)

Non siamo eroi. Non indossiamo tutine attillate, con mantelli svolazzanti nella dolce brezza e non spicchiamo il volo saltellando da un grattacielo all’altro. Ma che cos’è un eroe e perché non lo siamo? È questa la domanda a cui provano a rispondere Faustino Blanchut e Kevin Blaser nel loro spettacolo. La narrazione è inframmezzata, sospesa tra la ricerca di una sedia in mezzo al pubblico e una tanica di benzina ricolma d’acqua che a intervalli regolari viene svuotata sul telo cerato nero che riveste lo spazio concentrico designato a palcoscenico. Un uomo sta pescando in riva a un fiume. Fa freddo, piove, e non sa come trovare della legna asciutta per cucinare la trota che ha appena pescato, quando intravede un uomo sotto il ponte. Non sa nulla di questa persona, eppure in sé nasce l’impulso di condividere il pescato con lei, di invitarla a casa. Dall’altra parte, l’individuo sotto il ponte era partito di casa con l’intento di andare all’avventura, e si era trovato senza soldi per prendere un biglietto del bus per rientrare. Si avvicina per chiedergli cinque euro. Se ne trova cinquanta in mano. Scatta l’incomprensione, e il pescatore ritorna a casa con la consapevolezza che il suo moto compassionevole è stato oggetto di un raggiro, mentre il vagabondo è furibondo per non essere riuscito a farsi capire, nell’illusione di aver trovato un’anima affine. O forse, nulla di tutto questo è accaduto, e i due non si sono mai parlati, per una mancanza di coraggio reciproca nel rivolgersi la parola. Costante è l’interazione con gli spettatori, disposti circolarmente rispetto alla scena, e che in qualche modo sono costretti a relazionarsi con i performer e tra loro, anche solo per scusarsi di aver urtato il vicino. Blanchut e Fraser riportano al teatro quel senso di condivisione che gli appartiene e che ancora oggi spinge gli spettatori a sedersi in sala. E magari non ci sogneremo di portare il nostro vicino di posto a casa nostra, o a chiedergli dei soldi, ma forse, questa volta, gli domanderemo che cosa sia per lui, un eroe. (Letizia Chiarlone)

Visto al Teatro della Tosse. Festival Resistere e Creare CREDITI Di e con Faustino Blanchut e Kevin Blaser Regia: Antoine Zivelonghi Musica: Cedric Blaser Disegno luci: Marzio Picchetti Scenografia e Costumi: Amelia Prazak Produzione: Fluctus Coproduzione: PREMIO – Premio d’incoraggiamento per le arti sceniche, LAC Lugano Arte e Cultura Con il sostegno di: Repubblica e Cantone Ticino DECS, Percento Culturale Migros, Stanley Thomas Johnson Stiftung, Città di Lugano, Fondazione degli artisti interpreti SIS, Oertli Stiftung,La Mobiliare, Jürg George Bürki-Stiftung Residenze di creazione sostenute da: Fabriktheater – Rote Fabrik, Accademia Teatro Dimitri, Fondazione Claudia Lombardi per il teatro, Théâtre du Loup, Gessnerallee, Kaserne Tournée all’estero sostenute da: Pro Helvetia – Fondazione Svizzera per la C Partner di distribuzione da: Zona’B Premi e riconoscimenti: Progetto vincitore – PREMIO – Premio d’incoraggiamento per le arti sceniche 2023

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