Un festival salva la città? Del Berliner e del mondo visto dal sipario romano

L’opera da tre soldi del Berliner Ensemble e il lavoro di scouting di Anni Luce: due esempi apparentemente lontani che incarnano lo spirito di Romaeuropa Festival. E alla fine di Ref cosa accade? Una riflessione sul festival e la città.

Foto Cosimo Trimboli

Sarebbe bello poter pensare all’arte dal vivo come l’anima della società, una sorta di energia che si muove tra vecchi e nuovi palazzi cittadini; sarebbe bello poter immaginare le arti sceniche come una coscienza collettiva che unisce attraverso fili invisibili i passi e le scelte, e stimola aspri dibattiti. Allora il teatro tornerebbe davvero ad essere il baricentro culturale del pensiero sociale, come accadeva in antichità. Ma purtroppo non è così. Un po’ di sano realismo post pandemico ci impone di essere sinceri con noi stessi: siamo un’eccedenza e la parola teatro è ben lontana dai discorsi politici, dai programmi elettorali, dai dibattiti ideologici; a voler essere leggermente nichilisti non impiegheremmo molta fatica a dire che il teatro, in verità, non esiste e a identificarlo come una sorta di déjà vu collettivo, un piccolo glitch nelle vite di una minoranza. Mollare tutto? Mai e poi mai. Anche perché tale minoranza è viva e investe energie e denaro quando vengono presentati progetti in grado di calamitare l’attenzione generale e alzare il livello del dibattito.

Foto Cosimo Trimboli

IL FESTIVAL NELLA CITTÀ IN CADUTA
Prendiamo Roma, una città incapace di programmare il futuro culturale, di gestire il presente, una città con un assessore alla cultura invisibile alle problematiche: il Teatro Eliseo chiuso, il Teatro Nazionale ancora senza direzione e progettualità artistica (una sorta di refrain aleggia tra gli addetti ai lavori “bisogna aspettà ‘e comunali”, dopo qualche mese “bisogna aspettà ‘e politiche…”) e il destino del Teatro Valle (per citarne solo alcuni). Perché in fin dei conti, della cultura teatrale, in questa città, non interessa a nessuno, se non a coloro che vivono in quel déjà vu (gli altri pensano alle strade perennemente sporche, ad esempio).

Foto Cosimo Trimboli

Ma anche a Roma, in cui qualche settimana fa l’affondamento culturale trovava il proprio simbolo nel precipitare della scalinata del Globe Theatre, esistono grandi buone pratiche anche in campo teatrale. Spesso su queste pagine abbiamo detto degli spazi piccoli, di quelli indipendenti, dei festival estivi e di fine estate, di quanto siano importanti. Va allora messo in evidenza anche lo straordinario lavoro di chi cerca di elevare la città a centro nevralgico tra i palcoscenici europei, come accade nel caso della Fondazione Romaeuropa. Eccellenza tra pubblico e privato, guidata da Fabrizio Grifasi, che da settembre a fine novembre trasforma la Capitale in un lungo festival internazionale senza il quale mancherebbe una sponda imprescindibile con le importanti produzioni oltreconfine. Sarebbero troppi gli spettacoli da nominare anche quest’anno, ma basti pensare al dibattito scatenato da Milo Rau con il suo Grief & Beauty e il lavoro sulle nuove generazioni con Ref Kids e nei prossimi giorni tornerà Alexander Zeldin. A impoverire un programma così ricco ci ha pensato il traffico merci oltreoceano, dato che l’opera della regista franco-vietnamita Caroline Guiela Nguyen è stata annullata a causa delle scenografie bloccate al porto di New York.
Quello di Ref è un lavoro di screening e sguardo sulle arti della scena che in un altro paese europeo avrebbe portato le istituzioni a offrire uno spazio, anche fisico, a questo gruppo di lavoro. Per chi non lo sapesse Romaeuropa non ha neanche un teatro e invece il suo impegno gioverebbe di spazi residenziali, foresterie e sale prove dove poter lavorare tutto l’anno.

Foto Cosimo Trimboli

IL BERLINER ENSEMBLE A ROMA
Prendiamo due livelli apparentemente opposti: il grande piano internazionale e quello di scouting, sembrano lontanissimi e invece sono due facce della stessa professionalità e passione. Due poli che possono essere rappresentati da due esempi passati di recente nel cartellone: il Berliner Ensemble al Teatro Argentina e le giornate di Anni Luce al Mattatoio.
Nel primo caso Roma per qualche giorno ha respirato la grande tradizione novecentesca europea: per quattro repliche l’eccellenza berlinese ha trovato casa a due passi dall’area sacra di Largo Argentina. Tutto esaurito per il teatro settecentesco (circa settecento posti) a ogni replica, tanto che nelle chat degli appassionati giravano messaggi di spettatori in cerca di qualche tagliando, sui social c’è stato chi ha fotografato il biglietto per immortalare la storica giornata. 50 euro il prezzo in platea, un costo alto se si pensa alla prosa ma in linea con gli spettacoli musicali. E infatti ad ascoltare qualche discorso in platea si capiva subito come L’opera da tre soldi sia riuscita anche in un’altra impresa difficilissima a queste latitudini, far incontrare e mescolare i pubblici del teatro contemporaneo e della musica, dell’opera e della concertistica.

Foto Cosimo Trimboli

D’altronde il capolavoro di Bertolt Brecht e Kurt Weill ci ricorda da subito questa sua peculiarità: si tratta di un classico stratificato non solo di temi e rimandi ma anche nei generi, «è operetta, è cabaret, è qualcosa che deve far riflettere», chiosa Barrie Kosky. L’approccio del regista australiano mette in evidenza proprio il carattere da grande intrattenimento. Ecco cosa rischiamo di perderci nel nostro sistema, stretti spesso tra una ricerca teatrale impegnata, seria o persino seriosa e lo svago teatrale più retrivo, a mancare spesso è questo piano in cui l’intrattenimento è scelta culturale di altissimo livello che però non ha paura di divertire.
Certo, siamo di fronte all’ensemble che detiene nel mondo la tradizione degli allestimenti brechtiani, che lavorando sul velluto può, anche grazie ai suoi interpreti, maneggiare quel materiale “sacro” con ironia, intelligenza e libertà senza rischiare la blasfemia. A partire dalla scenografia (di Rebecca Ringst) che è una struttura modulare di passerelle metalliche e scale sulle quali i performer possono salire e scendere – un minimalismo che si carica dei cromatismi in controluce di Ulrich Eh – o il sipario luccicante del finale. Qui si muovono gli attori in abiti contemporanei: tutti – interpreti e spettatori – di uno spettacolo nello spettacolo che è poi la grande performance di Mackie Messer.

Foto Cosimo Trimboli

Il protagonista della pièce brechtiana, delinquente professionista, è ossessionato dalla propria capacità di attrazione, nell’epoca dei selfie Mackie Messer è alla ricerca dei suoi quindici minuti di fama. In questo senso la performance di Nico Holonics è debordante, l’attore senza risparmiarsi si dà in pasto al pubblico, in una sorta di delirio fisico e vocale in cui ogni arma è buona per sedurre la platea, anche il gioco con l’orchestra che si presta così a fare da spalla al mattatore tedesco.
Nella cura del gesto, come nella recitazione e nel canto con una puntualità maniacale che non tradisce la minima incertezza, non perde mai un colpo, l’ensemble tedesco è un orologio di precisione.

Il mio corpo è come un monte. Foto Piero Tauro

ANNI LUCE E LA RICERCA DEL NUOVO
All’altro lato, lontano dai  maestri della scena internazionale, c’è il lavoro di scouting, quello di Powered by Ref – dedicato ad artisti e gruppi under 30 di cui viene presentato un lavoro ancora embrionale e in fase di studio – e quello di Anni Luce, ormai uno degli appuntamenti più seguiti della rassegna, è in grado anche di ricostituire una piccola comunità teatrale attorno ai progetti che vedono il proprio debutto negli spazi del Mattatoio. La sezione curata da Maura Teofili merita spazio ed energie produttive e potrebbe diventare un vero festival nel festival, una sorta di panorama dedicato alle nuove emergenze della scena italiana. Nei due debutti di Anni Luce abbiamo trovato la coesistenza di due possibilità curatoriali molto diverse tra loro eppure due possibilità di racconto e articolazione performativa efficaci per ideazione e fattura. Il mio corpo è come un monte di Giulia Odetto, è una ricerca tra immaginario naturalistico e geografie del corpo, in scena una performer (Lidia Luciani), un cameraman (Daniele Giacometti) che si occuperà anche di alcuni suoni e l’autrice/regista sulla destra, alla tecnica e ad alcuni sussurri vocali. L’idea è quella di indagare “la possibilità di un desiderio razionalmente irrealizzabile: voler essere una montagna.” Il video di una montagna lascia dopo poco lo spazio a delle pietre inquadrate da molto vicino, una video camera ad altissima definizione riprende la roccia che verrà proiettata sul fondale, così sarà anche per il corpo della performer, ripreso in pose quasi da culturismo con l’occhio della macchina da presa che lentamente indagherà l’epidermide, la muscolarità umana in una dimensione, in certi momenti forse fin troppo estetizzante, che traghetterà poi la performance verso una danza della caduta, in cui il corpo si sgretolerà drammaticamente proprio al suono di sorde pietre, e un momento più ritualistico di distensione, prima di un finale in cui sarà la stessa camera a ricreare il movimento ossessivo in un’immagine complessiva del dinamismo.
In Ok Boomer. Anch’io sono uno stronzo la drammaturgia del giovane Nicolò Sordo (Premio Pier Vittorio Tondelli 2021) incontra la scrittura scenica punk di Babilonia Teatri e il risultato è un allestimento per due attori (uno dei due è lo stesso autore, l’altro Filippo Quezel) che ricoprono i ruoli di megafoni dei personaggi ideati da Sordo. Così il testo ruvido, iconoclasta, generazionale e divertente acquisisce nella ritmica recitativa tipica di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani una dimensione da fumetto irriverente. D’altronde il tipico segno teatrale di Babilonia sembra adattarsi perfettamente alla storia di questo adolescente che comincia con l’ossessione di un paio di sneaker di marca e finisce con una sorta di thriller nel quale in un grande negozio di capi sportivi viene tenuto in ostaggio un gruppo di lavoratori bangladesi schiavizzati. Sordo con tratti leggeri ma incisivi ci mette di fronte all’abisso del senso di colpa, trasformando la morale in politica collettiva.

E ALLA FINE DELLO SPETTACOLO COSA SI FA?
Mancano neanche venti giorni alla fine di Romaeuropa, di un festival che impietosamente mostrerà, in sua assenza, la distanza con l’offerta delle arti performative durante il resto dell’anno; sia chiaro, Roma è ancora una città ricca di appuntamenti, ma la varietà di questo cartellone, la possibilità di guardare al mondo attraverso il sipario socchiuso di spettacoli che stanno lasciando un segno nelle grandi platee internazionali è un’opportunità unica. Al termine della quale saremo più poveri e torneremo ad essere una sontuosa marginalità che dovrà accontentarsi di qualche buona replica in tournée capitolina.

Andrea Pocosgnich

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