Love di Alexander Zeldin. La dignità degli ultimi

Recensione. Love di Alexander Zeldin visto al Teatro Argentina di Roma, per Romaeuropa Festival, spettacolo in In corealizzazione con Teatro di Roma

Foto Cosimo Trimboli

Alla mia destra una giovane spettatrice piange, quasi da subito, cerca di non farsi sentire dietro la mascherina nera. Non sarà l’unica. L’ultima scena è lunghissima: uno dei personaggi, una anziana signora tremante guarda la scaletta che dal proscenio porta alla platea, pochi attimi prima aveva detto al figlio: “sto per morire”. Qualche spettatore ha pensato allora che avrebbe potuto utilizzare proprio quella scala per farla finita; invece lei si mette in cammino, con il parkinson a scuoterle le dita, guarda tutti negli occhi. In quei passi affaticati c’è tutto: la fatica di una vita, le sconfitte, un presente che dovrebbe essere di riposo e invece è ancora di lotta, per la sopravvivenza, in un luogo, questa casa di accoglienza, che sembra essere il girone infernale in cui la burocrazia inglese lascia i suoi derelitti a marcire. Si mette in marcia la vecchia signora e io mi chiedo se qualcuno la aiuterà, almeno per sorreggerla un po’. Alla fine della platea, prima che possa varcare la soglia del foyer, una ragazza le prende la mano aiutandola. Non è nulla di strano, non c’è voglia o bisogno di mettersi in mostra da parte di quella giovane, sono pochi secondi, eppure quel momento, nel quadro di questa finzione perfetta, è atto vero di carità nel quale il teatro diventa rappresentazione e pratica di pietas. Tutto ciò è potuto accadere perché molti degli spettatori, per quasi due ore, non si sono sentiti pubblico ma testimoni di un frammento di vita.

Foto Cosimo Trimboli

Non c’è bisogno di citare il naturalismo, i quarti di bue di André Antoine al Théâtre Libre o l’ossessiva ricerca di verità di Stanislavskij e dei suoi epigoni. Alexander Zeldin, regista britannico classe 1985, porta il discorso sulla realtà a un altro livello, creando una sorta di documentario teatrale in cui l’oggettività è però continuamente minata dalla commozione. Sembra non accadere niente in questo Love visto al Teatro Argentina nella programmazione di Romaeuropa Festival. Siamo in un centro d’accoglienza, famiglie e singoli che hanno perso la casa e che dovrebbero passare di qui temporaneamente e invece poi rimangono impigliati in frustanti meccanismi burocratici oppure semplicemente in una catena di fallimenti dai quali diventa sempre più difficile rialzarsi. Vivono di fronte a noi – come se fossimo nel set di un film di Ken Loach, ma qui il tempo non è mediato se non in alcuni salti temporali – in una scenografia che tristemente riproduce l’anonimato del non luogo.

Foto Piero Tauro

Diversi gruppi sociali abitano questo limbo: una famiglia composta da una donna incinta, il compagno e altri due figli provenienti da una precedente relazione. Capiamo che hanno perso la casa e il lavoro, sono in bolletta e difficilmente riescono a mettere insieme l’occorrente per un pasto dignitoso. Poi c’è la signora anziana con il figlio, sono qui da un anno, dovevano essere di passaggio e invece quelli del comune li hanno “fregati”, così dice con dolore e violenza, il figlio che ormai ha gettato la spugna. Una donna velata, e un sorridente uomo mediorientale se ne stanno ai margini. Siamo alle soglie di Natale, ma non c’è spazio per fare festa: la famiglia metterà qualche addobbo di fortuna per colorare un po’ la stanza e ricordare così l’appartenenza al genere umano, nonostante tutto, nonostante gli inciampi della vita.

Foto Cosimo Trimboli

Alexander Zeldin, che già aveva colpito nel segno con Beyond Caring, ambientato in una fabbrica, è dunque un autore teatrale totale, sua la firma su drammaturgia e regia, tuttavia ammette di non riconoscere la figura del regista come apice del verticismo creativo. Infatti questo spettacolo, ripreso più volte dal 2016 visto il successo, come il precedente, è stato costruito secondo il metodo del Devising Theatre, ovvero una pratica creativa collaborativa che coinvolge tutto il cast, dagli attori ai tecnici e che in questo caso si è nutrita anche dell’incontro con gruppi di famiglie in difficoltà abitativa. il risultato è un livello mimetico altissimo per qualità e quantità del dettaglio, profondità dei sentimenti, logica e naturalezza delle azioni; formidabili gli interpreti Amelda Brown, Naby Dakhli, Janet Etuk, Oliver Finnegan, Joel MacCormack, Hind Swareldahab, Daniel York Loh, Amelia Finnegan. In questo capolavoro il linguaggio teatrale è trasparente, tutto è a servizio, neanche del testo (come si sarebbe detto nel teatro di regia novecentesco) ma dell’umanità di cui sono impastati i personaggi.

Foto Piero Tauro

E il riflesso sugli spettatori è quello di un dolore che lentamente corrode la piccola pace borghese: di fronte al tavolo in cui in silenzio la famiglia consuma una zuppa, troppo esigua per corroborare una giornata di stanchezze, un nodo si forma allo stomaco. Certo è tutto finto, ma sappiamo anche che questo accade quotidianamente e il teatro di Zeldin è una sorta di lente di ingrandimento e uno degli effetti è anche un senso di colpa strisciante: noi, questo spettacolo sulla povertà e le diseguaglianze sociali, lo scrutiamo seduti comodi tra i velluti rossi di un teatro settecentesco e infatti sono stranianti i momenti in cui gli interpreti devono attraversarli quei velluti.

Foto Piero Tauro

Non sappiamo come andrà a finire la vita di questi esseri umani che sul corpo portano le stimmate di un fallimento, di un’implosione sociale: troppo facile dare colpa al capitalismo, ma è pur vero che, anche senza puntare esplicitamente il dito contro nessuno, Zeldin mette in evidenza un sistema che invece di aiutare schiaccia o esclude. Come nel caso del giovane padre: da una telefonata capiamo che è stato sanzionato con la trattenuta di un mese di sussidio perché nel giorno dello sfratto si è dovuto recare in un ufficio senza potersi presentare così a un colloquio per un lavoro. Michael Billington, il critico del Guardian, nel 2016, all’indomani del debutto della pièce a Londra, scriveva che Love contribuiva a ricordare come l’Inghilterra fosse un paese in cui “essere povero è un crimine”.

Lo sguardo politico però non appare come uno sguardo a tesi, è conseguenza diretta di ciò che accade, come d’altronde l’amore che si sostanzia ancora attraverso un abbraccio, oppure nel tempo dedicato da un figlio alla vecchia madre, prendersi cura di lei lavandole i capelli nel lavandino della cucina. Quella stessa dignità che spinge l’anziana donna tremante a camminare ancora, guardandoci, uno per uno negli occhi.

Andrea Pocosgnich

Ottobre 2021, Roma, Teatro Argentina. Romaeuropa Festival

Crediti
Regia: Alexander Zeldin
Con: Amelda Brown, Naby Dakhli, Janet Etuk, Oliver Finnegan, Joel MacCormack, Hind Swareldahab, Daniel York Loh, Amelia Finnegan
Scenografi e costumi: Natasha Jenkins
Luci: Marc Williams
Sound designer: Josh Anio Grigg
Movimenti: Marcin Rudy
Assistente alla regia: Elin Schofield
Assistente ai costumi: Caroline McCall

Foto: Nurith Wagner-Strauss

Il testo originale è stato pubblicato da Bloomsbury Methuen Drama nel 2016.
Lo spettacolo è stato creato al National Theatre, Londra, nel dicembre 2016, e ripreso al Birmingham Repertory Theatre a gennaio del 2017.

Produzione originale: National Theatre of Great Britain, Birmingham Repertory Theatre
Coproduzione originale: Birmingham Repertory Theatre

Con il sostegno di The Polonsky Foundation

Il testo originale è stato pubblicato da Bloomsbury Methuen Drama en 2016.

Lo spettacolo è stato creato al National Theatre, Londres, dicembre 2016, poi ripreso al Birmingham Repertory, gennaio 2017.

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