Lo stagno. L’altra dimensione di Gisèle Vienne

Recensione. Gisèle Vienne al Teatro Vascello di Roma, nel programma di Short Theatre 2022 ha presentato L’etang/Lo stagno, da un piccolo dramma giovanile di Robert Walser. Andrà in scena anche a Prato per Contemporanea Festival.

Foto Jean Louis Fernandez

Un letto singolo, al centro della scena, leggermente spostato a destra, due bambole a grandezza quasi reale, come fossero manichini vestiti da ragazze. Un’altra bambola teenager è appoggiata alla parete di destra, due sono sul letto, una abbraccia l’altra da dietro; lo spazio visivo di sinistra invece viene colpito da un’altra bambola accasciata a terra, in posizione cadaverica. Sul pavimento, nella prossimità del letto numerose cianfrusaglie, resti di vita da ragazzini tra buste di caramelle, bibite gassate in lattina, piccoli oggetti fluorescenti e qualche astuccio di scuola. Le bambole teenager vestono felpe alla moda, colori sgargianti di rosa e viola, un paio di loro in fantasia cosmica, una ha una maglia giallo fluorescente, scarpe griffate e occhi vitrei, attorno a loro una scena completamente bianca: tre pareti chiudono lo spazio e le luci dal basso di Yves Godin ne faranno mutare colori e fluorescenza.

Quando le spettatrici e gli spettatori finiscono di sistemarsi nella platea del Teatro Vascello (lasciando pochissimi posti vuoti) per la replica de L’Etang di Gisèle Vienne (produzione del 2020) un uomo entra in scena e porta via i manichini uno ad uno: jeans neri e camicia a quadri scura, li porta via dalla scena e dai nostri sguardi, con gesti precisi e puliti, senza empatia ma con un’accortezza che si userebbe per i bambini umani, o per gli oggetti molto fragili.

L’installazione 40 portraits (2003 – 2008) di Gisèle Vienne al Mattatoio Roma Foto Carolina Farina – Claudia Pajewski

Non è un caso che Vienne sia nata a  Charleville-Mézières, ovvero la capitale mondiale del teatro di figura. La scena è un’installazione asettica in cui si pianta come un ospite incontrollabile il livello sonoro fatto di note basse, sintetiche e continue, improvvise chitarre rock, rumori nervosi e assordanti; dallo stesso pertugio dal quale era uscito l’uomo con i guanti neri, dietro un angolo della parete che si apre mostrando piccoli vuoti bui, entra lentamente un ragazzo, pantaloni e la maglia bianchi, con un giacchetto verde, dietro di lui, con movimenti altrettanto lenti una donna, adulta, capelli biondi, jeans stretti e un maglione rosa.

Tra i due non c’è un vero e proprio dialogo, le parole escono dalle bocche con una velocità realistica rispetto ai movimenti e ai gesti rallentati, come se la voce appartenesse a un piano della realtà e il corpo a un altro: Adèle Haenel recita la parte del ragazzo, ma dopo poco capiamo che il suo ruolo è quello di prestare il talento smisurato almeno ad altri due personaggi. Sono tre i ragazzini protagonisti di questo incubo preso in prestito dalle pagine di Robert Walser: Fritz, Paul e Klara, forse tre amici e in una famiglia disfunzionale. Ciò che rimane della storia qui si infrange sulle dense particelle di un’atmosfera lattiginosa e surreale: il teatro di Gisèle Vienne intrappola il drammatico in una grande installazione che agisce sulla percezione dello spettatore attraverso una tensione perturbante

Foto Jean Louis Fernandez

Siamo in uno dei tanti mondi lynchiani in cui lo spazio scenico è subconscio: le memorie ristagnano e i mostri sono coloro che dovrebbero volerci bene. Cosa accade tra Fritz, Paul e Klara allo stagno? I dialoghi emergono come foglie dallo stagno, come frammenti del discorso che spuntano chissà da quali pieghe del tempo, come quando all’improvviso la madre (Henrietta Wallberg) accusa Fritz di non essersi in grado di esprimere il proprio malessere – «la vita è una giacca strappata», è l’immagine usata da Robert Walser con la quale il ragazzino descrive le proprie angosce. Il testo giovanile, che fa parte del volume Commedia (1919), ovvero brevi dialoghi che l’autore svizzero chiamava Dramolette (piccoli drammi), è semplice e lineare nei fatti: Fritz finge di suicidarsi nello stagno per poi far sentire in colpa la madre che si scuserà dell’affetto mancato quando il ragazzo tornerà a casa per cena.

Nello spettacolo della regista quarantaseienne franco austriaca a cui Short Theatre ha dedicato un’importante personale PRISMA – Inventario di bagliori
Gisèle Vienne nella città di Roma (che contempla anche la proiezione del film Jerk, una mostra, la messinscena di Crowd, produzione del 2017, che andrà in scena all’Argentina) non c’è spazio per gli abbracci e il pentimento e anche quando la madre ha slanci verso il ragazzo questi si manifestano ambiguamente.

Foto Jean Louis Fernandez

Questa madre piange, si dispera, ma sembra appartenere a una sorta di lato oscuro, ha negli occhi un riflesso di morte, tramandato forse da quei manichini portati via all’inizio dello spettacolo: la lentezza del suo incedere in scena talvolta si spezza in piccole accelerazioni che fanno eco alle esplosioni del tappeto sonoro (progettato da Adrien Michel con le musiche originali di Stephen F. O’Malley e François J. Bonnet) e la voce che si aggroviglia con effetti horror. Le inquietanti immagini di Gisèle Vienne si fermano per ore (e giorni) sulla retina. Nei programmi dei teatri romani la regista non era mai apparsa prima d’ora, e poche volte in Italia (qui recensivamo Crowd da Centrale Fies), Lo stagno era però passato di recente a Milano, alla Triennale e in questo pezzo su Birdman, Ludovica Taurisano, notava come si annidi qualcosa di maligno tra le orbite di questi corpi che si muovono nel bianco asettico della scena, come la madre abbia «qualcosa di mefistofelico in ogni fibra del suo corpo». Forse alcuni sentirebbero il bisogno che questo linguaggio abbia momenti maggiormente definitivi, deflagrazioni totali in grado di spezzare l’attenzione del pubblico asfissiata dalla lentezza del montaggio, ma c’è un lavoro sui e tra i corpi che tende alla sparizione e nel quale la scena è un organismo autonomo ulteriore, che non ha nulla della realtà, se non pensando alla realtà come a un’acida interferenza senza fine.

Andrea Pocosgnich

Settembre 2022, Teatro Vascello, Roma, Short Theatre 2022

Date in calendario tournée

16,17 settembre 2022, Teatro Fabbricone di Prato (Contemporanea Festival)

L’ETANG /LO STAGNO
basato sul testo originale Der Teich (The Pond) di Robert Walser
ideazione, direzione, scenografia, drammaturgia Gisèle Vienne
con Adèle Haenel e Henrietta Wallberg
adattamento del testo Adèle Haenel, Julie Shanahan, Henrietta Wallberg in collaborazione con Gisèle Vienne
luci Yves Godin
sound design Adrien Michel
musiche originali Stephen F. O’Malley e François J. Bonnet
tour assistant Sophie Demeyer
occhio esterno Dennis Cooper e Anja Rottgerkamp
collaborazione alla scenografia Maroussia Vaes
progettazione delle marionette Gisèle Vienne
costruzione dei burattini Raphaël Rubbens, Dorothéa Vienne-Pollak e Gisèle Vienne in collaborazione con il Théâtre National de Bretagne
produzione scenografie Nanterre-Amandiers CDN
scenografie e allestimento Gisèle Vienne, Camille Queval e Guillaume Dumont
costumi Gisèle Vienne e Camille Queval
parrucche e trucco Mélanie Gerbeaux
direzione tecnica Erik Houllier
sound engineer Mareike Trillhaas
direzione luci Samuel Dosière
direzione scenografica Jack McWeeny
in collaborazione con Kerstin Daley-Baradel e Ruth Vega Fernandez

produzione e touring Alma Office: Anne-Lise Gobin, Camille Queval e Andrea Kerr
amministrazione Cloé Haas e Giovanna Rua
produzione DACM / Company Gisèle Vienne
co-produzione Nanterre-Amandiers CDN / Théâtre National de Bretagne / Maillon, Théâtre de Strasbourg – Scène européenne / Holland Festival, Amsterdam / Fonds Transfabrik – Fonds franco-allemand pour le spectacle vivant / Centre Culturel André Malraux (Vandoeuvre-lès-Nancy) / Comédie de Genève / La Filature – Scène nationale de Mulhouse / Le Manège – Scène nationale de Reims / MC2 : Grenoble / Ruhrtriennale / Tandem Scène nationale / Kaserne Basel / International Summer Festival Kampnagel Hamburg / Festival d’Automne à Paris / Théâtre Garonne / CCN2 – Centre Chorégraphique national de Grenoble / BIT Teatergarasjen, Bergen / Black Box Teater, Oslo
con il supporto di CN D Centre national de la danse, La Colline – théâtre national e Théâtre Vidy-Lausanne
DACM / Company Gisèle Vienne è supportata da Ministère de la culture et de la Communication – DRAC Grand Est, the Région Grand Est and Ville de Strasbourg
e da Institut Français for international touring e Dance Reflections by Van Cleef & Arpels

Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here