Gisèle Vienne, biodiversità e realtà. Cronache da Centrale Fies

Recensione di Crowd di Gisèle Vienne e un attraversamento di alcuni eventi ospitati durante la XXXIX edizione del Drodesera Festival, presso Centrale Fies, Dro.

Foto Alessandro Sala / Astrit Ismaili e Magdalena Mitterhofer; PINK MUSCLE

«Biodiversity strives for high visibility», «la biodiversità aspira all’alta visibilità»: già nel claim scelto per questa XXXIX edizione, il festival Drodesera – più noto tuttavia con il nome del superbo scenario nel quale si inscrive, quella Centrale Fies che ormai è sinonimo di sostegno, supporto, ricerca e sperimentazione nell’ambito delle performing arts e della performance art – dichiara una decisa, coraggiosa volontà di emersione. Nel disegno che i percorsi tracciati dalla direzione di Barbara Boninsegna e dalla co-curatela di Filippo Andreatta hanno lasciato affiorare, appare infatti cristallino il tentativo di aprire allo sguardo pubblico una galassia di esperienze, di possibilità, di organismi spesso ancora celati, e tuttavia manifesti nelle proposte del festival. L’afflato appare in prima istanza artistico, volto cioè a rendere finalmente giustizia a quei formati ibridi e crossmediali a lungo posti al margine dell’attenzione dei produttori e dei distributori, e oggi invece forti di una centralità fino a poco tempo fa inusitata – sulla quale ha riflettuto Corrado Rovida in un denso reportage pubblicato sulle pagine di Stratagemmi e dedicato all’edizione 2019 di Santarcangelo Festival. Esso contiene però in nuce anche un’esigenza politica e sociale: quell’high visibility cercata e promossa, infatti, si staglia all’interno del panorama percettivo non soltanto come esito di una strutturale varietà estetica, di una salvifica difformità ontologica che le arti performative contribuiscono a indagare e originare, quanto soprattutto di una necessità pratica di incidere sul reale attraverso gli strumenti, le chiavi di lettura, gli approcci che tali linguaggi squadernano di fronte a chi voglia porsi in loro ascolto.

Foto Alessandro Sala / Raquel André; COLLECTION OF LOVERS

A svolgersi, di fronte agli occhi dell’osservatore del festival, è così un diffuso processo di continua osmosi tra istanze e processi, lo sfrangiarsi dell’atto performativo in una dinamica inclusiva, nella quale il coinvolgimento del pubblico – lungi dal realizzarsi soltanto in forme partecipative ormai classiche, già ampiamente storicizzate – sembra piuttosto incarnarsi in un esplicito appello allo spettatore. È il caso, ad esempio, di Collection of Lovers di Raquel André, artista portoghese che ha dedicato la quasi totalità della propria carriera a una certosina attività di collezionismo: di amanti, di spettatori, di artisti, e infine di collezionisti. Nei luoghi nei quali è ospitata, André coinvolge un numero variabile di cittadini in un percorso di reciproca conoscenza: li incontra in appartamenti sconosciuti a entrambi, e attraverso un dialogo a volte verbale, a volte muto, costruisce un’intimità che cementa poi nel ricordo grazie ad alcune fotografie, immagini di una relazione improvvisa e fragile, in bilico tra verità e finzione. E Collection of Lovers è il racconto, scevro da interpolazioni drammaturgiche, di questa pluriennale esperienza: André elenca cifre e caratteristiche degli incontri mentre le istantantanee scorrono alle sue spalle, in una catalogazione di tic nervosi e di abbracci, di dubbi e confessioni, di sogni espressi o taciuti. Ma la classificazione, formalmente algida e tuttavia pulsante di esistenze che sembrano voler sfuggire alle maglie della tassonomia, si pone a sua volta come occasione di riflessione sullo status femminile, testimonianza delle avances sessuali che André ha dovuto subire durante alcuni incontri, squarcio sulla discriminazione e la violenza perpetrate nei confronti delle persone trans. Le parole di André aprono l’esposizione fattuale alle sue implicazioni sociali ed etiche, slargano un impossibile approccio asettico alla materia analizzata attraverso affondi su dinamiche oppressive e abusi; e tuttavia questi appelli appaiono quasi giustapposti, mere didascalie a un testo già latore di suggestioni, che sembrano indebolirne la potenza proprio nella ricerca di una complicità emotiva con lo spettatore.

Foto Roberta Segata / Michikazu Matsune; GOODBYE

È questo un vulnus che sembra accomunare anche Goodbye di Michikazu Matsune, creazione che l’artista giapponese residente a Vienna ha costruito attorno ad alcune lettere d’addio: di Maria Teresa d’Asburgo alla figlia Maria Antonietta, di un uomo cieco al cane guida, di Kurt Cobain all’amico immaginario, di un amante all’ex. La lettura di questi testi, venata da ironia, è spezzata da brevi inserti coreutico-musicali: Michikazu improvvisa, sulle note di Song to Say Goodbye dei Placebo o Hello Goodbye dei Beatles, una danza liberatoria e gioiosamente bislacca, durante la quale, brandendo un martello, distrugge alcuni orologi disseminati sulla scena. Affidando la chiusa alla lettera d’addio di una ragazza transgender, morta suicida, Michikazu tuttavia imprime un’improvvisa variazione di temperatura alla performance, che da atmosfere comiche, finanche sarcastiche, vira verso toni commossi, in una ricerca della partecipazione empatica del pubblico a un destino non più rinchiuso – come nel caso dell’addio di Stefan Zweig, o di un kamikaze durante la Seconda guerra mondiale – tra le pagine dei libri di storia, ma tuttora tragicamente, e vergognosamente, attuale.

Foto Roberta Segata / Gisèle Vienne; CROWD

Nessun intento etico dichiarato sembra invece attraversare Crowd, l’indimenticabile creazione per quindici danzatori che ha chiuso il festival e che ha dato occasione al pubblico italiano – a un anno di distanza dalla monografia dedicatale all’interno della Biennale Teatro 2018 – di confrontarsi una volta ancora con il rigore, l’estro, l’acume di Gisèle Vienne, artista, coreografa e regista franco-austriaca tra le più rilevanti della scena europea: eppure l’orrore e la passione, l’abisso della violenza e la vertigine del desiderio, la brutalità e il rispetto sono sembrati ciò nonostante deflagrare dal palcoscenico della Sala della Turbina di Centrale Fies, esplodendo in un’eco persistente. Un tappeto di terriccio di memoria bauschiana, dal quale spuntano come incrostazioni rifiuti e bottiglie di plastica, è lo scenario progressivamente abitato da un ensemble di ragazze e ragazzi con il tipico abbigliamento creolo, non catalogabile, dei teenager del nuovo millennio: una comunità meticcia che su quel territorio sconosciuto – illuminato da Patrick Riou con tonalità ora caravaggesche, ora tipiche di un dancefloor – anima rituali e campi di tensione.

Foto Alessandro Sala / Gisèle Vienne; CROWD

Se la macrostruttura narrativa è ricalcata sulle interazioni, sulla prossemica, sui labili legami edificati durante un rave party, e in quanto tale è espressione di una cultura ascrivibile a un periodo principalmente compreso tra i tardi anni Ottanta e la fine degli anni Novanta, la drammaturgia – firmata da Vienne insieme allo storico collaboratore Dennis Cooper – compone a partire da essa un collage pressoché infinito di micronarrazioni e vicende parallele, che sembrano affrontare, nella loro vastità, l’essenza extrastorica delle relazioni umane. Tali subplot – la cui comprensione è affidata alla libera scelta dello spettatore, invitato a concentrare lo sguardo ora sulle interazioni di un singolo gruppo, ora sull’azione concitata che ha luogo tra due danzatori, ora invece sulla gestualità trattenuta incarnatasi nel corpo di un singolo performer – fioriscono selvaggi e quasi casuali, al di sopra di una partitura che accosta rari momenti di coralità a un avvicendarsi simultaneo di momenti dialogici. Ed è uno straordinario slow motion, che si imprime nel ricordo dello spettatore fin dalla prima sequenza quella dilatata diagonale di passi affidata a una sola, eccezionale performer a cristallizzare in un ralenti estenuato e sontuoso la rabbia, l’erotismo, l’euforia, le passioni di un piccolo mondo antico e contemporaneo, esotico e riconoscibile.

Foto Roberta Segata / Gisèle Vienne; CROWD

Affidandosi a una costruzione gestuale che rifiuta qualsiasi eclatante dinamismo e optando invece per un sottile alternarsi di freeze, di accenni di break dance, di sofisticato teatro danza, Vienne sfida qualsiasi canonica prospettiva, deformando i formati e gli sguardi per raccontare quotidiane storie di soprusi e di rivalità, di improvvise solidarietà, di leggerezze, di disincanti: senza per questo proporre facili soluzioni ma dando allo spettatore l’onere di scegliere e di agire, di prendere posizione nell’osservazione e, si direbbe, nella società. Così, al di sopra di un tappeto sonoro che raccoglie quasi trent’anni di storia della musica techno ed elettronica, in grado di spaziare da Jeff Mills agli Underground Resistance, da Manuel Göttsching a Peter Rehberg, questa folla omologata e “solitaria”, per citare David Riesman, eppure anche genuino insieme di identità autentiche – disegna l’affresco di una comunità possibile, che all’interno di un paesaggio distopico e futuribile affronta realistiche dinamiche di conflitto e somministra antidoti al loro divampare.

Ecco ciò che l’ipernatural – il titolo di questa edizione del festival – sembra in grado di compiere: l’inedito aggettivo da un lato registra e testimonia l’esistenza, espressa nella presentazione del cartellone, di una «miscela biologica di morfologie ibride di organismi viventi e fossili», un coacervo vitale che gli artisti ospitati presso Centrale Fies hanno declinato ora attraverso performance site specific, ora grazie a forme spettacolari più tradizionali; dall’altro si pone però come categoria descrittiva – a sua volta fluida e proteiforme – per una serie di pratiche che dallo spazio scenico mirano a riversarsi nell’agone comunitario, se non addirittura nelle coscienze individuali. Come messo in luce da Denis Isaia e Sara Enrico nella nota a margine della mostra Performativity, allestita nella Galleria Trasformatori e da loro curata, è d’altra parte nella volontà di contribuire all’emancipazione non soltanto espressiva, ma altresì sociale, che il gesto artistico del performer si è storicamente affermato. Le opere ivi esposte – tra le quali una creazione di Philipp Gehmacher, uno dei protagonisti della scorsa edizione del festival – si muovono consapevolmente sul labile confine tra l’oggetto e l’azione, tra la permanenza dell’installazione e la sua, impalpabile e ciò nonostante evidente, aura performativa, coessenzialmente transeunte e mutevole. È la vita, nient’altro che la vita, a dilagare oltre il proscenio: altamente visibile, tuttora in fieri, irriducibile e incommensurabile.

Alessandro Iachino

Centrale Fies, Dro (TN) luglio 2019

COLLECTION OF LOVERS
creazione 
António Pedro Lopes, Bernardo de Almeida e Raquel André
musiche
 noiserv
light design 
Rui Monteiro
adattamento luci e direzione tecnica Cárin Geada
comunicazione António Pedro Lopes
produzione esecutiva Missanga
coproduzione 
Teatro Nacional D.Maria II (PT), TEMPO Festival das Artes (BR)

GOODBYE
performance 
Michikazu Matsune
assistente artistica
 Andrea Gunnlaugsdóttir
assistente alla ricerca Almud Krejza

sostenuto da The Cultural Department of the City of Vienna, apap – Performing Europe 2020

CROWD
ideazione, coreografia e scenografia Gisèle Vienne
assistenti Anja Röttgerkamp e Nuria Guiu Sagarra
luci Patrick Riou
drammaturgia Gisèle Vienne e Dennis Cooper
musiche, selezione da Underground Resistance, KTL, Vapour Space, DJ Rolando, Drexciya, The Martian, Choice, Jeff Mills, Peter Rehberg, Manuel Göttsching, Sun Electric e Global Communication
edits, playlist selection Peter Rehberg
supervisor della diffusione sonora Stephen O’Malley
performers Philip Berlin, Marine Chesnais, Kerstin Daley-Baradel, Sylvain Decloitre, Sophie Demeyer, Vincent Dupuy, Massimo Fusco, Rémi Hollant, Oskar Landström, Theo Livesey, Louise Perming, Katia Petrowick, Jonathan Schatz, Henrietta Wallberg and Tyra Wigg
costumi Gisèle Vienne
in collaborazione con Camille Queval e i performer
sound engineer Adrien Michel
direttore tecnico Richard Pierre
direttore di palcoscenico Antoine Hordé
light manager Arnaud Lavisse
un ringraziamento speciale a Margret Sara Guðjónsdóttir e Louise Bentkowski
produzione Alma Office, Anne-Lise Gobin, Alix Sarrade, Camille Queval & Andrea Kerr
amministrazione Etienne Hunsinge & Giovanna Rua
produttore esecutivo DACM
coproduttori Nanterre-Amandiers, centre dramatique national, Maillon, Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, Wiener Festwochen – manège, scène nationale – reims / Théâtre national de Bretagne / Centre Dramatique National Orléans/Loiret/Centre / La Filature, Scène nationale – Mulhouse / BIT Teatergarasjen, Bergen. Support: CCN2 – Centre Chorégraphique national de Grenoble / CND Centre national de la danse | the Company Gisèle Vienne è supportata da Ministère de la culture et de la communication- DRAC Grand Est, la Région Grand Est and Ville de Strasbourg
la compagnia è supportata da Institut Français for international touring
Gisèle Vienne è un’artista associata al the Nanterre-Amandiers, centre dramatique national e al  Théâtre National de Bretagne

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.

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