Un tranquillo weekend Cannibale a Centrale Fies

A Fies iniziano i week end aperti al pubblico nella formula inaugurata dopo gli anni del festival Drodesera. Un weekend cannibale di performance e mostre sotto la direzione e la cura di Barbara Boninsegna e Francesca Pennini – CollettivO CineticO

foto di Marco P. Valli, Andrea Nicotra / Cesura

Un macigno poggiato alla parete di una chiesa, fatto della stessa materia minerale del piccolo edificio. Le due masse fluttuano su un letto di sfumature blu, come un paesaggio di montagna visto con gli occhi socchiusi, o di notte. O forse è il riflesso di un lago. Un acrilico su tela – archeologia dei formati artistici – ci raccoglie lo sguardo e lo sospende alle porte di KAS, mostra collettiva curata da Simone Frangi e Barbara Boninsegna, che inaugura Un weekend cannibale da sogno a Centrale Fies. Kas è appunto il titolo della tela, dall’insediamento primordiale che, secondo un’archeologia mitologica, sarebbe sepolto sotto la frana delle marocche. Lo ha dipinto nel 1996 Alfeno Liboni, farmacista locale, genius loci. Kas è un boato antico che minaccia il futuro, l’eterna possibilità del grande reset. Il suo nome intona lo schioccare arido dei passi nel paesaggio brullo intorno a Dro, un’epifania fra le montagne. Il caldo intenso di questi giorni è inusuale, ma in questo piccolo deserto sembra trovare un territorio consono, il ricordo di una geografia che sarà. Accennare al clima torrido con Virginia Sommadossi e Chiara C. Giuliani, fra un momento performativo e l’altro del programma, non è il proverbiale parlare del più e del meno: è il punto di partenza per mescolare gli immaginari, scambiarsi bibliografie. È chiedersi in fondo “come interpretare e dare senso al mondo quando il mondo in quanto tale si manifesta in modo cataclismatico”? È un cenno fra corpi messi in allarme dallo stato delle cose, che sentono e si muovono con il paesaggio, nell’urgenza di cercare nuovi modelli di pensare e agire nell’ambiente. In primis in quello della produzione artistica.

foto di Marco P. Valli, Andrea Nicotra / Cesura

Nel weekend cannibale i nuovi paradigmi di creazione, residenza e cura inaugurati da Fies oltre l’orizzonte storico e di senso del festival Drodesera hanno incontrato il percorso del CollettivO CineticO: un’esplorazione vertiginosa e multiformato, che ha avuto modo di conoscere qui una tappa di messa a punto in residenza nell’estate 2021 e una, in questi giorni, di raccolta (e nuova semina) dei frutti del percorso. Francesca Pennini, Emma Saba, Carmine Parise, Simone Arganini, Teodora Grano, Angelo Pedroni, Davide Finotti, Stefano Sardi, Alberto Favretto o meglio Francesca, Emma, Carmine, Simone, Teodora, Angelo, Davide, Stefano: i loro nomi si mescolano informali nel paesaggio sonoro della centrale, pronunciati con tono dolce e confidenziale, sgranati come perle di un rosario vivo. Li vediamo passeggiare fra un momento performativo e l’altro e anche quei passaggi sono traiettorie di senso, un brulicare quieto che traccia una heatmap emozionale. Fies è un corpo caldo e il calore diventa un indicatore del tempo meteorologico e di quello cronologico, una condizione geopolitica, un segnale per attivare lo sguardo magnetizzato e divorato dalle intensità dei corpi. Cannibalismo è questo voler negare la distanza fra il sé che guarda e i corpi e le pratiche osservate. In gioco è non tanto la messa in discussione di un linguaggio per un altro, ma il formato, la cornice, il territorio umano e architettonico ove la fruizione avviene.

foto di Roberta Segata

Vediamo infatti i lavori del CollettivO accostati in forma particellare e iterativa, le gestualità e i segni migrare di performance in performance, nella “ripresa” di pièce che diventano rituali propiziatori per i luoghi che abitano. Così è per No, non distruggeremo Centrale Fies. Carmine, Simone e Angelo esplorano bendati il foyer al comando del pubblico che, agendo liberamente una tastiera con dei comandi pre-settati, usa i loro corpi come protesi. Un’autorialità in absentia, ironicamente schermata e rischermata dal medium elettronico e dalle bende sugli occhi, evoca la corresponsabilità creatrice del pubblico, chiamato a negoziare lo scopo e il modus dell’esplorazione. Gioco, rilievo spaziale, coreografia. Lontananza e vicinanza, pieno e vuoto. Fra le dicotomie sperimentabili si dissolve il concetto di possibilità, facendo emergere invece quello di potere. I performer non vedono il pubblico, ma questa condizione sperequativa e di estrema vulnerabilità, di purezza sacrificale manifestata nelle candide mutande catecumenali, trova un caustico contraltare nella mazza da baseball, protesi nella protesi, scandaglio fallico che viene sbatacchiato al suolo all’attivazione del comando giusto. Ironia ed erotismo, sigle riconoscibili nel lavoro del Collettivo,  sono meccanismi di partecipazione scatenati dal format, ma la durata prefissata (30’) interrompe il coito, portando l’accento sull’irresistibile pulsione del pubblico a capitalizzare la durata, imprimendo un senso di challenge all’azione.

foto di Marco P. Valli, Andrea Nicotra / Cesura

L’impronta dello spettatore, così profonda da cancellare l’habitus stesso della spettatorialità come presunta condizione di innocenza, è declinata come impronta ambientale nell’installazione Sevy: the collettive houseplant di SINTETICO (Marco Calzolari). Un rilevatore all’ingresso di un piccolo padiglione misura il furto d’ossigeno che ogni visitatore commette ai danni di un’opera vegetale. Houseplant è l’oggetto, la pianta d’appartamento, ma è anche la pianta planimetrica dell’appartamento, la forma dello spazio come ambiente condiviso di consumo d’arte. Anche la fruizione ha una sua sostenibilità. Torniamo (ci torniamo letteralmente, entrando di nuovo nella galleria) a KAS. La tela di Liboni immette a una giustapposizione di opere e piccoli archivi che illuminano il rapporto fra alcune pratiche decoloniali e la lettura del paesaggio (e dunque, il paesaggio stesso) che da esse ha origine. Fra le altre, How do we call things by their names di Mohamed Abdelkarim estrae dall’accostamento di una lirica spoken word e di un suo correlativo grafico (voce di Brian Cole e poster di Engy Mohsen) una possibile lingua anfibia e per un paesaggio post-apocalittico queerizzato. Giulia Damiani, ricercatrice e drammaturga di base a Londra e Amsterdam, ricerca nel lavoro delle Nemesiache, collettivo femminista napoletano fondato nel 1969, le tracce di un’altra Napoli porosa e fluida fra squarci tellurici, periferie industriali, rovine, acque mitologiche e inquinate.

foto di Marco P. Valli, Andrea Nicotra / Cesura

Immaginare forme di convivenza, nell’urgenza di nuove politiche e pratiche di sconfinamento fra città e natura: il lavoro del Collettivo su Manifesto Cannibale, focalizzato sullo studio e la messa in opera di stati naturali di movimento, è qui pienamente in risonanza col progetto curatelare ad ampio raggio della comunità di Fies. Il formato-spettacolo (sul quale Francesca Pennini dialogava con Lucia Medri) è preceduto da movimenti propiziatori che ne illustrano la genealogia, la metodologia e l’iconografia: oltre a No, non distruggeremo, l’intercalare di questi giorni è stato WOW* (e altri suoni antirughe). Nell’intimità sacrale e rugginosa della Forgia, quattro episodi a compagine variabile, un po’ prequel e un po’ spin-off del monumentale Manifesto. Ne fissiamo alcune figure, come icone di una danza macabra in vista del banchetto cannibale. Una pedalata a perdifiato di Carmine per illuminare la scena con un faretto collegato alla dinamo: nel parossismo del corpo sotto sforzo, che fa vibrare il fascio di luce, tutta la prometeica maestà e finitezza dell’umano. E poi un supplizio bondage: Angelo, lottatore perdente e sacrificato, issato a corde robuste di una gogna ero(t)ica. L’ombra multispecie del suo corpo in volo, come un desiderio in forma di uccello, di sirena, di angelo. Il suo corpo raccolto in pietà da una pizia glamour in tonaca-accappatoio. Il lavoro del CollettivO esprime sul piano filosofico il dilemma di dare conto del mondo come continuum umano e non-umano, naturale-vegetale e tecno-mitologico.

foto di Roberta Segata

Bonus track per meglio leggere questo formato esploso: manifestocannibale.it raccoglie i materiali paralleli al percorso cannibale, dalla residenza dell’agosto 2021 ad oggi, fra playlist, diari desecretati dalle chat del collettivo, pensieri più ampi, condivisioni del pubblico, versi, rumori, istantanee, sguardi critici. Ogni materiale contribuisce alla definizione di un’ecologia produttiva che fa dell’erranza la propria modalità di raccolta, frammentando la performance in momenti di fruizione differita e open source, per permettere a tutt* di accedere ai processi creativi, ma anche personali e affettivi. Fare di se stessi, col proprio nome, un dono: assonanza etica, prima ancora che estetica, col lavoro di Alessandro Sciarroni e i sei performer di DREAM, una prova aperta in due sessioni di cinque ore nella Sala Comando, “osservazione dell’essere umano visto da vicino”. Un pianoforte al centro non detta i tempi – è solo un altro corpo dato allo sguardo, suonato di quando in quando a dire la sua anatomia di legni e corde. Una partitura lenta e muta di gesti ora centripeti, ora centrifughi, ora interrelati, più spesso introspettivi. Chi osserva entra dentro un paesaggio commosso. Si è chiamati lentamente al coraggio di stabilire una relazione, posando lo sguardo con più attenzione su questo o l’altro corpo in e-mozione. Per dirla con Haraway, si “propongono e attivano modelli che i partecipanti possono occupare e abitare nel contesto di una Terra ferita e vulnerabile”.

Andrea Zangari

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here