Elio De Capitani. Nel ventre di Moby Dick

Recensione. Elio De Capitani dirige, per la prima volta in Italia al Teatro Elfo Puccini di Milano, il Moby Dick alla prova, scritto e rappresentato da Orson Welles.

Foto Marcella Foccardi

Sarebbe una storia di onde disperse da un oceano all’altro, di luce imbizzarrita che rovescia l’estensione a pelo d’acqua, la stessa luce che trova il limite del legno, le assi di una nave ferma mentre aspetta di salpare, verso rotte misteriose e già perdute; sarebbe questa la storia del Pequod, agli ordini del capitano Achab che ricerca in ogni mare Moby Dick. Ma non lo è, non lo è del tutto. Perché questa è una storia di teatro, di un desiderio così profondo da rintracciare l’essenza dell’ossessione che Herman Melville ha segretato in Achab, per il capodoglio bianco che lo ha sfidato insieme all’oceano tutto, fino a concupire la gloriosa idea di trasferirlo sulla scena. Questa è la storia di Orson Welles, autore di Moby Dick alla prova, rappresentato al Duke of York’s Theatre di Londra il 16 giugno 1955 (prima di partecipare alla versione per il cinema di John Huston nel 1956) e ora, per la prima volta in Italia nella traduzione magnifica di Cristina Viti, sul palco del Teatro Elfo Puccini di Milano, ereditato da un regista che, sulla via della stessa ossessione di raccogliere per sé ben quattro ruoli, non è nuovo a grandi imprese: Elio De Capitani.

Foto Marcella Foccardi

È una compagnia di attori, riunita nel proprio teatro. Sono stati convocati per l’inizio della prova del nuovo testo; ognuno l’ha ricevuto, tra loro c’è chi si fida ciecamente del regista ed è convinto che quelle parole debbano essere ascoltate, altri invece hanno dei dubbi, avrebbero voluto dire qualcosa di diverso, più adatto al proprio pubblico. Ma l’arte non accetta compromesso, lo scopre presto la giovane attrice (Giulia Viana) fasciata dall’abito di Cordelia, chiamata per provare il Re Lear di Shakespeare, si accorge dall’arrivo del regista, deciso a setacciare il suo talento in una prova nella prova, che il teatro è un sistema di vasi comunicanti, che si può dire il Lear attraversando un altro testo e viceversa, che la macchina universale entro cui si muove il mestiere d’attore è una moltitudine di possibilità, ognuna delle quali si traduce in emozione. E allora – per gli attori ispirati dell’Elfo tra cui spiccano l’Ishmael Angelo Di Genio, Enzo Curcurù, Marco Bonadei, Massimo Somaglino e Alessandro Lussiana – che abbia inizio questa prova, la camera di incubazione dell’arte, il tentativo che resta tale e non diventa, se non un’altra sera, in un diverso tempo.

Foto Marcella Foccardi

L’ambiente scenico si equilibra nella penombra che le luci penetranti di Michele Ceglie avvolgono in un manto, un’atmosfera diffusa invoca il sole come buon augurio alla partenza, ma allo stesso modo pone un presagio di sventura con l’oscura progressiva attenuazione; il suono di Gianfranco Turco, scandito in scena dalla direzione di Mario Arcari che vi accorda canti tradizionali eseguiti in un coro vigoroso (diretto da Francesca Breschi), ha un’intenzione evocativa, chiamando in superficie il segreto dei fondali e liberando certi istinti ferali, tanto dell’uomo, tanto della bestia. È forse in questo punto il confronto più serrato: quando la narrazione inizia e il mare diventa mare anche se non c’è, la nave parte anche se la vela che solca l’oceano non è che qualche telo steso sui tralicci, allora la trasformazione si potrà dire compiuta, il Pequod sarà in caccia e la balena leggendaria sa, in qualche parte dell’oceano e della nostra mente lo sa, che stanno arrivando un’onda dopo l’altra.

È fin dal prologo, per la parole di Ishmael, l’inevitabilità del mare. De Capitani se ne rende sacerdote sommo, titanico officiante, perché lo sa, insieme con l’autore, che Moby Dick incontra il suo gemello nel teatro, che forse sulla scena l’avventura della conoscenza può dirsi compiuta.

Foto Marcella Foccardi

La sua regia assume coraggiosamente il compito di guidare il racconto particolare della vicenda verso il confronto con l’assoluto, non più solo delle profondità oceaniche ma dentro l’animo degli individui che le affrontano. Nella narrazione, come una malìa, il vento prende le parole e le porta lungo il viaggio, ne determina la direzione e insieme ne diffonde il canto, così che i tanti nomi di questo assoluto prendano diverse rotte e Moby Dick diventa il mare stesso. La superbia incompiuta del Re Lear prende possesso del capitano Achab che completa la trasformazione cieca della rabbia in odio, lo stesso Achab diviene il Kurtz di Conrad che s’inabissa nell’oceano oscuro che è l’ignoto, non può ignorarlo Welles, così come non può aver scelto a caso la data del debutto, quel 16 giugno che per Joyce fu il giorno dell’Ulisse, l’archetipo del viaggiatore, colui che rischia tutto per toccare un lembo di infinito.

Foto Marcella Foccardi

Ma il Bloom di Joyce è un Ulisse perduto, ebbro di intrighi, privo di perdono. Achab sa che il fondo dell’acqua è l’acqua stessa, scavare non è altro che spostarla perché altra acqua la sostituisca; così la penetrazione dell’ignoto, dello spazio inoppugnabile, è un tentativo mai concluso, un’avventura misteriosa a cui soltanto, se un giorno nel teatro non è mai uguale all’altro, si può credere per il tempo di una prova.

Simone Nebbia

Gennaio 2022, Teatro Elfo Puccini, Milano

MOBY DICK ALLA PROVA
di Orson Welles
Adattato – prevalentemente in versi sciolti – dal romanzo di Herman Melville
traduzione Cristina Viti
uno spettacolo di Elio De Capitani
costumi Ferdinando Bruni
maschere Marco Bonadei
musiche dal vivo Mario Arcari e Francesca Breschi
luci Michele Ceglia, suono Gianfranco Turco
con Elio De Capitani
Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo Zampa
assistente regia Alessandro Frigerio
assistente scene Roberta Monopoli
assistente costumi Elena Rossi
una coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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