G8 Project, il mondo e il teatro dopo vent’anni

Genova 21 di Fausto Paravidino, Sherpa di Roland Schimmelpfennig, diretto da Giorgina Pi e Dati sensibili: New Constructive Ethics di Ivan Vyrypaev con la regia Teodoro Bonci del Bene. A questi spettacoli dedichiamo il nostro focus sul G8 Project del Teatro Nazionale di Genova che ha visto un’importante impresa di commissione e produzione per mettere in relazione il mondo di oggi con i fatti del G8 di Genova 2001.

Qualche settimana fa ci facevamo alcune domande relative alla parola in scena, con la convinzione che in questo momento storico sia centrale proprio quell’atto di responsabilità che vede la presa di parola dell’artista sul palcoscenico. Naturalmente la questione non è fonetica, ma politica: non è tanto (o non solo) il bisogno di riappropriarsi della parola come linguaggio teatrale, la partita riguarda le idee che attraverso di essa vengono veicolate, a questo proposito si legga anche la riflessione di Simone Nebbia sul tema del teatro e della memoria storica.

Ecco allora che un esperimento produttivo come quello del Teatro Nazionale di Genova sul G8 no può che rappresentare un esempio, se non addirittura una vera e propria pratica che potrebbe essere replicata in altri luoghi con altri temi. Cosa è accaduto in questo assolato autunno in cui la città sembrava doversi ancora riprendere del tutto dal sonno dei lockdown? È accaduto che il ventennale dai fatti tragici del G8 del 2001 ha incrociato proprio il bisogno di rivalsa del teatro e le nuove idee che attraversano il nazionale diretto da Livermore; con la curatela di un critico, Andrea Porcheddu, chiamato a inventarsi un ruolo praticamente inesistente in Italia, quello del dramaturg; vero e proprio ideatore culturale – agitatore di pensiero tra platea, testi e direzione artistica – che prima o poi meriterebbe una riflessione di sistema almeno nei teatri pubblici.

Foto Pederico Pitto

È evidente che un progetto come quello di Genova sia frutto di un intelligente e operoso lavoro collettivo (il coordinamento è di Laura Artoni), un lavoro che tra l’altro prende le mosse da un’altra pratica ormai poco frequentata in Italia, quella della commissione –  anche questa modalità di lavoro andrebbe rifondata e immaginata come una pratica collaborativa. Il Teatro Nazionale di Genova per G8 Project ha dunque commissionato 9 testi teatrali, sul tema del G8, ad altrettanti autori e autrici affidando le messinscene  a registe e registi; producendo così 9 spettacoli che sono andati in scena in una maratona e in una lunga tenitura. Le difficoltà in una progettazione così complessa sono dietro l’angolo e naturalmente non tutte le produzioni verranno ricordate per innovazione o capacità di creare un’immaginario sorprendente, alcune rimangono dei tentativi, degli esperimenti; però questo progetto ha il merito di aver creato un focus cittadino e nazionale sul G8 dal punto di vista teatrale. Lo sforzo produttivo è evidente, come dunque l’obiettivo di mettere in circolo economie salvifiche per il settore e per i numerosi artisti coinvolti, ma attraverso una precisa idea culturale, e un necessario impegno civile.

Le opere più riuscite naturalmente sono quelle che hanno tenuto a bada la retorica insita nell’esercizio della memoria, ma che anzi hanno messo in discussione quello stesso esercizio cercando di ribaltare la questione attraverso un’evidente necessità di proiettare quel pezzo di storia sul presente: d’altronde l’indicazione è già nel sottotitolo: Il mondo che abbiamo: 9 spettacoli tra memoria e futuro.

Questa continua interrogazione del presente è contenuta nei tre spettacoli che maggiormente ci hanno colpito (tra quelli che siamo riusciti a vedere in un paio di giorni di permanenza) Genova 21 di Fausto Paravidino, Sherpa di Roland Schimmelpfennig, diretto da Giorgina Pi e Dati sensibili: New Constructive Ethics di Ivan Vyrypaev con la regia Teodoro Bonci del Bene.

Foto Pederico Pitto

Il testo di Paravidino è l’unico, tra i nove, affidato allo stesso autore per la messinscena: per l’artista ligure è un tema già presente nel suo percorso, basti pensare alla drammaturgia di Genova01 scritto proprio all’indomani del G8 oppure al successo di Peanuts (messo in scena nel 2007). In un’intervista Fausto Paravidino ha spiegato come gli sembrasse strano e negativo il fatto che il teatro pensasse a un progetto del genere solo dopo vent’anni: «Non mi pare una bella notizia che sia avvenuto dopo tutto questo tempo, semmai mi sembra una grossa insidia che mi ha spinto a chiedermi: non posso pretendere di fare uno spettacolo di lotta oggi, ma perché non posso pretenderlo? Dov’è la lotta? In quale tana di topi è andato a infilarsi, dopo le randellate di Genova, lo spirito di quei giorni? E qui nasce la necessità di un laboratorio.»
Dunque una forma aperta, laboratoriale dalla quale scaturisce il testo e lo spettacolo, ma lo spettacolo stesso si svolge cercando di trattenere fedeltà a questa forma originaria, includendo lo spettatore, pungolandolo, cercando la sua attenzione e partecipazione; fino alle scene finali nelle quali lentamente vengono abbandonate le ultime tracce di spettacolarità per tornare alla forma assembleare. D’altronde Paravidino sin dall’inizio imposta la comunicazione con il pubblico aprendo il dialogo: «Il mondo come ci appare nel 2001 è molto simile a quello nel quale viviamo adesso. Cosa è successo negli ultimi vent’anni?», con lui in scena Iris Fusetti, Matteo Manzitti, Barbara Moselli ed Enrico Pittaluga, sono se stessi, voci del testo che in caso di necessità si prestano a brevi mutamenti. Discutono, raccontano, chiedono: la drammaturgia collega continuamente le giornate di 20 anni fa con il presente: «Il giorno dopo, Bush dice: “A Genova è nata l’internazionale del conservatorismo misericordioso. La nostra grande sfida è includere tutti i poveri del mondo in un circolo sempre più ampio di sviluppo che comprenda tutte le Americhe, tutta l’Asia e tutta l’Africa.”» Da questa citazione la compagnia comincia a interrogarsi sulle contraddizioni attuali, sul libero mercato e su quanto siano cambiate le percezioni dei diritti e delle lotte: è il caso della contrapposizione, divertente e puntuale, del quarantenne nel Novecento e nei nostri tempi, una estremizzazione comica che vede nell’uomo di oggi un ripiegamento su se stesso e con meno diritti nonostante le tante possibilità dell’epoca digitale.
Questo non-spettacolo di Fausto Paravidino meriterebbe una tournée lunghissima, anche nelle scuole, perché è attività sincera di interrogazione del presente tramite il passato; in grado anche di illuminare la complessità del nostro quotidiano quando, come un manrovescio sulle nostre sicurezze, arriva il monologo di Anna (Barbara Moselle è di una bravura commovente). Viene verso il proscenio: è una fisioterapista di 42 anni, la fiducia nello Stato che ora le dice di vaccinarsi l’ha persa anche a causa del G8, anche a causa dei manganelli di Stato (Paravidino è netto nell’illuminare le colpe dell’autoritarismo e le violenze della polizia): “C’entra coi vaccini? No, un cazzo. Ma c’entra con la mia fiducia. Un politico che mi dice che devo fare una cosa per il bene collettivo, assolutamente… io non ce la faccio. Per il bene collettivo ci hanno massacrato”.

Foto Pederico Pitto

La distanza con gli avvenimenti (i tempi del racconto e il tempo degli accadimenti) è cruciale, per chi firma i testi quanto per la regia, se ne accorge anche Giorgina Pi che a Genova “monta” altra creazione che potrebbe replicare autonomamente, anche fuori dalla cornice del progetto sul G8. A lei è stata affidata la scrittura del tedesco cinquantaquattrenne, Roland Schimmelpfennig: l’autore, nato a Gottinga dispiega, nelle pagine intitolate Sherpa un meccanismo drammaturgico affilatissimo che trova sul palcoscenico alcuni degli elementi tipici del teatro di Giorgina Pi: luci espressive a tagliare il buio, voci suggestive e ben amplificate (Fabrizio Contri, Carolina Ellero, Cristina Parku, Aurora Peres) e in dialogo con le musiche suggestive, e l’attore-musa Gabriele Portoghese. La scena è vuota, ogni personaggio però vicino a sé ha una lampada verticale, il design esile la fa sembrare sospesa. Tutti sono testimoni, ognuno ha la propria versione della (e nella) storia. Due fratelli si muovono verso Genova, un giovane uomo, descritto come “uomo in abito grigio” (i personaggi ad esclusione di una non hanno nome) lavora per uno dei potenti che devono partecipare ai tavoli del G8.

Foto Pederico Pitto

È il suo Sherpa, come gli accompagnatori delle alte vette himalayane deve portarlo al vertice, ma in realtà forse è poco più di un porta borse; sua sorella invece si dirige verso Genova per manifestare. A Schimmelpfennig interessa ciò che avviene prima:  l’attesa, gli elicotteri sopra la città, la paura della giovane attivista, le premonizioni dell’uomo anziano e potente che diventano minacce accennando alla sorella del sottoposto: «Speriamo che vada tutto bene. Speriamo che stia molto attenta./Sarà – ci sarà violenza. Speriamo che non la lascino entrare in città. /Sarà un fottuto massacro». E poi, in un lungo monologo interiore (extradiegetico per certi versi) c’è un balzo in avanti: Schimmelpfennig ci mette su una macchina del tempo, fino a quando una pandemia porta “il pianeta quasi fuori dall’orbita”.  Giorgina Pi ha a che fare con una scrittura chirurgica e un’atmosfera nera in cui la cronologia si sfalda e il realismo si scioglie spesso un incubo lattiginoso; l’incubo in cui l’Italia e i sogni di migliaia di giovani sono precipitati vent’anni fa nelle strade di una città chiusa tra gabbie e manganelli.

Foto Pederico Pitto

Una fantomatica multinazionale viene chiamata in causa nel testo del russo Ivan Vyrypaev: la New Constructive Ethics, una grande azienda che detiene  i diritti di diffusione di una ricerca condotta nel 2019 dalla Global Construction, su commissione del Centro internazionale per la ricerca biologica New World Security. Insomma una serie di maschere del grande capitalismo internazionale che come in un incubo distopico interrogano, controllano, studiano l’umanità. Ma a quale fine? Come si ridefinisce l’etica nella società del controllo e della biopolitica? Quali le responsabilità dell’individuo di fronte alla massa? Vyrypaev ci mette spalle al muro insieme ai suoi personaggi. «Se premendo un pulsante potessi cancellare simultaneamente e in modo indolore sette miliardi di persone evolutivamente non sviluppate, lasciando solo un miliardo di persone aperte, tolleranti, intelligenti ed evolute, accetteresti di premere quel pulsante?». Questa domanda viene lanciata come una bomba in una delle interviste eseguite nella ricerca. Una voce spiega che sono state condotte 150 conversazioni, lo spettacolo è una sorta di montaggio alternato di tre di queste: una psicologa, una biologa e un neurobiologo si trovano a dover rispondere a domande epocali, oppure molto intime. Non è un caso che la narrazione indichi la realizzazione della ricerca nel 2019, dunque in un periodo pre-pandemico, con l’obiettivo di mostrare come la realtà etica, gli stereotipi, le credenze cambino velocemente nella società.

Foto Pederico Pitto

Teodoro Bonci del Bene – laureato presso la Moscow Theatre Art School e già altre volte alle prese con l’autore russo – in questo gioco di finte ricerche e interviste iperrealistiche complica ancora di più la situazione portandola a un punto di saturazione che è a un passo dall’assurdo: assume infatti tutti i ruoli su di sé (traduttore, regista, interprete) e per un’ora e 15 minuti se ne sta seduto in mezzo a due casse da cui proviene il suono interpretando tutti i personaggi, compreso l’intervistatore. Il risultato è uno straniante monologo in cui Bonci del Bene più che modificare ogni volta sensibilmente la propria recitazione si fa portavoce del testo, con piccolissime modifiche di tono o postura. Le domande poste ai tre stimati professionisti (il successo è una delle note comuni ai tre personaggi) alternano le grandi questioni a urticanti interrogazioni nella vita privata. Il gioco per gli intervistati vale la candela: la promessa è quella di una parcella molto alta, in cambio appunto di dati sensibili e di una sorta di outing etico; la ricerca d’altronde promette una privacy assoluta, ma di fatto non mantenuta. La parola Genova nel testo di Vyrypaev non viene mai pronunciata, come d’altronde G8, Diaz, Bolzaneto; eppure in quelle finte multinazionali, nell’autoritarismo di quelle interrogazioni, in questa spietata e disumana voce, che mette allo stesso livello gusti sessuali e scelte etiche, si trova il riflesso oscuro del mondo degli ultimi 20 anni.

Andrea Pocosgnich

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