Rambert e le tre annunciazioni: non colpisce il trittico poetico

Recensione. 3 annonciations di Pascal Rambert è un trittico di monologhi interpretati in italiano, spagnolo e francese da Silvia Costa, Bárbara Lennie e Audrey Bonnet. Ha debuttato alla Triennale di Milano. 

Foto Marc Domage

La Triennale è uno dei luoghi in cui il pubblico milanese può confrontarsi con i nuovi linguaggi performativi, mettendoli in relazione con i temi globali che trasversalmente stanno influenzando le arti. Questo avviene con la rassegna estiva Fog ma anche con la stagione teatrale, dedicata a nomi maggiormente conosciuti e affermati; collocata ai piani inferiori dei grandi spazi espositivi, diretta da Umberto Angelini, non a caso quest’anno ha come titolo “Lo sguardo sul mondo”, per la presenza di artisti internazionali, ma anche per la necessità di puntare il focus su questioni che valicano inevitabilmente i confini. IL 2021 è anche il primo dei quattro anni che vedranno Romeo Castellucci in veste di artista associato (qui con il nuovo Bros e le proiezioni della Divina Commedia, oltre che con un percorso formativo). Arriveranno Kornél Mundruczó e Kata Wéber con Imitation of life, opera con cui indagare ricerca dell’identità e accettazione sociale; la responsabilità individuale e collettiva è inoltre al centro proprio nel nuovo lavoro di Castellucci; la riflessione sul tragico e il collasso della società occidentale è lo spunto di Tutto brucia di Motus; le possibilità del corpo saranno esplorate dalla danza di Virgilio Sieni. E poi uno sguardo a due drammaturgie, quella archetipica di Amleto per Dewey Dell e la riscrittura novecentesca del mito con la Cleopatras di Testori, messa in scena da Valter Malosti.

A confermare la vocazione milanese all’internazionalità (in questi giorni replicano anche le nuove pièce di Claudio Tolcachir e Milo Rau al Piccolo) l’incipit è dedicato alla ricerca poetica di Pascal Rambert con uno spettacolo di novanta minuti: 3 Annonciations, tre monologhi dalla scrittura tanto oracolare quanto sospesa in un ambito poco performativo. Uno spettacolo che sembra discostarsi dalle poetiche drammaturgiche dell’autore francese, intento nelle sue opere più importanti a scavare l’animo umano nelle relazioni con gli altri.

Foto Marc Domage

Cartelli appesi all’entrata del teatro della Triennale avvertono che la sala sarà avvolta dal buio totale, ed è infatti un’immagine  che lentamente emerge dall’oscurità quella di Silvia Costa come Arcangelo Gabriele; bisogna sforzarsi per non farsi sopraffare proprio dal buio e dunque dal sonno. Ci vogliono pochi minuti per capire che si tratta di uno spettacolo che richiederà al pubblico di innamorarsi del fraseggio poetico e delle immagini nonostante la distanza con l’oggetto di osservazione. È una distanza non fisica ma empatica, come se tra il palco e il pubblico Rambert abbia fatto erigere una quarta parete di vetro. Eppure la relazione fatica ad accendersi anche sul piano puramente estetico o cerebrale: talvolta anche per comprendere meglio il profluvio di parole gli occhi si dirigono verso il testo proiettato (i sovratitoli sono presenti anche nella parte italiana forse per una coerenza estetica con le altri parti in spagnolo e francese). L’attrice quasi combatte con l’oscurità, in alcuni momenti si vede pochissimo. La sua annunciazione è quella in cui viene dichiarata la forza del verbo, la parola come una spada. Silvia Costa è un Arcangelo Gabriele in rosso, nella classica posizione quattrocentesca del Beato Angelico. D’altronde Rambert durante la sua permanenza alla Biennale di Venezia, qualche anno fa, per un workshop è stato colpito dall’arte italiana e dall’idea di riflettere sul tema dell’annunciazione; lo spettatore in questo schema, come per la Vergine Maria nel dettato biblico, dovrebbe farsi destinatario di un messaggio che travalica la trascendenza per diventare anche carne e sangue. Bárbara Lennie, identificata nel costume dell’iconografia sacra, è una vergine incoronata e risplende di ori e pietre lucide, ha le braccia protese, all’altezza delle spalle, le muove lentamente. Solo questi i movimenti di un personaggio carico di forza rivoluzionaria: la sua annunciazione è nella rivolta delle piazze, tra i più deboli, nella Spagna della settimana Santa.

Foto Marc Domage

Il terzo e ultimo oracolo risuona invece in francese, nella voce limpida e cadenzata di Audrey Bonnet, il salto temporale è in avanti di secoli, qui il testo poetico riesce di tanto in tanto a sorprendere, quasi a svegliarci: la donna vestita da astronauta ricorda la terra prima della distruzione (forse un cataclisma ecologico), evoca un’immagine che sembra presa da La strada di Cormac McCarthy, una madre in fuga con una la figlioletta; ad essere annunciata in questo caso è la fine del mondo. Le luci di Yves Godin colorano di rosso lo spazio scenico, Bonnet si muove in cerchio, ancora una volta tutto è nella qualità dell’immagine e nella ricerca poetica. È la caratteristica ma anche il problema di questo spettacolo del drammaturgo, regista e coreografo francese: la visionarietà della costruzione iconografica è suggestiva e perturbante (anche grazie ai costumi di Anaïs Romand e alle luci di Godin), ma la totale assenza di azione (sia fisica che drammaturgica) fa dell’opera una via di mezzo tra un’installazione e un recital rendendo così i novanta minuti davvero difficili da sopportare nella frontalità teatrale. È pur vero che a teatro si dorme benissimo – gli addetti ai lavori si scambiano spesso questa battuta – ma Rambert con le sue tre annunciazioni, non sembra voler fare nulla per svegliarci.

Andrea Pocosgnich

Ottobre 2021, Milano, Triennale Teatro

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3 annonciations
scritto e diretto da: Pascal Rambert
con: Audrey Bonnet (FR), Silvia Costa (IT), Bárbara Lennie in alternanza con Itsaso Arana (ES)
scene: Pascal Rambert e Yves Godin
disegno luci: Yves Godin
costumi: Anaïs Romand
musica: Alexandre Meyer
collaborazione artistica: Pauline Roussille
traduzione spagnola: Coto Adánez del Hoyo
traduzione italiana: Chiara Elefante
sovratitoli: Alessandra Calabi
direttore di scena: Alessandra Calabi
tecnico luci: Thierry Morin
tecnico del suono: Chloé Levoy
tecnico di sala: Antoine Giraud
costumiste: Marion Régnier e Marine Baney
direttore di produzione: Pauline Roussille
responsabile di produzione: Juliette Malot
coordinazione e logistica: Sabine Aznar
produzione esecutiva: structure production
coproduzione: TNB – Théâtre National de Bretagne in Rennes, Scène nationale du Sud-Aquitain, Théâtre des Bouffes du Nord
spettacolo in italiano, francese e spagnolo con sovratitoli in italiano
durata 90 minuti,prima italiana

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