Andrea Cosentino alla ricerca del folk: la festa teatrale non è un fake

Recensione di Fake Folk di Andrea Cosentino, nel programma del Teatro Biblioteca Quarticciolo, visto al Parco Modesto di Veglia a Roma.

Foto Andrea Caramelli

Al Teatro Biblioteca Quarticciolo, da quando le condizioni lo permettevano (non solo atmosferiche ma soprattutto quelle anti Covid) la direzione, rappresentata da un gruppo allargato di professionisti (Giorgio Andriani, Valentina Marini, Antonino Pirillo), ha traslocato temporaneamente molte delle attività teatrali fuori dalle mura dell’edificio che ospita anche la biblioteca e che una volta apparteneva ai Teatri di Cintura. Ora gestito dai privati con una funzione pubblica e un finanziamento, il Teatro Biblioteca Quarticciolo, viste anche le numerose saracinesche chiuse in quartiere, è non solo presidio culturale ma vero e proprio faro nella notte di quel fazzoletto di cemento stretto tra  viaTogliatti e la Prenestina.

Dalla riapertura di maggio scorso di sono inventati una mini stagione estiva con performance, spettacoli, concerti all’aperto, l’incrocio con la danza internazionale di Fuori Programma e ora un inizio di stagione tutt’altro che comodo e usuale. Fake Folk di Andrea Cosentino è infatti un progetto fuori formato a cui la rappresentazione teatrale sta evidentemente stretta: l’idea è quella di prendere come oggetto di studio e di forma la festa di paese.

Foto Andrea Caramelli

Siamo nel piccolo parco Modesto di Veglia, nei pressi del Teatro Quarticciolo: sedie distanziate, un baracchino per birra, salsiccia e zucchero filato, in attesa, mentre prendiamo posto, la musica e le voci di MaTeMusik band & crew suonano dal vivo (nelle altre giornate si sono alternati: La Rustica X Band,  il coro Sanciari Sanghetyan del Bangladesh, in collaborazione con Asinitas Onlus, Karma B. e Holi Dolores, in collaborazione con Drag Me Up – Queer Art Festival), nella parte destra del palco il luogo deputato per la demenzialità colta di Telemomó, al centro un elegante gazebo da riviera e poi a sinistra un altro spazio scenico in cui è sistemata, probabilmente, una statua coperta.

Il concetto di “fake” pervade ormai da anni le nostre vite: si è inserito come un refrain nell’informazione, nei discorsi quotidiani e naturalmente per l’artista abruzzese, vincitore di un premio Ubu speciale nel 2018, lavorare attorno al concetto di fake a teatro non vuol dire semplicemente fare la parodia di un fenomeno, ma accostare i due piani, quello del teatro d’arte (che dovrebbe essere serioso, di ricerca, rigoroso, ecc.) con il livello più basso della spettacolarità, la sagra di paese appunto.

Foto Andrea Caramelli

Messa in questi termini però sarebbe una questione solo concettuale (che con la carnalità del teatro ha poco a che vedere, anche se Cosentino sarebbe capace di un simile tentativo dato che è forse il più colto tra i nostri comici), invece c’è qualcosa di ben più interessante perché profondamente umano (oltre che divertente e acuto), ovvero la coincidenza dei due mondi. Il lavoro di Cosentino si spinge talmente a fondo da toccarla l’altra estremità, da inglobarla, o meglio da lasciarsi trascinare dentro il suo carnevale. In un’intervista di qualche anno fa affermava: «Quella che mi interessa è la comicità carnevalesca. Il mescolamento dell’alto e del basso, il rovesciamento di ogni gerarchia: sono procedimenti tipici di questa forma di comicità, il cui orizzonte utopico è la festa, ovvero il crollo di ogni barriera […]. La risata carnevalesca distrugge tutto ma accoglie chiunque. È un ridere aperto.»

Foto Laila Pozzo

Dopo gli applausi un ragazzino prende il microfono e sul palco si lasca andare a un piccolo show, canta, prende in giro il pubblico, in effetti ha carisma da vendere e non avrà neanche dieci anni. Quando, al termine dello spettacolo, mi avvicino a Cosentino per salutarlo mi spiega che il bambino, abitante del quartiere, ha rischiato di rovinare la prima replica con la sua voglia di stare al centro dell’attenzione, così è nato un patto di non belligeranza tramite la promessa di performance. In qualche modo lo spirito di Fake Folk è anche qui, per questo non basta la parodia ma lo spettacolo deve essere in grado di nutrirsi di ciò che può estemporaneamente accadere.

Foto Andrea Caramelli

Di Telemomò abbiamo parlato più volte, il pubblico romano ha avuto modo di incontrarlo al chiuso e all’aperto, nelle piazze e nei luoghi di passaggio: un format che ha bisogno solo della cornice di quel tubo catodico in cui Cosentino possa far cortocircuitare pezzi di codici televisivi con il linguaggio teatrale. Anche in questo caso Telemomò è il punto di partenza di un’esperienza che, proprio come nelle feste, sarebbe dovuta essere itinerante ma che qui a causa del Covid si lascia esperire solo frontalmente. È nella televisione che comincia la relazione con la platea, qui viene annunciata la festa e la presenza dell’amministratore locale di turno; è sempre Cosentino, il comico riprende le sue maschere le aggiorna per calarle nel contesto del Quarticciolo. D’altronde la presa in giro del folk, delle abitudini paesane tanto ricercate dalla TV o dall’antropologia mordi e fuggi, Cosentino l’ha sempre sperimentata, concependo personaggi ai quali guardare con affetto e non con lo sguardo dello sberleffo. È il caso della signora con il suo attrezzo tipico per fare la salsiccia di pecora (l’immaginario culinario e paesano abruzzese fornisce sempre l’imprinting sul quale istallare molte delle sue maschere), lo “sconocchiaquattrani”, che anche in questo caso torna in una versione Quarticciolo. La cucina, vera religione dei nostri tempi, non può che essere a chilometro zero, tramandata da generazioni di mani infarinate.

Foto Andrea Caramelli

I video cura di Alessandra De Luca e Dario Aggioli, tra il serio e l’assurdo, riempiono la scena quando in un cambio spaziale l’attenzione si rivolge alla statua. Cosentino in versione trombettista e Nexus nei panni di banditore (al secolo Giuseppe Gatti performer, autore, regista) fanno cadere il lenzuolo. Nella festa di paese architettata dal Teatro Quarticciolo non c’è spazio per il sacro, ad apparire su un palchetto – come fosse portata in spalla – è Biancaneve (ai suoi piedi i nani da giardino), il suo specchio è uno smartphone da interrogare fino allo sfinimento e nel quale vedersi implacabilmente trasformare; il volto di Alessandra De Luca viene proiettato su uno schermo di proporzioni verticali subendo così in diretta gli effetti di un software che ne muta i lineamenti.

Foto Laila Pozzo

La tecnologia (la progettazione è di Nexus, ), nella sua versione più giocosa, è evidentemente un altro dei tratti caratteristici di questo lavoro di decostruzione (e invenzione) della festa contemporanea, quella tecnologia a basso costo, popolare, che sta affiancando o sostituendo le tradizioni nelle relazioni con gli altri e nel rapporto che abbiamo con il tempo a disposizione.

Tutto è finto, tutto è fake, ma tutto è vero, la decostruzione diventa essa stessa una festa con tanto di canto e coreografia da eseguire insieme al pubblico (suono e musica dal vivo sono di Lorenzo Lemme); perché forse la questione è proprio questa: se abbiamo perso le tradizioni, e stancamente però cantiamo le lodi culturali e culinarie del borgo operoso o del quartiere coeso, qual è lo spazio per inventare una nuova festa e dare così vita a una nuova tradizione popolare?

Andrea Pocosgnich

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FAKE FOLK_Progetto Speciale TBQ 2021 from TBQvoices on Vimeo.

FAKE FOLK
con Andrea Cosentino, Alessandra De Luca, Lorenzo Lemme, Nexus, Dario Aggioli
ideazione e drammaturgia Andrea Cosentino
collaborazione alla drammaturgia Alessandra De Luca
suono e musica dal vivo Lorenzo Lemme
design realtà aumentata e movimenti scenici Nexus
montaggio video e coordiamento tecnico Dario Aggioli
scene Antonio Belardi
costumi Anna Coluccia
parrucca Eugenio Prezioso
foto di scena Laila Pozzo
produzione Cranpi e Teatro Biblioteca Quarticciolo | in collaborazione con ALDES | con il sostegno di Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Periferie Artistiche Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio

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