Kilowatt Festival: il contesto e la danza. Tra forma ed esperienza

La danza in prima nazionale a Kilowatt Festival 2021 nelle scritture di Lois Alexander, Alessandro Carboni e Arno Schuitemaker. Recensione.

Foto di Luca Del Pia

Dai passaggi di stato di identità “appese” all’essenzialità formale di chiaroscuri triangolari, fino al flow sinestetico di corpi e suoni: quello spiraglio dell’offerta spettacolare dedicato alla danza, programmato durante la XIX edizione di Kilowatt Festival, è stato all’insegna dell’eclettismo coreografico, dell’investigazione autoriale, e attuale, sulla forma. Impianti installativi, contemplazione del gesto e happening: gli artisti Lois Alexander, Alessandro Carboni e Arno Schuitemaker hanno, ciascuno secondo i propri stilemi, definito un approccio metodologico attorno al concetto di cornice, perimetrando, con rigore da un lato e aleatorietà dall’altro, lo studio sulle modalità attraverso cui il corpo reagisce all’interno di una struttura – frame – che lo comprende.

Neptune. Foto di Luca Del Pia

Identità e migrazione sono i focus tematici attorno ai quali la scrittura della coreografa americana Lois Alexander fa convergere Neptune, un solo meditativo al confine con la visual art, estenuato e lentissimo, sospeso in un ambiente rarefatto, all’interno del quale gravitano alcuni blocchi di ghiaccio pendenti dall’alto e sorretti da pesanti catene. Se all’entrata del pubblico la scena (set di Nina Key) è ovattata e offuscata da un vapore acquoso, successivamente quella nube si dirada, scoprendo la correlazione tra il calore del corpo nudo della danzatrice e i cubi di ghiaccio che, nello sciogliersi graduale, fanno ricadere stille d’acqua a terra. Attraverso l’individuazione dei passaggi di stato dell’acqua – solido, liquido e gassoso – Lois Alexander vuole creare un corrispettivo con i passaggi identitari, rifuggendo da categorie definitorie e manifestando del corpo proprio le reazioni fisiche alle diverse temperature: percepiamo la tensione della pelle ai brividi di freddo, la lucentezza tonica, la plasticità del movimento bagnato. Dalla spigolosità e bidimensionalità dell’incipit – in cui l’interprete utilizza anche uno specchio ovale come fosse un occhio scrutante il pubblico e dietro il quale il suo volto si nasconde – il movimento si espande e si fluidifica a contatto con l’elemento acqueo fino poi a concludersi in un’ode recitata con poca incisiva necessità, risultando voce flebile ed estemporanea rispetto alla riflessione sulla femminilità perseguita attraverso il gesto e, nel complesso, politicamente inefficace.

CONTEXT. Foto di Luca Del Pia

«I disegni, le foto e gli oggetti in mostra non sono la sola trasposizione grafica dei corpi in movimento o semplici appunti di lavoro, ma trasformano in un ulteriore formato grafico-visivo la riflessione intorno agli stessi concetti di misurazione, tridimensionalità, matrice, possibilità, incarnando da punti di vista diversi l’intero del processo di Context». Tautologico è il lavoro sul contesto operato da Alessandro Carboni, artista visivo, performer e ricercatore recentemente selezionato per Aerowaves Twenty20, che ha presentato a Sansepolcro la prima nazionale di CONTEXT, sviluppato in diverse residenze internazionali tra Europa, Stati Uniti e Canada all’interno di un lungo processo tra il 2019 e il 2021, sostenuto da BeSpectActive, Formati Sensibili, Tir Danza, L’Arboreto – Teatro Dimora, Amina/369gradi. Ciascuno dei tre momenti – solo, duo e trio – è l’estrapolazione di un’unica riflessione coreografica attorno alla figura geometrica del triangolo, scelta come «unità primaria di suddivisione dello spazio». Da questa, Carboni elabora un immaginario contenutistico di simboli, rimandi tematici, atmosfere emotive, riguardante anche l’arte pittorica e la sua traduzione performativa.

Il bianco e nero assurge a un minimalismo ascetico e armonico, la misura del movimento e la scansione in partiture ordinate e reiterate sono determinate da una matrice geometrica, dallo studio delle rette, degli angoli, e la riflessione coreografica si interroga su come queste linee incontrino il volume spaziale occupato dal corpo delle tre performer: Ana Luisa Novalis Gomes, Sara Capanna e Loredana Tarnovschi. Nel visionare i materiali di studio, tra calcoli, bozzetti e appunti, allestiti nell’Oratorio di Santa Maria delle Grazie, emerge l’attenzione pedissequa e assorta che ha caratterizzato la messa a punto del processo. A partire da CONTEXT/solo ogni elemento è un dettaglio dell’insieme: il trucco nero che ricopre con disegno deciso e concavo giusto una porzione del volto dell’interprete Sara Capanna; la delicatezza del tatto con il quale la danzatrice sostiene il triangolo bianco e nero, quasi sovrastata dal suo peso; e il pattern della coperta, frutto sempre di uno studio geometrico sulla figura del triangolo, con la quale la danzatrice si coprirà volteggiando sotto di essa e poi ne decostruirà la forma, volutamente, in una caduta scomposta, caracollando vicino agli spettatori seduti in cerchio a terra nella sala.

CONTEXT/trio. Foto di Luca Del Pia

Creazione, ricomposizione, decostruzione sono i vettori della coreografia Context/Trio: immerse nel buio ma illuminate nelle loro ombre da un’alba notturna (luci di Maria Virzì), le interpreti, sollevando uno alla volta i 128 triangoli, compongono la struttura di un quadrato determinando sin dall’inizio una narrazione conosciuta, di cui il pubblico è consapevole tanto del suo svolgimento quanto della sua conclusione: il gesto riproducibile e seriale acquista così, nella sua durata, sempre nuova origine, senza stancare l’occhio. Il quadro che si dispiega dinanzi al nostro sguardo, e che lo cattura in una posa contemplativa, ci rimanda per rappresentazione formale all’immaginario costruttivista, all’intersezione geometrica di piani, ai corpi le cui proiezioni ortogonali si stagliano sulla scena come questa fosse una pagina bianca, campo aperto di significato e potenzialità.

If You Could See Me Now. Foto di Luca Del Pia

Lasciando il tempo siderale di CONTEXT, dal Teatro alla Misericordia ci spostiamo al Chiostro di Santa Chiara attraversando il borgo: a Kilowatt si riscopre, più di altri, il piacere di percorrere insieme al gruppo di spettatori la strada che unisce un luogo all’altro del festival, momento di raccordo e di stacco allo stesso tempo, di decompressione, in cui, chi ne ha voglia, può condividere le impressioni sullo spettacolo precedente preparandosi a quello successivo. Questo avviene quando la programmazione è ragionata per permettere una pausa funzionale alla visione, nel rispetto dei tempi fisiologici, e non quando gli eventi si affastellano gli uni agli altri in corsa. Irrefrenabili e in fila, aspettiamo quindi di entrare nel Chiostro – e già da fuori, nella piazza omonima –ascoltiamo il crescendo di un flow sintetico di beat sincopati, scarica sonora sinuosa che pervade la serata estiva. Per un attimo, sembra quasi di avere la percezione di rientrare in discoteca, luogo, adesso e dopo questi due anni, a dir poco mitizzato nella nostalgia.

I performer Stejin Fluij, Ivan Ugrin e Mark Christoph Klee sono le tre muse danzanti nel cube ricreato da Arno Schuitemaker, artista olandese che nell’ottobre 2019 è stato insignito, per il suo ultimo lavoro The Way You Sound Tonight, del premio per la migliore produzione di danza da VSCD («l’Oscar della danza olandese), uno dei riconoscimenti più importanti dedicati alla danza dei Paesi Bassi. Con If You Could See Me Now, siamo accolti da un’energia alla quale sin dal nostro ingresso vorremmo prendere parte, scatenandoci anche noi in un inarrestabile movimento. Vestiti con colori pastello, i tre danzatori agiscono partiture coreografiche i cui gesti principali sono fissati in uno schema di movimento che, progressivamente reiterato, evolve per tramutarsi in un’altra successione. Nella confusione, vivida, di una trance che unisce performer e spettatori in un un’unica cornice esperienziale, si soffre la costrizione a rimanere seduti; tuttavia tale postura determina una maggiore osservazione, e godibilità, di questo “happening mancato”. Senza interruzione, il flusso coreografico aderisce organicamente al concept studiato da Schuitemaker, per cui le musiche di Wim Selles tracciano nello spazio direttrici pulsive costanti ma non monotone, seguendo altezze e bassi armonici ai movimenti. Ci arrendiamo all’incantamento e torniamo, anche se da osservatori, a quella longue durée che esperivamo nei locali, dalla sera alla mattina. Ininterrottamente.

Lucia Medri

NEPTUNE

di e con Lois Alexander
scene Nina Kay
musiche e suoni Shannon Sea
produzione Dansmakers Amsterdam & ICK Dans Amsterdam
consulenza artistica Suzy Blok, Fernando Belfiore
consulenza drammaturgica Alexandra Hennig, Lara van Lookeren
costumi Steffi Barbian
coproduzione Sophiensæle Berlin
con il supporto di Amsterdam Fund for the Arts, AFK 3Package Deal, Dansgroep Amsterdam

CONTEXT

ideazione, coreografia e impianto visivo Alessandro Carboni
performers Ana Luisa Novais Gomes, Sara Capanna, Loredana Tarnovschi
musica Danilo Casti
luci Maria Virzì
costumi Eva Di Franco
organizzazione e cura Debora Ercoli
produzione Formati Sensibili
coproduzione TIR Danza, CapoTrave/Kilowatt
con il sostegno di Centro di Residenza Emilia-Romagna (L’arboreto – Teatro Dimora, La Corte Ospitale), 369gradi, h(abita)t – Rete di Spazi per la Danza / QB / Sementerie Artistiche, Regione Emilia Romagna
sviluppato all’interno di Be SpectACTive! con tre residenze creative presso Bakelit Multi Art Center (HU), Domino (HR), International Theatre Festival Divadelná Nitra (SK).

IF YOU COULD SEE ME NOW

concept Arno Schuitemaker
con Stein Fluijt, Ivan Ugrin, Mark Christoph Klee
drammaturgia Guy Cools
musiche Wim Selles
luci Vinny Jones
costumi Inge de Lange
produzione Sharp/ArnoSchuitemaker
coproduzione Hellerau – Europäisches Zentrum der Kunste, O Espaço Do Tempo – Associação Cultura, CN D Centre national de la danse, Klap Maison pour la danse and Tafelhalle im KunstKulturQuartier
con il sostegno di Performing Arts Fund NL, Fonds 21, VSBfonds, Prins Bernhard Cultuurfonds

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