Lucia Calamaro. Darwin inconsolabile di fronte alla morte

Darwin Inconsolabile (un pezzo per anime in pena) scritto e diretto da Lucia Calamaro con Riccardo Goretti, Gioia Salvatori, Simona Senzacqua e Maria Grazia Sughi ha debuttato alla 64esima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Recensione

Foto di Paola Atzeni

A distanza di qualche giorno, si concretizza alla memoria l’immagine di una donna in mezzo al palco del Teatro Caio Melisso capovolta dentro un carrello della spesa, circondata da confezioni di plastica salvafreschezza per gli alimenti. Con l’immobilismo di chi vorrebbe annientarsi per annientare, Gioia (Gioia Salvatori) non accetta che la madre abbia comunicato a lei e ai suoi due fratelli che il suo cuore non regge più, è stanco, e potrebbe morire. Quando? Non si sa, ora come domani, ciò che conta è la consapevolezza della precarietà, della fine. Nell’inestinguibile spinta a modificare il suo habitat, l’uomo non si preoccupa di coesistere nel rispetto di esso, di rendersi cosa in mezzo alle cose. La specie umana, orfana di consolazione, accumula, controlla, subordina, distrugge. Tesi nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 in materia di ambiente e sostenibilità, siamo tuttavia ancora incapaci di percepirci come esseri naturali. La natura diventa allora insostenibile, Gioia si arrabbia, una furia tra gli scaffali della Coop, rifiuta con capriccio infantile che la vita di sua madre le sfugga al controllo, impunta il carrello contro il suo, la accusa, la minaccia di lasciarla lì, con tutte le sue cose comprate…

Foto di Paola Atzeni

Darwin Inconsolabile (un pezzo per anime in pena) di Lucia Calamaro ha debuttato lo scorso weekend alla 64esima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, accolto da un pubblico numeroso ma distanziato e sventolante nel rosso tepore pomeridiano della sala. Un condominio si direbbe, la semicircolarità a ferro di cavallo e l’altezza dei tre ordini di palchi del Caio Melisso – il più antico teatro all’italiana della cittadina umbra – creano un unico raccordo visivo e empatico che, come vuole la migliore tradizione architettonica, si presta funzionalmente ad amplificare la prossimità alla pena di queste quattro anime: i fratelli Gioia, Riccardo (Riccardo Goretti), Simona (Simona Senzacqua) e Maria Grazia (Maria Grazia Sughi) la madre.

Foto di Paola Atzeni

Maria Grazia, ottantenne artista performativa, mette in scena la rappresentazione della sua inevitabile morte, o presunta tale; il suo far finta di morire coinvolge i figli in un teatro che per lei è “come se” ma per i tre è “come è”, il dramma di un presente che sbaraglia e proiettandosi al futuro, diventa già passato e ricordo. Solo tramite la tanatosi agita dalla madre anziana – cioè la pratica degli animali che per sfuggire al pericolo si fingono morti – i quattro umani sembrerebbero entrare in contatto tra di loro, cogliersi nell’istante di una cesura traumatica che deve essere curata, per leccarsi le ferite attorno a un capezzale divenuto installazione artistica. Gioia, anche lei performer e artista, riemergerà dal carrello carico di alimenti e, riferendosi alle teorie sull’interspecie, deciderà di sfruttare l’energia marcescente della spesa acquistata per infondere linfa vitale alla madre, distesa sul letto accanto a un trionfo arcimboldiano di frutta e verdura. Nella stanza si aggiungono intanto le opere della gioventù di Maria Grazia da lei richieste al suo fianco per accompagnarla nel trapasso. È proprio in questo luogo sulla soglia, di passaggio, che restano per un lungo tempo da soli Gioia, Riccardo e Simona, a vivisezionare il loro rapporto, ciò che non li lega più e a rinfacciarsi le rispettive mancanze avute nei confronti della madre, quasi a sentirsi responsabili della sua dipartita. Riccardo è un frustrato maestro elementare e soffre da sempre la gravità della componente femminile, Simona è la madre matura e ostetrica, colei che è legata alla natura ma solo per ideale, in quanto in fondo è ambientalista irrisolta e impacciata, Gioia invece, solo con la morte annunciata della genitrice si rende conto di essere una sorella, non si era infatti mai percepita tale. Con scrupolosa analisi, ricercatezza di metafore e indagine speculativa, passano in rassegna la loro esistenza giungendo a parlare di un inedito manoscritto di Darwin de L’Origine della specie, citato da Borges e consegnato dall’amico e scrittore Bioy Casares a Maria Grazia in persona, durante una delle sue giovanili avventure artistiche.

Foto di Paola Atzeni

Performare non solo la morte di se stessi ma anche quella della persona cara, determinando una contemporanea elaborazione del lutto: che la consapevolezza della morte, non sia poi la morte stessa? Nel momento della paura, l’uomo si pre-occupa della sua esistenza e quella altrui, nella scrittura dalla sensibilità scientifica e dalla tensione a nominare le cose che caratterizza il lavoro di Calamaro, i tre fratelli infatti si abbandonano a elecubrazioni intellettualistiche sperando che queste li assolvino dal senso di colpa, determinando un’azione che tuttavia non avviene nella realtà e per questo non riesce a scardinare l’impalcatura rappresentativa e finzionale della messa in scena. Le res humanae, antropiche per l’esattezza, cedono all’impossibilità di entrare in dialogo con le res naturalis, ne è dimostrazione l’ecologia della scrittura che, come propria alla lingua di Calamaro, sceglie di focalizzarsi sulla paralisi delle cose, sul fallimento pratico di quell’interspecismo che potrebbe assolvere la nostra azione, finora distruttiva, di essere umani sul pianeta Terra. Non a caso, in questo legame mancato, in questo isolamento distaccato, ad ammalarsi è proprio una madre, natura forse? Le risposte allora andrebbero ricercate nelle teorie citate dai protagonisti, come quella degli iperoggetti cantati con naïveté da Gioia citando la filosofia ecologista di Timothy Morton, la svolta salvifica e il superamento dei dualismi rappresentata dal chtulucene secondo la filosofa femminista Donna Haraway, o anche la politica ambientalista di Chico Mendes secondo il quale «l’ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio».

Maria Grazia, in quanto madre, tutto unisce e tiene in piedi, l’«inevitabile magone» evitato da sempre da Simona che empatizza però con la sconfinata intelligenza emotiva dell’elefante, la sessualità rifuggita dall’eterno bambinone Riccardo, la mancanza di fiducia in se stessa di Gioia. Le potenzialità delle scritture attoriali dei quattro si fondono amabilmente con la struttura registico-drammaturgica creata da Calamaro, il testo è proprio a ogni interprete, cucito addosso come gli abiti di scena, i cui colori sono tutti relativi alla terra (verde e marrone); le personalità sono definite nel loro avvolgersi e arruffarsi come lo sono i capelli dei tre figli, sciolti e con due ciocche raccolte in spirali per Gioia e Simona, scompigliati per Riccardo. Avvolti su loro stessi, lo sono anche alcuni passaggi del testo che, forse volutamente, paiono dilungarsi troppo in una sorta di autocompiacimento dei caratteri, gravando sulla parte centrale dello spettacolo e rallentandolo in una posa annoiata e sconfitta, incapace di risoluzione.

Foto di Paola Atzeni

Goretti e Senzacqua confermano la loro fedeltà matura alla pratica narrativa di Calamaro, mentre Salvatori (diretta dalla regista per la prima volta) non poteva trovarsi più a suo agio nelle maglie di un personaggio che non solo le appartiene per natura scenica ma che è stata in grado di approfondire e ampliare con godibili nevrosi e incursioni emotive. Maria Grazia è senz’altro l’anello a cui si appigliano le tre personalità filiali, è una tenera e anziana bambina che vuole divertirsi, prima di compiere nel finale – e sarà l’unica a farlo – l’ultima e definitiva azione che le appartiene come donna adulta, matrigna, capace di autodeterminarsi nel suo potere di dare e togliere la vita. Questo «pezzo», per citare il sottotitolo sempre esplicativo dello stato d’animo degli spettacoli firmati dalla drammaturga romana, è come il pungolare del solletico: sul volto si palesa un sorrisetto velato che poi esplode in risata, si ride a crepapelle anche, ci si contorce e poi, se il solletico è persistente e non molla la carne, ci manca il fiato e ci soffoca.

Lucia Medri

DARWIN INCONSOLABILE (un pezzo per anime in pena)

scritto e diretto da Lucia Calamaro

con Riccardo Goretti, Gioia Salvatori, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi

assistente alla regia Paola Atzeni

disegno luci Loïc François Hamelin

Produzione Sardegna Teatro con Spoleto Festival dei Due Mondi, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e il sostegno del Teatro di Roma

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