Deflorian Tagliarini, le sovrimpressioni del tempo e l’invecchiamento

Recensione. Sovrimpressioni è una nuova performance/spettacolo di Deflorian/Tagliarini. Visto a Rimini, nel programma di Santarcangelo Festival 2050.

Foto Claudia Borgia e Lisa Capasso

Siamo a Rimini, al Teatro degli Atti, nel secondo movimento dell’edizione per il 50° di Santarcangelo Festival diretto da Motus: un’edizione politica ed eterogenea, in cui arte e attivismo camminano insieme e che quest’anno con Sovrimpressioni arriva fino alla città di Federico Fellini. Nel chiostro del teatro c’è una rete per impedire agli uccelli di avvicinarsi troppo alla vita degli esseri umani, un piccione nero sta lì, chissà da quanto, bloccato nella rete, morto, quasi a ricordarci quanto possiamo essere crudeli quando vogliamo difenderci. Al primo impatto, come nel caso della recitazione-conversazione di Deflorian/Tagliarini, ci chiediamo quanta realtà ci sia in quell’immagine (tema che tra l’altro è stato abbondantemente bombardato da un altro spettacolo del festival, Ultraficción de El Conde de Torrefiel), anche perché quel cadavere è un artificio, se non si mette bene a fuoco la rete, sembra sospeso nel vuoto, tra l’azzurro del cielo e le nuvole.

Foto Claudia Borgia e Lisa Capasso

Nel nuovo spettacolo di Deflorian/Tagliarini c’è un momento in cui accade qualcosa; senza fuochi d’artificio, ma con quella semplicità che ormai è una caratteristica precisa e vetta estrema di un certo fare teatro assimilabile alle pratiche del duo artistico. Accade che viene portato via uno specchio che per tutto il tempo ha diviso lo sguardo dei due attori: “parlo con te ma nello specchio vedo la mia immagine” aveva detto uno dei due. E poi lei che non trova il modo per dire, senza imbarazzo, quanto sia stato importante negli anni questo specchiarsi, questa possibilità di rivedersi attraverso qualcun altro. Insomma quando lo specchio viene sollevato c’è una pausa, lunga, ma densa, piena di significati, un silenzio che in qualche modo è il centro gravitazionale dello spettacolo, una sorta di aleph per dirla alla Borges, un punto che raccoglie tutti gli avvenimenti della vita, tutti i suoi piani. Allora, quel silenzio non ha nulla a che fare con la sorpresa che ci ha colti con gli occhi sulla rete, o con quella che uno dei due performer potrebbe avere vedendo l’altro invecchiato. Il dato fenomenico nasconde in realtà un tuffo del cuore nello stomaco, quella commozione che tutti incontriamo nella vita quando ci troviamo di fronte al passaggio del tempo. Eccolo quel grande Moloch che ci accompagna da quando nasciamo trasformandoci lentamente sacrificando la nostra giovinezza: i piccoli racconti di Antonio e Daria, la quotidianità di una compagnia del teatro indipendente, tanti anni fa, quando le repliche erano poche, pochi gli spettatori e c’era sempre una residenza in qualche posto sperduto, al freddo, nell’accondiscendenza di mangiare riso e zucchine per la dieta di lui. In una scena con gli spettatori ai due lati e al centro un tavolo grigio diviso a metà dallo specchio, siedono, alle sue estremità, i due attori e autori, mentre altrettante truccatrici acconciano con meticolosità, durante quasi tutto il tempo dello spettacolo, i loro volti, incidendo le rughe, sbiancando capelli e barba. Ginger e Fred di Fellini è un punto di partenza “ma non volevamo raccontare la storia, il film” mi spiegherà poi Deflorian, il tentativo sembra proprio quello contrario di non raccontare, semmai di pescare in quell’immaginario per cercare qualcosa che li riguardi: la danza, nei passi malinconici e ariosi di Tagliarini, il blocco del set per quella costola incrinata di Giulietta Masina – un buio che fa tornare in mente i blocchi forzati della pandemia – e poi quel divano che a un certo punto esce fuori da una delle due aperture laterali, c’è ancora l’etichetta. Daria di siede sui cuscini a fantasia liberty, ocra e oro, un whisky scozzese “Isle of Sky”, la parrucca bianca e qualche passo di danza accennato, qui racconta di un’altra fuga, quella di Greta Garbo dalla Hollywood del divismo, una donna trentenne che rinuncia al successo e alla vita.

Foto Claudia Borgia e Lisa Capasso

Deflorian e Tagliarini non si toccano mai, eppure vengono continuamente toccati, manipolati nel loro apparire, dalle truccatrici – queste quasi sempre in scena riescono a manifestare una presenza evidente ma all’occorrenza invisibile; nonostante la lontananza fisica Daria e Antonio sono vicinissimi. Non c’è qui il carico di malinconia con cui si chiude il film di Fellini, però emerge con evidenza la fragilità dell’artista di fronte alla vita, quella caducità che certamente appartiene a tutti gli esseri umani ma che nel caso degli artisti del palcoscenico si aggrava di una imponderabilità ulteriore.

Tagliarini, rievocando il passato da danzatore e riflettendo su questa condizione limite, si chiede cosa, in fondo, sappia veramente fare, la risposta è proprio in quella fragilità, “Io so cadere.”

Andrea Pocosgnich

Luglio 2021, Teatro degli Atti, Rimini, Santarcangelo Festival 2050

Sovrimpressioni

un progetto di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini / e con Cecilia Bertozzi e Chiara Boitani / assistente alla regia Chiara Boitani / disegno luci Giulia Pastore / costumi Metella Raboni / cura e promozione Giulia Galzigni – Parallèle / amministrazione Grazia Sgueglia / un ringraziamento a Esmè Sciaroni e Samantha Giorgia Mura / immagine Francesca Tresoldi / una produzione A.D., Festival di Santarcangelo / residenze Ostudio Roma, Carrozzerie n.o.t. Roma / si ringrazia il Vivaio I 2 Riccioli Verdi / © Francesca Tresoldi.

Spettacolo realizzato con il contributo del Comune di Rimini.

 

 

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