Metamorfosi cabaret: il teatro pubblico nella pandemia. Intervista a Corsetti

Intervista a Giorgio Barberio Corsetti, consulente artistico del Teatro di Roma, ideatore e regista di Metamorfosi Cabaret.

Metamorfosi Cabaret_quinta puntata_momento di prova Corsetti e Riondino_ foto di Claudia Pajewski

Qual è il ruolo di un Teatro Nazionale in un momento storico come quello attuale in cui le platee sono chiuse agli spettatori? Quali sfide per il teatro pubblico della capitale, tra contraddizioni e ferite di una città complessa e frammentata? Questi i temi affrontati con Giorgio Barberio Corsetti, consulente artistico del Teatro di Roma.

Secondo molti, tra commentatori e giornalisti, dopo aver rinunciato all’incarico di direttore, Giorgio Barberio Corsetti, avrebbe dovuto lasciare anche l’incarico artistico, secondo altri invece la continuità artistica e culturale del Teatro Nazionale era una questione primaria. Questa seconda ipotesi probabilmente è stata anche la motivazione per il Cda e il presidente Emanuele Bevilacqua, i quali hanno approvato il cambio di ruolo di Corsetti, lanciato un bando per il nuovo direttore (vinto da Pier Francesco Pinelli) e permesso così al Teatro Nazionale di affrontare la nuova stagione e confrontarsi con la pandemia. Abbiamo raggiunto il regista – e fondatore di storiche compagnie come La Gaia Scienza  e Fattore K – per inquadrare possibilità, incertezze e complessità della creazione teatrale durante l’attuale pandemia.

Metamorfosi Cabaret_Giulia Trippetta _ph claudia pajewski

Al centro del discorso l’invenzione di Metamorfosi Cabaret, uno strano show registrato nelle ultime settimane del 2020 in un Teatro Argentina vuoto e andato in onda dai canali social del TdR in 5 puntate, una a settimana, l’ultima verrà trasmessa domenica 17 gennaio alle 19. Metamorfosi Cabaret è una sorta di varietà apparentemente formato da pezzi slegati tra loro, ma che in realtà vedono al centro la Capitale: pezzi musicali (le canzoni ironiche e poetiche di Ivan Talarico accompagnano l’alternarsi dei numeri), monologhi comici, ospiti popolari si mescolano a volti meno noti, interviste e riflessioni con le associazioni del territorio, la danza di Mk, i pezzi degli artisti di Sgombro (come sempre pungenti le affabulazioni di Claudio Morici, Daniele Parisi e Gioia Salvatori) e i video in esterna, prezioso quello di Ascanio Celestini per far emergere la realtà di Binario 95 che aiuta i senza fissa dimora; geniale, perturbante, surreale e in grado di spiazzare continuamente lo sguardo dello spettatore è quello di Eleonora Danco su Ostia; a cavallo tra teatro e video, tra esterno a interno è invece il suggestivo intervento di Manuela Mandracchia con le immagini e le parole di Elsa Morante. Insomma uno spettacolo a puntate che mette il teatro pubblico al centro della città, in ascolto di essa; esempio da salvare e riproporre anche (o soprattutto) quando sarà possibile far tornare il pubblico a teatro.

Che aria si respira ora al Teatro di Roma, con la nuova direzione, è passata la tempesta?

Viviamo una situazione di attesa: per la riapertura del teatro, aspettando che si risolvano tutte le situazioni in sospeso, ma questo non ci impedisce di lavorare alacremente. C’è sempre stato un grande desiderio di andare avanti, di lavorare e di fare quello per cui siamo stati chiamati: creare un progetto artistico culturale per la città. Su questo siamo molto concentrati, in maniera diversa tra India e Argentina, e poi il Valle, i Teatri in Comune: far lavorare i teatri, inventare ciò che è possibile fare in questo momento nella maniera più concreta, questo il nostro obiettivo.

Provini_Metamorfosi Cabaret_Francesca Astrei_ph claudia pajewski

Tutto senza pubblico però. A tal proposito, penso alla prima puntata di Metamorfosi Cabaret che comincia con questo gruppo di persone, le attrici e gli attori del Piero Gabrielli che entrano nel teatro chiuso, al buio, quasi illegalmente e poi prendono posto tra i palchetti: come a dire che senza pubblico non c’è teatro?

Come spesso accade, è un’immagine che ha tanti significati, ci racconta della partecipazione del pubblico, un pubblico che lì ci è capitato per caso: credono sia un albergo perché vedono i numeri sulle porte dei palchi. Scoprono il teatro nel momento in cui si accendono le luci. È una riscoperta del luogo teatrale da parte di questi intrusi, coloro che non dovrebbero esserci e invece ci sono e poi piano piano cominciano a raccontare le loro storie. Metamorfosi Cabaret è un discorso poetico fatto di tante parti e di tanti linguaggi diversi.

Roma è al centro di questo grande cabaret: vediamo una città solidale ad esempio con la testimonianza di Ascanio Celestini che racconta di Binario 95, l’associazione che aiuta i senza fissa dimora, poi però troviamo una città quasi violenta con i propri cittadini nell’esempio di racconto ironico proposto da Claudio Morici, nel quale si parla a dei cittadini espulsi, di generazione in generazione, dal centro storico. Pensiamo anche al recente sgombero del Cinema Palazzo, insomma questa è anche la Capitale delle contraddizioni: come si inserisce in queste contraddizioni il lavoro di un Teatro Nazionale?

Il Teatro Nazionale ha il compito di raccontarci poeticamente il mondo. Il teatro di per sé è il luogo degli enigmi, dei segreti, del non detto; ciò che non è visibile improvvisamente diviene visibile, sia dal punto di vista metafisico che storico e dialettico. Da sempre il teatro si muove tra il racconto e il rapporto con il mondo che ci circonda, in questo momento di crisi fortissima, siamo di fronte a un cambiamento d’epoca. C’è una crisi in atto di cui poi si vedranno i risultati, gli effetti. C’era un sistema che non funzionava, questa crisi ha amplificato i problemi; il punto per noi è come ricominciare… che poi questa è l’idea del cantiere dell’immaginazione (il progetto artistico del Teatro di Roma 20/21): trovare un modo diverso per stare insieme, un teatro nazionale questo fa, con il linguaggio del teatro, utilizzando autori come Kafka, Arne Lygre (autore di Uomo senza meta messo in scena da Giacomo Bisordi al Teatro Argentina, ultimo spettacolo prima della seconda chiusura al pubblico, ndr.) o il cabaret.

Provini_Metamorfosi Cabaret_Filippo Timi_ph claudia pajewski

Come sta reagendo il pubblico a Metamorfosi Cabaret nonostante la concorrenza degli intrattenimenti casalinghi?

La risposta è molto forte: abbiamo superato ad oggi la quota di 54.000 visualizzazioni e raggiunto oltre 133.000 utenti. Numeri in costante e quotidiana crescita. Credo che sia una cosa anche un po’ unica per un programma con una caratteristica culturale. Poi l’idea è quella di raccontare qualcosa nell’insieme, andare oltre il singolo numero, intrecciare racconti e mondi diversi, come quelli del Piero Gabrielli, di Sgombro e tanti altri artisti e attori, un insieme molto vario, ci sono le Associazioni, un viaggio tra quelle che operano nel sociale, come prospettiva per un futuro diverso. Perché dobbiamo ricordarci che siamo in un panorama che si prospetta molto difficile: ad ogni ospite chiedo una riflessione su una frase, che viene dal Sud America “non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Come ci prepariamo al dopo?

Metamorfosi Cabaret sta trovando una sua strada, in attesa. Noi abbiamo fatto una scelta, quella di analizzare e capire i linguaggi di diffusione nell’etere, così è stato anche per il linguaggio radiofonico. Io sono vecchio abbastanza per aver vissuto l’epoca delle radio libere e capisco l’impatto che hanno avuto sulla trasformazione culturale e sul pensiero di una generazione. Gli artisti straordinari di Oceano Indiano, ognuno con il proprio segno, piano piano stanno affinando la commistione tra parola, poesia, voce, musica: un flusso, un magma di pensiero e riflessione, dove i racconti con gli attivisti si incrociano con altri creando un paesaggio. L’ascolto lascia uno spazio di pensiero e immaginazione importante. Come accade nei radiodrammi…

Ve ne state occupando al Valle, qual è la situazione anche rispetto alla specificità del luogo?

Il Teatro di Roma ha avuto in custodia il Valle, tra la prima fase del restauro e la seconda che ha un iter burocratico complesso, cosa che però non dipende da noi. In questo interludio c’è uno spazio prezioso rimasto inoperoso se non per l’occupazione di alcune mostre come quella su Scarpetta; allora a luglio, potendo rientrare nei teatri, abbiamo cominciato a sfruttarlo, con tutte le misure di sicurezza, per le prove degli spettacoli. Quando Mario Martone ha fatto le riprese del film su Scarpetta (Qui rido io, con Toni Servillo, in uscita) ha tolto le poltrone. Dato che non si può ospitare il pubblico a causa del restauro ora la platea è rimasta vuota. Le mostre non possono essere ospitate, gli spettatori non possono entrare ma gli artisti sì, quindi lo abbiamo fatto diventare un luogo di lavoro e sperimentazione per radiodrammi.

Metamorfosi Cabaret _ Giorgio Barberio Corsetti e Ivan Talarico _ ph Claudia Pajewski

A proposito della questione lavorativa. Come può un Teatro Nazionale muoversi tra meritocrazia e necessità di aprirsi agli artisti? Basti pensare a quanti attori a Roma e non solo vorrebbero essere scritturati da un ente di questa portata, soprattutto in un periodo del  genere nel quale è uno dei pochi a funzionare.

Al Valle, con registi come Paola Rota (con Silvia Gallerano), Manuela Cherubini, Lisa Ferlazzo Natoli, Roberto Rustioni, Giacomo Bisordi, Francesco Villano, Duilio Paciello, ci sono più di sessanta persone tra attori e tecnici al lavoro. Anche Radio India d’altronde ha visto una grande partecipazione lavorativa. All’Argentina gli artisti presenti in Metamorfosi Cabaret sono stati scelti attraverso una serie di riflessioni e valutazioni, privilegiando alcuni attori presenti nello spettacolo La metamorfosi (andato in onda su Rai 5) interpreti che hanno visto il loro contratto interrompersi prematuramente. Mentre all’India, oltre al progetto produttivo e abitativo degli artisti di Oceano Indiano – impegnati su proprie creazioni e su Radio India – continuiamo ad accogliere il lavoro in residenza di compagnie e spazi indipendenti della scena romana che hanno potuto così proseguire la loro ricerca: dallo scorso giugno ad oggi sono circa 23 i progetti che sosteniamo, sempre al fianco della comunità artistica.

Io sono dell’idea che bisogna aprire e allargare il più possibile però compatibilmente con la progettualità e le direzioni artistiche: nel momento in cui chiedo a un regista di mettere in scena uno spettacolo è lui che poi sceglie con chi lavorare, lo stesso discorso vale per le mie produzioni. Detto questo, sono convinto che bisogna creare il maggior numero di opportunità. E l’idea del Valle è stata proprio quella di creare una ulteriore possibilità per attori e registi attraverso una riflessione che ha a che fare con questo momento storico e i suoi linguaggi.

Se penso a ciò che di fronte ai nostri occhi è accaduto a Washington qualche giorno fa (l’assalto a Capitol Hill da parte di alcuni sostenitori del presidente uscente), mi viene da dire che la capacità di auto-rappresentazione della realtà è ormai a un livello tale che il teatro rischia di uscire sconfitto sul piano stesso della rappresentazione.

Io mi sono formato, tra gli altri, con il pensiero di Guy Debord, la fine della mia adolescenza ha coinciso con l’uscita di quel testo, La società dello spettacolo. La società è stata invasa da rappresentazione e spettacolo. Il teatro, quello più consapevole, deve avere a che fare con il profondo, l’invisibile, l’indicibile, il rimosso, ciò che è tagliato fuori dall’intrattenimento e dalla spettacolarità e, anche quando ne fa uso, è sempre uno strumento e non un fine.

Foto Claudia Pajewski

Il concetto per il quale il teatro deve raccontare l’invisibile mi fa tornare proprio alla sua regia della Metamorfosi di Kafka in cui Michelangelo Dalisi cerca l’irrappresentabile: sembra chiedersi “come faccio a non rappresentare lo scarafaggio, come faccio a rimanere umano?”

Sì è questo il punto. Poi era anche lo stesso Kafka a indicare di non raffigurare l’animale, perché non si può rappresentare. Se Michelangelo con il suo corpo crea l’animale noi ci crediamo, perché c’è una parte di noi che aderisce al suo progetto artistico; non siamo nell’ordine della mimesi ma siamo di fronte all’atto artistico di un attore che ci comunica un’immagine interiore. Immagine che tra l’altro ha anche a che fare con una serie di raffigurazioni che ci appartengono, come il racconto della depressione, il male del neocapitalismo, oppure il tema dell’esclusione e dell’annullamento, lo sguardo dell’altro in una dimensione competitiva; ma tutto questo può avvenire solo attraverso l’attore, la sua immaginazione e la sua anima: la quintessenza del lavoro dell’attore.

Quella convenzione, quella possibilità di credere a Dalisi, bucava anche lo schermo, funzionava anche in televisione…

Ci sono dei vantaggi e degli svantaggi: quando sei spettatore all’Argentina, ad esempio, vedi bene anche dai palchetti, ma naturalmente con la telecamera puoi arrivare molto vicino, cosa che ti permette di entrare nel volto come in un paesaggio, però allo stesso tempo l’inquadratura esclude tutto il resto; la ripresa video del teatro ha dunque una componente autoritaria. In televisione l’esperienza è mutilata però allo stesso tempo hai la possibilità di entrare nei volti. Però manca quel fluido, quell’energia che ci fa stare seduti sul limite della poltrona, cosa che avviene quando viviamo un’esperienza con l’attore. Il teatro è esperienza e conoscenza, attraverso il corpo la mente e l’anima dell’attore, ogni volta dal vivo, possiamo vivere l’esperienza collettiva che è l’essenza di questa arte.

Andrea Pocosgnich

METAMORFOSI CABARET
Ideazione e regia Giorgio Barberio Corsetti
Collaborazione all’ideazione Roberto Gandini
Regista assistente Tommaso Capodanno
Assistente alla regia Fulvia Cipollari
Redazione Lorenza Accardo, Graziano Graziani
Regia Video e Montaggio Flow-up
Contributi video:
Filmmaker Manolo Luppichini – Montaggio Eleonora Mattozzi, Maria Giovanna Sodero, Laura Accardo / Divina Mania
PRODUZIONE TEATRO DI ROMA – TEATRO NAZIONALE

Qui per rivedere le puntate: http://www.teatrodiroma.net/doc/7241/metamorfosi-cabaret

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