Klub Taiga, spazio oscuro, dove tutto può accadere

Recensione. Klub Taiga di Industria Indipendente ha debuttato alla Biennale Teatro di Venezia 2020 per poi andare in scena a Contemporanea 2020, in cartellone anche al Teatro India di Roma.

Foto Augusto Biagini

Siamo seduti, al Teatro alle Tese, uno dei luoghi teatrali inseriti nel suggestivo paesaggio dell’Arsenale di Venezia. Biennale 2020, l’aria è leggermente densa di fumo, la metà dei posti sono vuoti per il distanziamento sociale, altri si svuoteranno per l’impazienza o la rigidità di chi si aspettava qualcosa di diverso:  la scena di fronte a noi spettatori è coperta di tappeti, tutt’attorno poltroncine divanetti, tavolini con abat jour. Comincia la musica, live electronics. Nel buio alcuni corpi iniziano a muoversi: chi sono? Cosa vogliono dirci? Dal fondo del palcoscenico vengono proiettate architetture visive che vanno a solidificarsi di fronte ai nostri occhi, la luce taglia e ricuce lo spazio, lo seziona geometricamente: Klub Taiga è cominciato.

Dove siamo? Di fronte a cosa siamo? Il problema non è tanto capire o meno se ciò che accade qui sia teatro o meno: non c’è una storia, il testo recitato da Federica Santoro è solo uno dei segni, un frammento di qualcosa che deve necessariamente essere visto con occhi che non siano in attesa di un racconto.

Foto Martina Leo

Quella che ascoltiamo è  una lirica in cui spesso le autrici di Industria Indipendente (Erika Z. Galli, Martina Ruggeri) si rivolgono allo spettatore con una seconda persona singolare usata per incontrare l’altro e farlo specchiare in un pensiero aperto, mobile, pronto al cambiamento. E in effetti questa apertura richiesta dal testo è anche una disponibilità all’accadimento. La platea non sa cosa succederà, galleggia in una placenta di suoni, luci, immagini, personaggi usciti da un mondo onirico che non distingue tra sogni e incubi, di tanto in tanto la realtà può apparire come immagine di un’inconscio sociale, quella donna dal volto coperto: l’Islam ma anche il volto celato delle Pussy Riot; la Taiga d’altronde è utilizzata qui come ambiente naturale inospitale, la taiga è anche in Russia, paese appunto inospitale per chi difende i diritti umani e civili.

«Indirizzo quindi le mie parole alle creature tutte che non hanno idee preconcette ed immutabili, e sono sinceramente desiderose di conoscenza, mai innocente e sempre contestabile, e mostrerò loro che la maggior parte delle obiezioni provengono da una difettosa osservazione dei fatti, e da un giudizio pronunciato con troppa leggerezza e partecipazione.» (Klub Taiga)

Qui non ci sono storie, neanche frammentate, neanche polverizzate nei piccoli gesti, però il lavoro di Industria Indipendente non punta neanche a un approccio facilmente emotivo. In un certo senso non si pone proprio il problema della comunicazione, non è qui per comunicare, è qui per essere.

foto martina leo

Lo spazio – che allora non può essere indagato come “scenico” – si dispiega di fronte a noi come pura visione estetizzante: una danzatrice (Annamaria Ajmone) si muove seguendo una partitura soprattutto per arti, fende l’aria, si aggira per lo spazio senza mai esserne protagonista; così le parole recitate da Federica Santoro, anche l’attrice misura il proprio “stare” in una dimensione da chillout. Si sta senza recitare, come appunto può capitare negli spazi delle Merende (dove «c’è musica ovunque, non ci sono generi, né regole se non quella di togliersi le scarpe», come spiegano in questa intervista), gli eventi organizzati da Industria Indipendente. E qui va in qualche modo cercata l’origine drammaturgica (altro termine utilizzato impropriamente in questo caso se non obbligandoci a scandirne l’assenza) di Klub Taiga: è uno spazio sospeso nel tempo, è uno spazio immaginario ma anche fortemente reale, che a causa delle disposizioni anti-covid diventa nuovamente di fantasia, perché solo nell’immaginazione in questo momento è possibile pensare a una fruizione diversa. Una ricerca artistica che sembra essere maggiormente nelle corde del duo romano rispetto al precedente tentativo drammaturgico di Lullaby.

Se Klub Taiga non è uno spettacolo teatrale di quale relazione con lo spettatore ha bisogno? Come spesso ci è capitato di riflettere di fronte ad opere che radicalizzano il proprio carattere performativo annullando quello narrativo, la domanda è ancora una volta la solita: la relazione può essere quella applicata solitamente per il teatro? La frontalità, che comunque in questo caso specificava una visione delle suggestive creazioni visive di Luca Brinchi, riesce a dare sfogo alle possibilità di relazione con lo spazio?

foto Martina Leo

Il tempo non è scandito secondo una sequenza logica di azioni e accadimenti legati da causa ed effetto dunque per lo spettatore quel tempo è orizzontale e gli eventi hanno tutti la stessa importanza, potrebbero accadere in momenti diversi e non cambierebbe forse l’immagine sensoriale prodotta negli astanti. Un’opera di arte visiva, banalmente, la fruiamo con i nostri tempi, anche quando è una installazione performativa complessa, siamo comunque noi a scegliere che tipo di relazione temporale ingaggiare con l’oggetto. Evidentemente Klub Taiga, per essere fruito al meglio, necessita di una prossimità diversa con gli spettatori (di qualcosa che in questo momento potrebbe essere impossibile da ottenere) ed ecco che le performer alla fine si stringono in un cerchio non potendo accogliere nessuno; verrebbe invece voglia di attraversarlo quello spazio, di abitarlo, di muoversi attorno. Tra l’altro il lavoro pensato da Martina Ruggeri e Erika Z. Galli in questo momento storico potrebbe configurarsi come una sorta di omaggio a un mondo che rischia di scomparire definitivamente o che difficilmente tornerà alla grandiosità di un tempo: quello delle grandi discoteche, delle culture alternative esplose negli anni ‘90, degli spettacoli sbalorditivi e tecnicamente avanzatissimi per l’epoca, i santuari della techno, dove il performativo era totale perché non c’era discontinuità tra platea e scena, tra performer e pubblico, dove gli spettatori erano performer per natura.

foto Martina Leo

Il teatro indipendente negli scorsi decenni si incrociava a certi livelli con le espressioni più alte di quella contro cultura, basti pensare a Roma, al fermento di luoghi come il Forte Prenestino, al politeismo artistico con cui venivano attraversati spazi come il Kollatino Underground. Klub Taiga (prodotto dal Teatro di Roma, la compagnia fa parte del progetto residenziale Oceano Indiano) nonostante la questione legata alla fruizione è una creazione di altissimo valore tecnico, nelle note di accompagnamento la chiamano “dispositivo in divenire”. In futuro potrà essere in grado di rimodularsi e accogliere perfino qualcosa di evidentemente lontano, è uno spazio in cui potrebbe accadere anche il teatro, per ora è luogo effimero, tra immagine estetizzante e memoria di qualcosa che non esiste più, geroglifico umano ed elettronico di un futuro che è già passato.

Andrea Pocosgnich

Settembre 2020, Biennale Teatro, Venezia

Klub Taiga
di Industria Indipendente
con Annamaria Ajmone, Erika Z. Galli, Martina Ruggeri, Steve Pepe, Federica Santoro, Yva&The Toy George e Luca Brinchi
in collaborazione con Dario Carratta, Floating Beauty, Timo Performativo, TEIN clothing

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
con il sostegno di Angelo Mai (Rome) e Santarcangelo Festival

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