Politico, sociale, biografico. Louis e il teatro di Deflorian Tagliarini

Recensione di Chi ha ucciso mio padre. Spettacolo di Deflorian/Tagliarini, visto al debutto al Teatro delle Passioni  di Modena per Vie Festival. A maggio arriverà al Teatro India di Roma.

Foto Luca Del Pia

Édouard Louis, al secolo Eddy Bellegueule, è un ragazzo alto, capelli corti biondi, si presenta all’incontro post spettacolo con Attilio Scarpellini e la compagnia Deflorian / Tagliarini infilato in un una felpa bianca (sarà uno degli ultimi atti del Vie Festival prima dello stop causato dall’ordinanza anti coronavirus): già l’abbigliamento lo distanzia da qualsiasi estetismo, dal bisogno di far parte di una moda o di dimostrare una ricercatezza. Ha 28 anni Louis e il suo pensiero guarda a padri come Pierre Bourdieu e Didier Eribon; nelle pagine di Annie Ernaux ha trovato una presa di coscienza: è possibile tornare a parlare, in letteratura, dei poveri, degli ultimi. In Chi ha ucciso mio padre è la figura paterna a rappresentare simbolicamente un’intera platea di poveri cristi.

E qui, d’altronde, non si può non pensare proprio a quel Ritorno a Reims nel quale Eribon, attraverso un lavoro alchemico, mescolava autobiografismo e saggistica politica e sociologica: perché entrambi gli intellettuali provengono non dalle classi alte della borghesia francese, ma da un’infanzia difficile, da famiglie operaie nelle quali sentirsi diversi e non accettati a causa dell’orientamento sessuale. Louis insieme a Geoffroy de Lagasnerie nel 2016 aveva pubblicato un manifesto su Le Monde (aveva 24 anni, ma d’altro canto ne aveva 21 quando diventò un caso letterario con Il caso con Eddy Bellegueule). Era un’accorata disamina della crisi del dibattito francese e partiva anche dalla messa in evidenza delle difficoltà che le giovani generazioni hanno con la politica: «Per la maggior parte di noi fare l’esperienza della politica significa ormai sperimentare l’impotenza».

Foto Luca Del Pia

Eribon, de Lagasnerie e Louis occupano uno spazio mediatico, alimentano il dibattito anche in televisione, su Instagram è possibile trovarli tutti e tre insieme alle manifestazioni o di fronte a un bicchiere di vino; in qualche modo sembra che riescano a comunicare che la lotta di classe può essere qualcosa di quotidiano, di imprescindibile, anche oggi.

Come è accaduto per Ritorno a Reims di Eribon, la cui versione teatrale è stata messa in scena da Thomas Ostermeier, anche Louis vede i propri testi animarsi sui palcoscenici internazionali; il regista tedesco ha da poco debuttato con un allestimento di Chi ha ucciso mio padre e in questo caso in scena c’è proprio lo scrittore. In Italia però i primi ad aver preso contatto con l’autore francese sono Daria Deflorian e Antonio Tagliarini; i due, che ormai lavorano stabilmente con Francesco Alberici (collaboratore anche all’adattamento), hanno affidato proprio al corpo e alla voce dell’attore milanese la teatralizzazione del testo.

In 65 pagine, edite in Italia nel 2019 da Bompiani, Édouard Louis intreccia i fili di una biografia durissima con un’analisi politica ancora più tagliente. Sul palco del Teatro delle Passioni di Modena, vuoto e profondo – in cui i sacchi neri della spazzatura sono i ricordi ma anche il correlativo oggettivo di una condizione umana, quella del padre che appunto appartiene a una classe sociale di inesistenti, di invisibili – tra le prime frasi che vengono pronunciate ci sono queste, con le quali l’autore ritrova il genitore dopo anni: «Il tuo corpo è diventato troppo pesante da sostenere, il tuo ventre si tende verso il basso, si tende troppo, al punto che si lacera al suo interno, si strappa a causa del suo stesso peso, della sua massa. Non puoi più guidare senza metterti in pericolo, non puoi più bere alcolici, non puoi più fare una doccia o andare al lavoro senza correre rischi immensi. Hai poco più di cinquant’anni. Appartieni alla categoria di uomini a cui la politica riserva una morte precoce».

Foto Luca Del Pia

Tra il figlio e il padre c’è un sentimento naturale, il ragazzo vorrebbe essere amato da quell’uomo, il quale però, a causa della propria impostazione culturale impregnata di mascolinità omofobica, non può restituire quel sentimento in maniera aperta, totale. Eppure, ora, quel giovane uomo è tornato anche per trovare lo spazio necessario ai suoi sentimenti nei confronti del padre, cercando, in maniera razionale, le origini di quel corpo martoriato: «La mascolinità – “non comportarsi come una femmina, non fare il frocio” – significava abbandonare gli studi il prima possibile per provare la propria forza agli altri, per mostrare l’insubordinazione e quindi, è quello che ne deduco, costruire la propria mascolinità significava privarsi di un’altra vita, di un altro futuro, di un altro destino sociale che gli studi avrebbero potuto offrire. La mascolinità ti ha condannato alla povertà, all’assenza di soldi.  Odio dell’omosessualità = povertà». E questo è anche il momento del perdono, di un ricongiungimento che non c’è mai stato e non può far altro che avvenire attraverso un dialogo per voce sola, perché la storia, il tempo e la morte hanno sottratto le battute del padre. Louis deve cercarle ancora una volta nelle immagini impresse nella propria memoria, come il racconto commovente del viso del genitore rigato dalle lacrime dopo l’ascolto di un’opera lirica:«Ti vergognavi di piangere, tu che ripetevi che un uomo non doveva piangere? Vorrei dirti: anch’io piango. Molto, spesso».

Di fronte a che cosa ci troviamo? La difficoltà di catalogare lo scritto di Louis (questa sorta di Lettera al padre dai connotati politici, che non è un romanzo ma neanche semplicemente un pamphlet, come evidenzia Attilio Scarpellini nell’incontro) permane dal punto di vista teatrale: la relazione è sfuggente; è un monologo politico? Un racconto autobiografico? E quel giovane uomo che abbiamo davanti chi è? Un attore che presta la voce a un personaggio in parte inventato e in parte reale – cambierebbe poi davvero qualcosa se fosse tutto inventato? A eccezione della parte iniziale e di quella finale – ovvero in una cornice dentro la quale rischiare il gioco supremo e far avvicinare il più possibile la figura medianica dell’attore con quella del personaggio – di certo non siamo di fronte a quell’apertura tipica dei lavori di Deflorian e Tagliarini: in questo caso il personaggio esiste, ma è pura memoria e invettiva politica, e dunque è qualcosa che accade di fronte a noi in uno spazio di comunicazione nel quale dobbiamo guardare senza essere visti, perché siamo stati chiamati a condividere un’intimità più grande di noi. È sensato allora che questo avvenga in un un luogo che fisicamente è una sorta di terra di mezzo, un non luogo, come potrebbe essere un capannone svuotato, la sala del Teatro delle Passioni e non un’ambientazione comoda in cui rappresentare la realtà di una casa, di una strada, di un pezzo di mondo.

Nei sacchi neri il giovane uomo trova lacerti di infanzia, giochi, brandelli di passato. Deflorian e Tagliarini riescono a raggiungere il punto di fusione drammaturgico in un montaggio che tiene lo spettatore aggrappato al filo dell’attenzione. C’è un crescendo scevro di enfasi e retorica nel quale le vicende biografiche più difficili si alternano alla riflessione socio-politica, fino all’accusa finale: vero e proprio atto di guerra, una mitragliata di nomi che non può non far pensare a quel Io so di Pasolini, che qui però si concretizza nei nomi dei ministri e dei presidenti della Repubblica francesi degli ultimi decenni. Sono loro ad aver ucciso il padre dello scrittore.

Foto Luca Del Pia

Quel manifesto del 2016 terminava con un principio di necessità che potesse dare una risposta al classico “che fare”: «Intervenire, occupare lo spazio il più spesso possibile. Insomma, far vivere la sinistra».

Ecco, lo spettacolo Chi ha ucciso mio padre, in definitiva, serve anche a questo, a riempire lo spazio pubblico con quel senso di responsabilità e con il coraggio che occorre a pronunciare i nomi dei colpevoli. C’è chi, come Rossella Menna su Doppiozero, vede un rischio di populismo e una necessità di decolonizzazione dell’immaginario da parte del pensiero di sinistra non in grado di rappresentarsi in altre forme se non in quella fotografia già scattata più volte nel Novecento; ma forse ora la necessità di ritornare con i piedi per terra alla questione sociale, alle crescenti diseguaglianze, deriva anche da quella caratteristica tipica del potere politico post moderno di essere evanescente. La generazione che dovrebbe essere protagonista di quel mutamento nell’immaginario è infatti bloccata in un limbo di virtualità e disimpegno; le democrazie occidentali non riescono a rispondere ai bisogni delle masse, le quali rischiano a ogni tornata elettorale di tingersi sempre più di nero. Dunque, quella necessità di interventismo (che poi è anche il vaccino alla rarefazione) è forse naturale (e talvolta necessario) che esondi anche in arte. In questo senso gli occhi infuocati di Alberici e i nomi dei governanti usati come proiettili ricordano al teatro italiano che proprio la scena può ancora avere la forza di farsi mondo, campo di dibattito sociale e politico.

Andrea Pocosgnich

Febbraio 2020, Vie Festival, Modena, Teatro delle Passioni

CHI HA UCCISO MIO PADRE
testo di Édouard Louis
regia Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
nella traduzione di Annalisa Romani edita da Bompiani / Giunti Editore S.p.A.
adattamento italiano Francesco Alberici, Daria Deflorian, Antonio Tagliarini
collaborazione all’adattamento Attilio Scarpellini
con Francesco Alberici
luci Giulia Pastore
suono Emanuele Pontecorvo
costumi Metella Raboni
assistenza alla regia Chiara Boitani
collaborazione artistica Andrea Pizzalis
organizzazione e promozione Giulia Galzigni / Parall è le
amministrazione Grazia Sgueglia
produzione A.D., Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro Fondazione, TPE-Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi e FOG Triennale Milano Performing Arts

Qui a tué mon père, Copyright © 2018 Édouard Louis / All rights reserved
Édouard Louis, Chi ha ucciso mio padre, traduzione di Annalisa Romani © 2019 / Giunti Editore S.p.A./Bompiani

foto di locandina Andrea Pizzalis
foto di scena Luca Del Pia

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