Uscire dalle gabbie. Il Pinter di Michele Sinisi

Al Teatro Fontana di Milano ha debuttato il nuovo spettacolo diretto da Michele Sinisi sul testo di Harold Pinter, Tradimenti. Recensione

Foto Luca Del Pia

Si può vivere dentro una gabbia, riuscendo comunque a trovare la propria libertà? Riuscire a stare in equilibrio tra il vincolo e il suo strappo, probabilmente è questa la tensione più affascinante di un testo come Tradimenti di Harold Pinter, che dal 1978 (anno del suo debutto londinese) a oggi continua a colpire in quanto magnifica trappola scenica ed esistenziale, intoccabile: parabola biografica che intreccia le relazioni amicali, coniugali ed extraconiugali tra Jerry, Robert ed Emma, operando chirurgicamente sui sentimenti esposti e quelli non dichiarati, sulla creazione sotterranea e lo sgretolamento delle relazioni.

Una gabbia è quella della società, quella presunta intangibilità dei rapporti, che finisce per scontrarsi con la perdita del fondamento che li aveva creati. Pinter dunque metteva in crisi il rapporto matrimoniale (tra Robert ed Emma), tra i due amanti (Emma e Jerry) ma forse soprattutto il rapporto tra i due amici (Robert e Jerry), in quello che sembra forse il tradimento più atroce, perché libero da vincoli legali eppure ancora là, assurdamente e fintamente in piedi. Ma la gabbia è anche e sempre nella sua particolare struttura drammaturgica, in una presentazione capovolta dei fatti rispetto al tempo diegetico vissuto dai personaggi, di cui già ne vediamo la fine della relazione all’inizio della pièce, e per cui ogni battuta deve assolutamente essere pronunciata là dove è stata scritta.

Foto Luca Del Pia

Un testo del genere sembrerebbe essere il pretesto comodo su cui un regista potrebbe appoggiare uno svolgimento già scritto, già pensato, già condotto, illustrato nella scansione delle scene, dei luoghi, delle didascalie, dei rapporti tra i tre personaggi, lasciare che questa trappola scenica faccia tutto il resto. Ma cosa accade quando il regista non si accontenta, quando imbraccia la sfida e prova a porre il suo segno autoriale pur rimanendo dentro ai severissimi diritti di rappresentazione? È questa la maggiore curiosità che intercorre prima di vedere l’adattamento firmato da Michele Sinisi per il Teatro Fontana di Milano, alla luce dei suoi ragionamenti sui classici, mai visti con occhio pigro o temporalmente cristallizzato, ma sempre pronto a farli scontrare con il proprio tempo (lampante fu il caso dei suoi Sei personaggi, fedelissimi e spiazzanti).

Il dispositivo è intoccabile; dunque, il primo segno su cui si riversa la riflessione dell’autore pugliese (oramai d’adozione milanese, associato a Elsinor che ne è anche produttore) è la conduzione attoriale: assieme a Stefania Medri e Stefano Braschi (che interpreta l’amante Jerry, mentre il ruolo del marito è di Sinisi), i tre attori danno prova di un’interpretazione sanguigna e vivissima, tanto aderenti al testo da quasi annullare la persona. Li odi quei tre personaggi, frivoli, stolti, violenti, fortemente egoisti; ti chiedi come possa prenderla così alla leggera Emma nella prima scena, così svampita e disattenta, fintamente ingenua, incosciente, istintiva, domandandoti dove sia finita la forza prorompente  che mostra dopo nel passato; tremi per la rabbia troppo blandamente trattenuta di Robert, insinuante, iracondo, occhi di fuori, a stento in grado di contenere il livore e però ancora pronto alla provocazione della normalità, schiacciato nelle relazioni cui non sa non vuole o non può porre fine; Jerry ha il fascino dell’uomo buffo, indeciso, fuori contesto, dinoccolato e agile nonostante i chili di troppo, nonostante le braghe calate; è la parodia dell’amante, eppure proprio per questo attraente, perché più reale.

Foto Luca Del Pia

Sinisi non rompe la gabbia, anzi, ne rafforza il riferimento, ponendo in scena una struttura gigante (ideata da Federico Biancalani) «iperdidascalica», la definisce Sinisi quasi fosse un cruciverba ancora da svolgere, le cui lettere, illuminate di volta in volta, indicano i tempi e i luoghi delle singole scene. Ma il segno didascalico si fa pretesto per una metafora di indagine e scavo, tanto che, dopo qualche scena, il cruciverba si abbatte, ne lascia intatto soltanto lo scheletro (salvo poi ricomporlo alla fine, richiudendo un po’ formalmente il cerchio).

Non vuole romperla, Sinisi, eppure la fa respirare: «volevo dilatare il tempo, dilatare le relazioni», racconta. Si prende delle pause, tenta di inserire dei segni esterni, come la disturbante scena di violenza successiva alla scoperta del tradimento, che nasce da una effettiva battuta del testo ma che finora non era mai stata sollevata in una versione spettacolare: «nella nostra concezione borghese pensiamo che basti dire quella battuta, ma nessuno si sofferma sulla gravità estrema di quell’affermazione: “io ogni tanto la meno”. Sentivo che era necessario porvi attenzione». Pochi minuti di silenzio, in fondo al palco, quasi fosse un a-parte al contrario, inviluppato dentro le maglie della trama. Quasi da non far vedere eppure, proprio per questo, i calci dati allo stomaco arrivano ancora più forti. Riprende il corso, intervengono altre interruzioni; segni visivi disturbanti, alcuni forse più efficaci di altri, meno formalizzati, come il piatto mangiato dai due amici, una testa di cervo che perde la bava, su un carrello, dentro la scena squintata e a luce piena: desolata e spoglia, brutta come la realizzazione della fine di un’amicizia. O come la penultima scena, preludio lunghissimo dell’inizio della fine. È questa l’operazione più rischiosa, che colpisce per la propria intensità, per il coraggio di congelare un tempo, costringendo noi e loro ad assistere alla nascita degli sguardi, dell’interesse, della passione crescente, Jerry sguardo puntato sulla danza di Emma, libera bacchica, quasi sgraziata, quasi fosse lei sola in casa, e per questo ipnotica, mentre Robert dà loro le spalle, beatamente ignaro, inebetito.

Foto Luca Del Pia

Questa lunga sequenza arriva come uno schiaffo, cambia il registro che diventa performativo; ti costringe lì, senza apparentemente nulla in mano. Tra il pubblico c’è chi si tiene la testa fra le mani, chi ne è conquistato e inizia a ballare, chi scalpita, chi (è il caso di me che scrivo), si domanda se non sia tutta una provocazione a noi diretta, noi che conosciamo bene la storia del testo e che morbosamente aspettiamo impazienti che si vada oltre, voyeur assuefatti pronti acché ci venga mostrata la scena in cui tutto ha avuto inizio. Rimaniamo lì (alla prima nessuno si è alzato), per quei 8 minuti e 40 che sembrano durare almeno il doppio. Siamo ormai senza aspettative, liberati da ogni tensione, convinti che questa sia quasi una colonna sonora conclusiva. Una voce rompe l’azione però, rompe quel tempo infinito; le battute sono le stesse del testo, ma siamo noi ad essere cambiati, noi oramai disillusi, noi i cui patti sono stati traditi, noi che abbiamo preteso e aspettato: noi, ora, possiamo ascoltare.

Questo Tradimenti non è un’opera perfetta, semplicemente, è agli inizi della sua vita. Forse non vuole esserlo, rimanendo a proprio agio nella contraddizione di agire dentro una gabbia, di non poterla rompere eppure provandoci, dannatamente, lo stesso. Disturba e intriga come può farlo l’inatteso, il non ancora noto, il non canonizzato. È uno spettacolo che convince proprio per questa forza non del tutto risolta, cui sicuramente gioverà qualche asciugatura grazie alla tenitura lunga e alla sua futura circuitazione; uno spettacolo che si prende tutto il coraggio delle proprie scelte, che accetta di stare in equilibrio, come si diceva all’inizio, tra vincolo e suo strappo.

Viviana Raciti

Teatro Fontana, Milano novembre 2019

TRADIMENTI

di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra
regia Michele Sinisi
consulenza artistica Francesco M. Asselta
con Stefano Braschi, Stefania Medri e Michele Sinisi
scene Federico Biancalani
aiuto regia Nicolò Valandro
foto Luca Del Pia
produzione Elsinor Centro Di Produzione Teatrale

selezionato a Next-Laboratorio delle Idee

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