Teatro Olimpico di Vicenza 2019. Una svolta sovranista?

È stata presentata la 72esima edizione del Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza. Qualche domanda sul progetto artistico del neodirettore Giancarlo Marinelli.

foto di Pino Ninfa

Nei manuali da cui viene scandita la storia delle arti sceniche alcuni appuntamenti sono immancabili. Gli anni Ottanta del 1500 sono una sorta di tagliando obbligatorio: a Vicenza viene progettato (dall’architetto Andrea Palladio) e costruito il Teatro Olimpico, gioiello e monumento alla classicità, inaugurato nel 1585. La sensazione che colpisce coloro che per la prima volta accedono alla platea è uno stupore da lasciare a bocca aperta: gli occhi e la fantasia si perdono tra le strade prospettiche che animano la scenografia fissa della facciata, mentre le grandi statue sembrano proteggere tutti, astanti e artisti.

Da più di settant’anni in questi spazi viene organizzata una rassegna chiamata Ciclo di spettacoli classici. Nel 2007 da Comune e Regione viene creata la Fondazione Teatro Comunale di Vicenza che, in collaborazione con la storica Accademia Olimpica, si occupa anche di organizzare la rassegna autunnale.
In tempi recenti i Cicli si erano distinti per una propensione all’apertura internazionale: a dirigere i festival sono stati chiamati grandi visionari del teatro d’arte europeo, basti citare Eimuntas Nekrošius e poi Emma Dante, che ha lasciato il testimone a Franco Laera (tra l’altro fondatore del Crt di Milano e curatore di esperienza internazionale). Nel suo triennio, Laera ha lavorato nel solco tracciato dai predecessori continuando a guardare ai modelli europei, ma valorizzando anche alcuni esempi d’avanguardia italiani, spostando l’asse verso un’idea di festival vera e propria. Negli ultimi sette anni si sono alternati sullo storico palcoscenico Giorgio Barberio Corsetti, Serena Sinigaglia, Pippo Delbono, Angélica Liddell, Dimitris Papaioannou, Vincenzo Pirrotta, Davide Iodice, Tim Crouch, Bob Wilson, Balletto Civile, Anagoor, Aleksandr Sokurov, Peter Greenaway, Babilonia Teatri, Michalis Theophanous, per citarne solo alcuni. L’idea affascinante era insomma quella di una messa in crisi, di una sfida per registi internazionali o nazionali abituati a confrontarsi con il rinnovamento dei linguaggi, con la drammaturgia contemporanea e spesso con una concezione di teatro totale lontana dalle difficoltà e dalle rigidità imposte dallo spazio vicentino, un sito storico riconosciuto Patrimonio dell’Unesco nel 1994.

Con il cambio di colore politico della giunta e l’arrivo, nel 2018, del sindaco Francesco Rucco, a capo della coalizione di centrodestra, cambia anche la direzione, che viene affidata a Giancarlo Marinelli, scrittore, regista, editorialista e docente classe 1973. La sua attività si divide tra romanzi (Premio Campiello 2002 per Dopo l’amore), giurie di premi letterari, mediometraggi e regie in teatri come il Ghione e il Quirino di Roma e al festival La Versiliana. Il progetto artistico e culturale biennale proposto a fine aprile dal nuovo direttore evidenzia da subito un cambio di passo: almeno per quest’anno, a guardare artisti e spettacoli in cartellone la prima immagine che viene in mente è quella del ripiegamento entro i confini nazionali. Nel 72esimo Ciclo di spettacoli classici a confrontarsi con il gioiello architettonico non è stato invitato neanche un artista straniero.

Questa sorta di sovranismo culturale naturalmente non è esplicito; il progetto dichiara di volersi «focalizzare sugli aspetti più rivoluzionari degli eroi della tragedia greca, per portare alla luce le azioni dissacranti che hanno reso possibile la discontinuità e quindi la manifestazione del diverso e del nuovo». E quindi. A Maurizio Scaparro è affidata l’apertura con Frammenti di Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar in omaggio a Giorgio Albertazzi che ne fu interprete; al suo posto sarà in scena Pino Micol. L’adattamento e la regia di Alessandra Pizzi guidano Enrico Lo Verso in Apologia di Socrate, l’Ecuba di Marina Carr assume la voce e il corpo di Elisabetta Pozzi, diretti da Andrea Chiodi, mentre le geniali intuizioni di Palladio trovano posto nella lectio magistralis di Vittorio Sgarbi. Elena Bucci dirige Romina Mondello in una Medea, mentre quella itinerante del Teatro dei Borgia occupa in solitudine la “sezione off”.

Se nelle scorse stagioni l’Olimpico era un palcoscenico che guardava alla regia e alla sperimentazione europea giocando su un piano non troppo lontano da quello della corregionale Biennale di Venezia, ora la distanza è siderale.
Qualche domanda sorge spontanea: come ha potuto un’istituzione storica come l’Accademia Olimpica permettere questo evidente cambio di indirizzo? 
I soci dell’Istituzione, l’Accademia Olimpica e il direttore dovrebbero pur sapere che la chiusura delle possibilità di espressione artistica entro i confini nazionali è una scelta miope anche nei confronti della storia del teatro, da sempre attraversata da scambi tra realtà anche lontanissime tra loro. Si pensi ai comici dell’Arte italiani che hanno influenzato le pratiche francesi, inglesi e tedesche sin dal Seicento; oppure alle affascinanti collaborazioni novecentesche tra maestri come Edward Gordon Craig e Konstantin Stanislavskji e poi l’ondata dei polacchi Grotowski e Kantor, gli americani trascinati dal Living Theatre fin dagli anni Sessanta; movimenti questi che hanno dato nuove spinte al nostro teatro.
E si pensi ora alla nuova energia che un regista come Milo Rau sta imprimendo sui nostri palchi, tra le nostre platee. Lo stesso vale al contrario se pensiamo alla drammaturgia di Lucia Calamaro e di Deflorian/Tagliarini in Francia, all’ormai cosmopolita Romeo Castellucci, alle esperienze costanti oltralpe di Pippo Delbono ed Emma Dante, ai lavori tedeschi di Antonio Latella, solo per citare i più conosciuti; ma sono tanti gli artisti italiani, anche meno celebri, ad apparire in festival e stagioni fuori dai confini.

L’Europa dei Popoli invocata dalle destre sarà anche sinonimo di chiusura culturale? Pensiamo davvero di non aver bisogno di un costante scambio e di un’attiva curiosità nel misurarsi con attitudini sceniche e linguaggi sperimentati a contatto con pubblici altri?
A guardare il programma e i materiali di presentazione il risultato dell’operazione potrebbe essere un evento che difficilmente farà spostare osservatori, appassionati e turisti. Un progetto che ha l’ambizione di “parlare a tutti” e che invece restituisce un’idea limitata del teatro e delle sue potenzialità.

Andrea Pocosgnich

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