«Abbiamo bisogno di nuove idee, più ecologiche». Conversazione con Adriana Borriello

Adriana Borriello è coreografa e pedagoga della danza. Ha fondato il progetto DA. RE. Dance Research, percorso formativo aperto ad artisti e studiosi della danza. Intervista.

Col corpo capisco #1 – foto adrianaborriello.it

È sul «dinamico collegamento tra formazione e ricerca» che si fonda il progetto DA. RE. Dance Research, promosso poco meno di un anno fa da La Scatola dell’Arte: un percorso ibrido e poliedrico, destinato a danzatori e performer, che mira a offrire un’esperienza composita dei linguaggi delle arti performative. Mettendo al centro la pratica coreutica e affiancando alla didattica verticale le inesauste possibilità della trasmissione orizzontale e trasversale, così come quelle dell’indagine e della sperimentazione, DA. RE. Dance Research è un laboratorio in costante trasformazione e mutamento, che ha in Adriana Borriello – direttrice artistica del progetto – il suo nucleo primigenio. Allieva al Mudra di Maurice Béjart a Bruxelles, poi cofondatrice della compagnia Rosas insieme ad Anne Teresa de Keersmaeker e coreografa tra le più apprezzate del panorama europeo, Borriello ha progressivamente giustapposto alla pratica creatrice la ricerca pedagogica, in un processo osmotico che muta e informa entrambi gli ambiti. L’abbiamo raggiunta telefonicamente in occasione di Dispositivo #1, l’azione scenica in cartellone oggi al Teatro Palladium di Roma, che costituisce une delle prime occasione di presentazione al pubblico degli esiti del percorso. 

In quale modo la sua attività di studio e ricerca pedagogica muta e influenza le sue creazioni coreografiche?

Credo che si tratti di un continuo travaso, un continuo trasferire e trasmettere dall’uno all’altro campo. In maniera molto consapevole, negli anni scorsi ho sviluppato il progetto Col corpo capisco che mutuava le pratiche pedagogiche descritte nel libro Chiedi al tuo corpo, a cura di Ada d’Adamo con il contributo di Francesca Beatrice Vista, e che trasferiva le mie pratiche pedagogiche in una condizione performativa, all’interno della quale ero io stessa in scena con alcune mie ex allieve. Per adesso ho realizzato solo i primi due capitoli del progetto, ma intendo proseguire. Credo sia un’opportunità molto interessante poter allargare la mia riflessione artistica usufruendo anche dell’esperienza pedagogica, che significa incontro diretto e concreto con le nuove generazioni, con le questioni che loro si pongono, con il modo in cui loro vedono il lavoro di quelli della mia generazione, o mio in particolare. È un’occasione di rinnovamento continuo, per quanto mi riguarda, e mi pone delle questioni che in qualche maniera non risolvo mai. Mi mantiene viva.

Quale è, secondo lei, l’attuale situazione della critica di danza italiana?

Stanno innanzitutto scomparendo gli spazi stessi preposti alla critica: stiamo vivendo sicuramente un’evoluzione dal punto di vista della quantità di spazio disponibile per esprimersi e ciò implica un danno alla pluralità delle voci che hanno la possibilità di scrivere. Ciò detto, sarebbe auspicabile una maggiore prossimità tra il mondo della critica e il mondo del fare artistico, e sarebbe interessante allargare l’orizzonte, trasformarlo nella condivisione di temi. Ogni tanto c’è qualche convegno, qualche situazione che permette questo tipo di confronto, però questa possibilità forse dovrebbe essere considerata una prassi invece che un’eccezione episodica. Tutte le volte che mi sono trovata in eventi del genere, ho trovato che fosse una condizione di arricchimento.

Da. Re. Dispositivo #1 – foto di Gianni Staropoli

 DA. RE. Dance Research, il progetto di formazione rivolto a danzatori e performer del quale cura la direzione artistica, sta per compiere il primo anno di età. Qual è il suo bilancio, seppur parziale, di questa prima fase del percorso? Quali sfide attendono ora il progetto?

In estrema sintesi, il bilancio è positivo, anche se chiaramente è un giudizio troppo conciso per un’esperienza complessa come è questa di DA. RE. Dance Research.

Dal punto di vista dei risultati che stiamo verificando sugli allievi, posso confermare alcune trasformazioni significative, che soprattutto vanno nella direzione auspicata: ovvero la creazione di un contesto che, seppur imperniato su un programma formativo – benché di perfezionamento – abbia però tutte le caratteristiche di un gruppo di ricerca, finanche nei moduli più dichiaratamente didattici. Il progetto interseca e interfaccia fasi di didattica vera e propria con momenti in cui gli artisti invitati hanno a disposizione gli allievi per effettuare e portare avanti le proprie indagini. Da questo punto di vista, rispetto allo scorso anno, il cambiamento è tangibile: l’atmosfera non è scolastica ma a tutti gli effetti di condivisione, nonostante i diversi ruoli di docente e discente. Sono molto contenta di questo: per quanto mi risulta almeno in Italia non ci sono molte proposte formative che vanno in questa direzione.

Arti del combattimento – foto adrianaborriello.it

Rispetto all’idea iniziale – e anche alla sua utopia, perché creare un dispositivo del genere, in Italia, è un po’ un’utopia – l’aspetto interessante è quello di porsi in condizione di estrema flessibilità e agilità. Lo scorso anno il gruppo di studenti era fisso, tenuto a seguire tutto il programma dall’inizio alla fine, anche se abbiamo accolto alcuni “uditori attivi”, proposti dai nostri partner. Tuttavia, per consentire a chi voglia effettivamente perfezionarsi ed è già un professionista, quindi per permettere a queste persone di coniugare impegni lavorativi e approfondimento della formazione, quest’anno ho deciso di creare più formule di adesione al progetto e prevedere anche piani di studio individuali concordati a inizio anno. Ciò ha permesso di ampliare il bacino di utenza di DA. RE., e di accogliere allievi più maturi, più avanti nel percorso, così da arricchire anche i più giovani. Il gruppo è diventato un polmone, che si restringe e si allarga, e sta funzionando molto bene.

Di me in me – foto Jacopo Gennari

Dispositivo #1, l’azione per gli allievi di DA. RE. che debutterà al Teatro Palladium di Roma mercoledì 17 aprile, nasce dai percorsi laboratoriali condotti, oltre che da lei, da Michele Di Stefano, Daniele Ninarello, Silvia Rampelli, Gianni Staropoli con il contributo di Antonella Talamonti. In che modo queste diverse estetiche, questi diversi approcci alla performance hanno contribuito a costruire lo spettacolo? La compartecipazione al progetto didattico di professionisti diversi quali cortocircuiti determina nello stesso corpo docente?

Faccio una premessa: DA. RE. Dance Research non è la mia scuola personale, ma è un progetto che vuole mettere in dialogo e in rete una serie di saperi, un gruppo di persone attive sulla scena contemporanea internazionale nell’ambito delle arti performative. L’intento era quello di non mettere me al centro dell’organismo, ma di coinvolgere artisti che stimo, che provenissero da linguaggi diversi e da estetiche differenti, ma che avessero comunque in comune un’etica del mestiere, un approccio specifico a questo lavoro. Ciò che mi interessava era mettere al centro il lavoro sul corpo, come presenza e come strumento principe delle arti performative, per cui ho deliberatamente concentrato la scelta sugli artisti che hanno questo tipo di visione. La pluralità era necessaria, a mio avviso, sia per gli studenti – nell’ottica di offrire loro un’esperienza molteplice di quelle che sono le lingue odierne – sia per noi docenti: l’intento è anche quello di permettere un perfezionamento pluridirezionale, non solo verticale ma anche trasversale. Questo aspetto sta arricchendo chi tra di noi può usufruire dell’assistenza e della presenza al lavoro dei colleghi, perché sta ponendo delle questioni che riguardano tutti, e delle quali è interessante vedere la declinazione individuale. Dispositivo #1 è anche un’occasione per approfondire questo tipo di meccanismo: per gli allievi è interessante vedere come ci stiamo ponendo in dialogo tra di noi, tra i nostri lavori, e nella costruzione dell’evento, che non vuole essere un saggio. Per gli studenti non è semplice passare da una proposta che viene ad esempio da Silvia Rampelli, che ha delle caratteristiche di approccio al lavoro particolari, e affiancarla alla richiesta di Michele di Stefano, che è tutto dinamismo e proiezione verso l’esterno. Però credo che in questa “ginnastica” – non solo corporea, ma anche intellettuale e spirituale – risieda l’interessa a sviluppare un’agilità e una capacità di immergersi all’istante nelle diverse poetiche. Credo che questa stessa agilità sia richiesta anche a noi conduttori dei laboratori: ovvero di rimanere ancorati alla propria identità e tuttavia di porla in dialogo e in confronto, chiaramente non competitivo, con i colleghi. Ci stiamo arricchendo tutti.

Da. Re. Dispositivo #1 – foto ufficio stampa

Accanto al bagaglio teorico, pratico e performativo, sembra però sempre più necessario per il giovane artista sapersi confrontare con le asperità crescenti del sistema italiano della danza e del teatro. Quali consigli offre ai suoi allievi?

Questi sono aspetti che gli allievi stanno già vivendo sulla propria pelle: DA. RE. è di base a Roma, ma è un progetto itinerante. Noi non abbiamo una sede, però grazie alla rete di partenariati che abbiamo creato viaggiamo di spazio in spazio a seconda delle configurazioni e delle collaborazioni, a Roma, in Italia, e anche all’estero; gli studenti stanno toccando con mano le difficoltà, le differenze, le caratteristiche del sistema nel quale dovranno poi immergersi. E ovviamente ne parliamo, anche: è una questione che affrontiamo. Nei colloqui e nei confronti che abbiamo in tal senso consiglio sempre di sviluppare una grande agilità e versatilità nell’adattarsi alle situazioni, e al contempo di conservare un’integrità e una serietà rispetto alle necessità del proprio lavoro, che permettano di non cedere a quei compromessi che possano svilirlo. Suggerisco anche di cercare altre strade per realizzare le proprie creazioni, non solo quelle consuete e già battute: credo che il sistema delle arti in Occidente sia a un punto di svolta, e abbia bisogno di nuove modalità e nuove idee più “ecologiche”. Forse è mutata l’idea di spettacolo canonico, di attività artistica per come è stata intesa finora; in un mondo che sta cambiando, così come stiamo vedendo, da tutti i punti di vista, c’è bisogno di dare un nuovo ruolo all’attività performativa. Su questo aspetto ci stiamo interrogando con gli studenti, e mi piacerebbe approfondirlo anche con l’apporto di teorici che abbiano sviluppato una riflessione in tal senso. Oltretutto quest’anno gli studenti si confronteranno con dei progetti individuali, non necessariamente produttivi: è solo in questo spazio protetto che possono non essere soggetti alla richiesta di un prodotto. Però avranno a disposizione un gruppo di artisti e teorici con cui rapportarsi: avranno cioè la possibilità di confrontare in itinere il loro lavoro, di dialogare e interloquire rispetto a ciò che stanno mettendo in atto. Credo che anche la questione del contesto nel quale poi andranno a operare sarà presa in considerazione.

Col corpo capisco #1 – foto Paolo Porto

Per concludere, le chiederei di condividere con noi la sua più significativa esperienza come spettatrice.

Ho iniziato a danzare a tre anni, ad Avellino: una piccola città degli anni Sessanta, che non offriva molte occasioni di assistere a spettacoli di un certo tipo. Per fortuna mio padre mi portava qualche volta a Napoli, in occasione di eventi particolari. È a quell’epoca che ho avuto una folgorazione per La gatta Cenerentola di Roberto De Simone, che ho visto da ragazzina, stavo facendo le scuole elementari… Mio padre mi portò al San Carlo, e credo che sia stato allora che ho deciso di fare questo mestiere: ero rimasta scossa dal mondo che veniva creato da quello spettacolo, da quel caos organizzato, quella poesia… Comprai il disco, e mi ricordo che ne conoscevo una buona parte. Dopodiché, sempre grazie a mio padre, andai a vedere uno spettacolo di Maurice Béjart, che mi intrigò moltissimo, soprattutto se confrontato a ciò che fino a quel momento avevo visto di danza. Quella libertà, quella totalità, quel linguaggio così poliedrico mi avevano colpita, anche se poi da adulta, dopo l’esperienza al Mudra, me ne sono distaccata, non apprezzando più l’universo di Béjart, che mi sembrava troppo kitsch per quello che allora mi interessava.
Anche da adulta alcune esperienze come spettatrice si sono rivelate particolarmente significative. Il motivo per cui ho fondato, insieme ad Anne Teresa De Keesrmaeker, la compagnia Rosas, è stato perché dopo il periodo al Mudra cercavo di capire dove volessi andare: non volevo subito dedicarmi alla coreografia, non trovavo compagnie da cui mi sentivo attratta tranne quella di Pina Bausch… Finché ho visto Fase, il duo sulla musica di Steve Reich. È li che ho avvertito una risonanza, e mi sono detta: chapeau, questo mi piacerebbe farlo. Per fortuna di queste folgorazioni ce ne sono continuamente: la più recente è stata per me Milo Rau. The Repetition mi ha riconciliata con il teatro. Già con l’entrata in scena del primo attore mi sono detta: ecco, finalmente.

Alessandro Iachino

Teatro Palladium, Roma – mercoledì 17 aprile 2019, ore 20:30

DISPOSITIVO #1
azione per gli allievi del progetto di perfezionamento formativo in danza e discipline performative
dai percorsi laboratoriali condotti da Adriana Borriello, Michele Di Stefano, Daniele Ninarello, Silvia Rampelli, Gianni Staropoli con il contributo di Antonella Talamonti
con Elisabetta Bonfà, Valentina Buffone, Margherita Celestino, Francesca Dibiase, Aurelio Di Virgilio, Marina Donatone, Carolina Ellero, Beatrice Fedi, Martina Gambardella, Verdiana Gelao, Chiara Lucisano, Giulia Manili, Delia Occhiucci, Aurora Pica, Luca Piomponi, Valentina Sansone, Benedetta Uda
luce Gianni Staropoli
organizzazione Anna Damiani
assistenti organizzazione Marica Marenna, Andreaceleste Pica
DA.RE. – Dance Research è un progetto promosso da La Scatola dell’Arte sostenuto dal MIBAC

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