Tentativi per un teatro incarnato. Ci vediamo all’alba di Silvio Peroni

Ci vediamo all’alba di Zinnie Harris, nell’adattamento firmato da Silvio Peroni, è andato in scena al Teatro Palladium di Roma. Recensione

L’Inghilterra e la “teoria neuroscientifica” della fiction. Silvio Peroni porta in scena Ci vediamo all’alba della drammaturga inglese Zinnie Harris e aggiunge così un nuovo tassello a una ricerca sul linguaggio del teatro che sembra, di lavoro in lavoro, sempre più profondamente catalizzata da questi due poli.
Gli spazi di Cock e di Costellazioni (drammaturgie rispettivamente di Mike Bartlett e Nick Payne) apparivano astratti, quasi siderali nel rigore della figuralità, ma in qualche modo ancora calati in un’atmosfera latamente domestica e “urbana”.

In questo caso l’azione si svolge in un luogo visivamente appena abbozzato, alieno al naturalismo: a suggerire la morfologia dell’isola, prima che venga nominata, solo la convessità dei volumi, la presenza di una piccola elevazione sulla quale si muovono le due attrici (Francesca Ciocchetti e Sara Putignano) immerse in un ambiente disadorno. La luce mantiene una qualità lievemente opaca e fluttuante e una tonalità verdognola, mentre un vago stridio, simile a un acufene, si disperde nell’aria. Robyn e Hellen sono una coppia di lunga data – si allude ai loro oggetti e alla loro casa, «il luogo dove accade tutto» – e sono naufragate durante una gita con una barca presa a nolo: fin da subito, al carattere di confusione dato dalle scelte scenografiche, si allinea un drammatico sentimento imprecisato, che emerge dalle loro parole.
Sulla linea dell’orizzonte si profila qualcosa (forse foschia, nuvole, oppure il posto dal quale sono partite), vorrebbero stabilire dove si trovano misurando lo spazio con lo strumento debole dei propri passi, le percezioni di Robyn (Francesca Ciocchetti) sono infestate da qualcosa, una consapevolezza lontana più che un presagio.

La sensibilità di questa atmosfera perturbante è però interdetta da una qualità tecnica e verbosa della drammaturgia che allude a concetti come il «ricordo automatico della memoria muscolare», la possibilità degli universi paralleli, la captazione cerebrale dei concetti in forma di immagini. Nel momento in cui lo spettatore realizza che Hellen è morta e che le due si situano sul limbo terribile di un oltremondo, le protagoniste sono ancora intente a opzionarne l’ipotesi, chiamando in causa la teoria delle stringhe e dibattendosi in una vaga tessitura di echi letterari, dal mito di Orfeo al naufragio de La dodicesima notte di Shakespeare. Forse l’andamento ritmico e anche le interessanti bivalenze della lingua inglese, sintetica e isolante, perdono incisività nel passaggio all’italiano e – nella precisione della traduzione di Monica Capuani – il sommerso finisce per risultare troppo esplicato.

La regia si posiziona sulla medesima linea, senza riuscire a controllare la (potenzialmente seduttiva) distanza tra la parola scientifica, evocatrice di dimensioni complesse, e la parola, più emozionale e “terrestre”, che descrive la quotidianità e la perdita. Le interpretazioni generose delle due attrici espongono in qualche modo l’ambizione e l’esigenza di maturazione del progetto, finendo anch’esse intrappolate in questa sostanziale mancanza di equilibro, non riuscendo ancora a portare a un compimento corporale e di pensiero l’intensità nominata. Va segnalata la sobrietà di Sara Putignano, sempre espressiva nella resa di un carisma fatto proprio e modulato con precisione, soprattutto attraverso l’utilizzo delle tonalità della voce.

In definitiva, la riflessione attorno a Ci vediamo all’alba porta alla luce varie questioni intrecciate: il buon successo di pubblico in Italia degli adattamenti teatrali di drammaturgie anglosassoni, la “funzione specchio” garantita dall’acutezza empatica e l’attenzione ai meccanismi attraverso i quali la scrittura riesce a tradurre la disarticolazione del pensiero e a generare un impatto sensoriale, prossimo a quello dell’esperienza. Questa modalità – tipica di alcune esperienze del modernismo letterario inglese – nel caso della scrittura teatrale è reso più complesso e significativo dalla presenza dei corpi, veicoli di una parola che si propone di sfiorare le difficili corde della sensorialità per agire su una percezione “incarnata”, attivando dunque una ricezione espansa.
Silvio Peroni, in un’intervista recente attorno a questo ultimo lavoro, ha dichiarato proprio di essere interessato al modo in cui attore e spettatore riescono a condividere un “paesaggio emotivo” a partire dai funzionamenti cerebrali che regolano il “pensiero per immagini”. Questa intuizione è portata fin dentro la sceneggiatura, quando Hellen rivolgendosi a Robyn, studiosa di letteratura, le dice: «Tu vivi la vita per immagini: dovresti dipingere, […] scrivere un romanzo gotico, creare ricordi».

Quello di Peroni è, in qualche modo, un lavoro “di frontiera”: la teoria fisico-quantistica degli universi paralleli (già esplorata in Costellazioni) e quella neuro-scientifica della fiction tentano di convivere in questo adattamento che si propone «favola moderna di dolore e di amore» ma cela un’ambizione più alta, che affiora in modo non del tutto organizzato, scontando forse le conseguenze di un innamoramento – quello del regista per l’indagine scientifica del pensiero – che necessita di un trasferimento più organico e meno sentimentale nelle maglie di queste interessanti drammaturgie.

Ilaria Rossini

 

Teatro Palladium, Roma – gennaio 2019

 CI VEDIAMO ALL’ALBA (MEET ME AT DAWN)
produzione Khora Teatro
da Zinnie Harris
traduzione Monica Capuani
regia Silvio Peroni
con Francesca Ciocchetti e Sara Putignano

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