7 anni. Il dramma, da Netflix a teatro

7 anni è un film spagnolo presente nel carnet della nota piattaforma di streaming. Al Teatro Argot la versione teatrale diretta da Francesco Frangipane. Recensione.

La locandina del film

A qualcuno di voi sarà capitato di sfogliare il catalogo di Netflix fino a soffermarsi su uno dei tanti film a basso budget creati dalla multinazionale californiana. Alcune volte scrittura e recitazione sono chiamate proprio a riequilibrare semplicità e immediatezza registiche. È il caso, ad esempio, di 7 años, opera nata dalla penna di José Cabeza e Julia Fontana.

Un film nel quale qualche occhio esperto avrà riconosciuto da subito delle affinità teatrali indubbie: pochi attori, un unico luogo nel quale ambientare la trama e – a far contenti i puristi delle teoretiche rinascimentali – un’unica azione principale che si svolge nell’arco di una notte. L’ideale insomma per l’assolutezza drammatica.

L’occhio esperto in questo caso è quello di Francesco Frangipane che, accortosi del film, si è informato sulla possibilità di acquistarne i diritti per la messinscena teatrale, ora in replica al Teatro Argot fino al 23 dicembre con la traduzione di Enrico Iannello.

Va aggiunto che le caratteristiche con cui il regista, prodotto da Argot Produzioni, segna spesso i propri lavori, sono coincidenti con le necessità della sceneggiatura.

Foto Manuela Giusto

Troviamo infatti un ambiente nel quale si incontrano famigliari (così era nella trilogia con le drammaturgie di Filippo Gili) o amici/colleghi (in questo Sette Anni), la capacità di scegliere gli attori non solo in base a una qualità percepita sempre alta, ma anche alla vicinanza di ognuno con i personaggi da creare; infine, quell’istinto cristallino di Frangipane per le scene corali nelle quali la tensione è il motore empatico per eccellenza.

Quattro soci di un’azienda hi-tech si ritrovano nella sede a fine giornata: un tavolo al centro, un bigliardino su un lato, qualche pouf e poltrona, sedie, un frigo e un mobiletto per le vivande; i mobili occupano lo spazio del Teatro Argot che, come spesso accade, vede gli spettatori sistemati sui due lati lunghi, immersi nell’azione.

Foto Manuela Giusto

Come nel caso del fortunato Prima di andar via, è attorno a quel tavolo, baricentro scenico e ombelico drammaturgico, che tutto si svolge. I soci sono stati convocati dall’Amministratore Delegato, Marcello, interpretato con compostezza e precisione da Giorgio Marchesi, per sciogliere una crisi importante, forse la più dura in una storia di successi pluriennali: la Guardia di Finanza il giorno dopo farà irruzione negli uffici per avere accesso ai libri contabili e processare i responsabili per evasione fiscale. La soluzione è quella di trovare uno dei soci disposto a prendersi tutte le colpe per aver trasferito parte dei guadagni su conti esteri. Ma il tempo è inesorabile e i tre non riescono a trovare la quadra. Dopo pochi minuti entra in gioco Giuseppe, il mediatore: Arcangelo Iannace, da vero artigiano della recitazione, si ritaglia un personaggio in stoffa finissima, sorriso onnipresente, gesti con i quali tranquillizzare, capacità di ascolto e appeal da vero facilitatore. Nient’altro che questo è infatti il suo ruolo, deve fluidificare il dibattito, far sì che tutti siano d’accordo sulla decisione da prendere, senza strappi e in totale libertà.

Foto Manuela Giusto

Con naturalezza emergono i caratteri, Massimiliano Vado si cala con disinvoltura nei panni del venditore, sicuro di sé, con la soluzione pronta, aggressivo quando ne ha bisogno; Serena Iansiti interpreta l’unica donna del grupo, deve difendere la propria posizione, è stata lei a iniziare il trasferimento dei fondi per pagare meno tasse e guadagnare di più; poi c’è la testa ideativa del gruppo, beve una birra dopo l’altra, Pierpaolo De Mejo ha bisogno di un po’ di minuti per ingranare la marcia giusta ma quando si rilassa comincia a giocare con quello che forse è il personaggio più interessante; l’amministratore invece è un capo che dovrebbe mediare, gestire ma non ci riesce fino in fondo, altro non gli rimane che scoppiare per difendere fino all’ultimo il proprio potere come un cane braccato a cui vogliono portar via l’osso.

Foto Manuela Giusto

Pochissime ellissi temporali, misurate con lievi abbassamenti di luce e qualche leggera intersezione musicale, sono gli unici rallentamenti, quasi invisibili, che permettono ad attori e pubblico di respirare di fronte a un meccanismo drammaturgico che rende l’atmosfera tagliente.

È un teatro che appassiona intessendo la situazione con i caratteri e lavorando su una recitazione efficace ma anche misurata nel pathos. Si percepiscono le relazioni: una fitta rete di contraddizioni umane, di rapporti e nodi irrisolti, nella quale finisce catturata anche l’attenzione del pubblico.

Andrea Pocosgnich

7 ANNI
di José Cabeza e Julia Fontana
traduzione Enrico Ianniello
con (in o.a.) Giorgio Marchesi, Massimiliano Vado, Pierpaolo De Mejo, Serena Iansiti, Arcangelo Iannace
regia Francesco Frangipane
luci Giuseppe Filipponio
scene Francesco Ghisu
costumi Cristian Spadoni
aiuto regia Massimiliano Benvenuto
voice off Vanessa Scalera
un ringraziamento particolare a Enrico Ventrice e Laura Fronzi
si ringrazia il Teatro dell’Orologio
ARGOT PRODUZIONI

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