Spin Time Labs. La necessità di Babele

Da Babele – prima della fine, organizzato all’interno degli spazi occupati da Spin Time Labs, una riflessione sulla necessità delle aperture, delle mescolanze di lingue e linguaggi, di riconoscimento di necessità comuni.

Azimut. Ph Futura Tittaferrante

«Le lingue sono così belle, tutte senza eccezione, solamente per il fatto che sono incomparabili, irriducibili l’una all’altra. È mediante questa distinzione che esercitano la loro seduzione, è mediante questa alterità che sono profondamente complici». Jean Baudrillard sosteneva che l’episodio mitico-biblico della Torre di Babele, lungi dall’agire come una punizione divina, avesse scongiurato invece il rischio dell’appiattimento su un’unica lingua universale, dove non esiste alcuno scambio di pensiero, di energie, di scoperte e necessità. Babele – Prima della fine è uno degli eventi recentemente organizzati negli spazi di Spin Time Labs. L’idea che lo ha animato facendo incontrare più linguaggi ed esperienze artistiche, riflette anche il modo in cui gli spazi di Spin Time Labs sono effettivamente vissuti, come ibridazione tra occupazione abitativa multietnica e proposte artistiche, proponendo una feconda idea di interazione sociale, culturale, che è scambio e contaminazione. E apertura al richio, alla cirolazione di pensiero ed esperienze.

Di fronte a uno scenario politico europeo, da ultimo anche italiano, che si declina sistematicamente in un senso nazionalistico chiuso, che si esercita nella costruzione di frontiere e fili spinati esclusivi, c’è ancora chi concepisce la possibilità di necessità accomunanti, nella produzione e circolazione di cultura. Attiva, aperta, curiosa, non stagnante.

Foto Facebook / Illoco Teatro

Babele-Prima della fine è stato proposto dai suoi ideatori come “evento di collisione”, di incrocio, di scambio, che ha visti insieme teatro, musica, video, fotografia, tra le varie sale dello spazio di Spin Time Lab, sito in un edificio un tempo sede della Direzione Generale INPDAP. Dismessi i pubblici uffici, strappato alle potenziali mire di palazzinari privati, alla trasformazione in chissà che mostro edilizio, lo spazio è diventato bene pubblico, comune, che appunto accomuna più cose insieme. Ai piani alti è vissuto e abitato da famiglie, sotto si fa centro culturale polifunzionale, che ospita spettacoli, laboratori, prove.

L’evento è stato quindi pensato come «dichiarazione di un immaginario e di apertura – così ci racconta Anton De Guglielmo – l’orizzonte di partenza era la percezione di uno sgretolarsi inesorabile (prima della fine, appunto), legato al senso di minaccia, chiusura di spazi sociali. Abbiamo quindi pensato a un mito fondativo come Babele, dove si genera il caos che è però anche fecondo di diversità e crescita. Era poi inevitabile pensare ai tanti linguaggi messi in ‘scena’ durante l’evento come alle tante lingue che si sentono tra i corridoi di Spin Time che è soprattutto un’enorme occupazione abitativa». 

Il piano interrato dell’edificio ospita un’osteria, due sale prestate a spettacoli, concerti dibattiti, e, soprattutto, l’Auditorium. Si tratta di uno spazio all’origine usato come sala congressi, poi deterioratosi nell’abbandono, e oggi, infine, rimesso a nuovo come sala teatrale di 170 posti in un paziente processo di rigenerazione. Il recupero si è reso possibile in particolare grazie al lavoro della compagnia Illoco Teatro (Roberto Andolfi, Annarita Colucci, Dario Carbone), agli interventi dell’Orchestra Notturna Clandestina, proveniente dall’esperienza del Valle Occupato.

Foto Facebook / Spin Time Labs

«C’è molto da fare ancora, completare americane e cablature, creare dei camerini, un giorno forse dotarsi di un piccolo service autonomo», dicono gli organizzatori.
La struttura è concepita in maniera tale da rendersi versatile a utilizzi plurali, incluse «assemblee, incontri interni e pubblici che riguardano l’intera occupazione di Spin Time Labs». È uno spazio che «fa da piazza, da centro d’incontro e quindi proprio lì si affacciano anche i progetti culturali per le arti sceniche e per la musica che stanno nascendo».

Il locale ha recentemente ospitato, tra l’altro, un rave di musica classica, a sua volta un modo di depotenziare compartimenti stagni tra diversi oggetti e modi di partecipazione artistici. L’idea di rimodulare uno spazio, attrezzarlo a ospitare eventi diversificati, implica quindi anche mettere in gioco un diverso pensiero dello spettacolo e diverse modalità di fruizione. Il tutto, nel quadro di una progettualità estesa a lungo respiro. L’intenzione è infatti quella «di tentare una stagione vera e propria nell’Auditorium, elaborando una linea guida che possa rappresentare l’anima del progetto».

Fare di qualcosa un teatro, allora, contribuisce a rispondere a una domanda di spazi di condivisione culturale che si è fatta, negli ultimi anni, più persistente, urgente e inevasa a dispetto di un disinteresse a livello istituzionale. O peggio, un interesse frequentemente esercitatosi in forme repressive. «A Roma continua una fame di luoghi e spazi dove incontrarsi, provare e soprattutto non vedere crescere i costi di produzione di un nuovo spettacolo per l’affitto sala».

Foto Facebook / Spin Time Labs

Cuore pulsante del processo di ammodernamento dei locali, della loro ottimizzazione e alimento del loro potenziale di versatilità è la falegnameria sita anch’essa al piano interrato. Concezione del lavoro come attività artigianale e necessità comune: realizzare la scenografia di uno spettacolo è canalizzare energie e competenze, scoprire che le necessità degli uni si possono accomunare al lavoro di altri.

Si accennava, più sopra, a una gestione di fenomeni ed eventi culturali divenuta a livello istituzionale sempre meno a carattere politico, e sempre più esclusivamente poliziesco, nelle forme della chiusura degli spazi, delle censure, degli sgomberi.
Scongiurare la ripetizione di un tale copione, vuol dire, ancora, far fronte comune e trovare supporto reciproco tra chi abita l’edificio come inquilino e chi come operatore culturale. In un’ottica che è sì resistenziale, ma auspica a un equilibrio tra autosostentamento e contributo pubblico, mentre sta prendendo forma, ancora per la spinta di Illoco Teatro, un collettivo di gestione dello spazio.

Di spazio, a saperlo usare anche per necessità diverse, ce n’è più che abbastanza. Al contrario di quanto sembrano reiteratamente affermare certe narrazioni xenofobe o fondate su una generica idea di minaccia, che centrifugano qualsiasi possibilità di condivisione e scambio.

Foto Facebook / Spin Time Labs

Ma, si diceva, le necessità possono anche essere comuni, fondate sul riconoscimento che anche lingue diverse possono comunicare tra loro a reciproco vantaggio e arricchimento. E non solo perché l’edificio ha di fatto ospitato e ospita linguaggi differenti, tra i quali, durante i giorni di Babele, gli spettatori potevano muoversi liberamente, scegliendo a quale estratto di spettacolo o performance assistere, all’interno come all’esterno dell’edificio (come Azimut, artwork fotografico di Futura Tittaferrante all’esterno sulla facciata di via Statilia dedicato proprio a Babele), tra scale, corridoi, cortili. Ma proprio perché molto del progetto alla base si fonda sull’idea che determinate necessità possano incrociarsi, non scontrarsi. Il che produce interazione sociale e alimenta il sistema culturale.

Così, ci racconta Emiliano Valente, poter provare e allestire uno spettacolo in uno dei locali dell’edificio, e pensarlo anche in funzione di quegli spazi specifici, implica che lo spettacolo effettivamente nasca, abbia possibilità di crescere, costruirsi, debuttare, e al contempo consenta allo spazio di arricchire le proprie proposte, mantenendosi vivo e vitale nell’accogliere e favorirne di  nuove.

Azimut. Ph Futura Tittaferrante

Al contempo, tale vitalità alimenta anche la riproposizone di spettacoli e performance noti (tra gli altri L’uomo nel diluvio di Simone Amendola e Valerio Malorni, Glory Hole di Giulio Stasi), e, nei giorni precedenti all’evento, anche La Merda con Silvia Gallerano. Il che testimonia, tra l’altro, di come la necessità di teatro sia anche fuori dai cartelloni consueti e istituzionalizzati, più propenso a ibridarsi con altri linguaggi, situazioni e tessuti sociali altri. Farsi pubblico, insomma.

Poter rendere conto di una pluralità, prima della fine o all’inizio di una politica che sembra regredire a un nazionalismo chiuso, nella cronica mancanza di spazi culturali, nell’incuria istituzionale, è concepire una frontiera non come entità divisoria, ma come luogo in cui si sta di fronte, faccia a faccia. Si è nella condizione per scambiarsi qualcosa, costruire legami nella percezione di comuni necessità, si chiamino “teatro”, si chiamino “casa”. In più lingue.

Antonio Capocasale

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