Periferico Festival. Pellegrinaggio artigiano

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Abbiamo vissuto la giornata di chiusura di Periferico Festival 2018. Nel Villaggio Artigiano di Modena Ovest si crea l’ambiente per una diversa contemplazione. E un nuovo senso di comunità. Un breve reportage e qualche sguardo critico.

foto di Roberto Brancolini

Un evento come Periferico Festival di Modena non puoi che attraversarlo. È una specie di entità astratta e frammentaria, una presenza che abita una porzione di mondo, ai margini di una città. Periferico esiste. Dopo anni di nomadismo, questa sorta di spettro, vitale e amichevole, dal 2016 ha una casa tutta sua da abitare: un progetto triennale lo lega adesso al Villaggio Artigiano di Modena Ovest – inedita utopia nata nel 1953, dove lavoro, artigianalità e socialità si erano fusi nella costruzione di un quartiere – gli ha donato come casa OvestLab, un capannone che oggi funge da centro nevralgico per le attività di questa tenace realtà.
A Periferico ci si ritrova sulle panche del piccolo cortile, si sfoglia Fionda, la rivista realizzata dagli abitanti del quartiere, c’è sempre un momento conviviale in cui scambiare impressioni su quel che si è appena visto, ma soprattutto si cammina di luogo in luogo, oppure si cavalcano le biciclette messe a disposizione dalla Ciclofficina Popolare. Una mappa schematica e colorata accoglie gli avventori disegnando a chiare lettere la diffusione delle varie incursioni, tra fabbriche in disuso, botteghe artigiane e angoli di quartiere. Un quartiere che di domenica – il giorno in cui lo abbiamo visitato noi – ha qualcosa di surreale: dopo la festa fino all’alba della notte precedente, ora le saracinesche sono abbassate, le case immerse nella quiete della contr’ora e per i vicoli un silenzio che regna sovrano, tra la ferrovia dismessa e il giardino messo a disposizione per un incontro da un abitante del circondario.

Iliade nei canti degli aedi – foto di Roberto Brancolini

Nei tre giorni di programmazione di questa decima edizione si sono incontrate realtà locali e piccole e grandi perle della scena nazionale, di fronte a un pubblico numeroso e partecipativo, che – a domandarlo a Federica Rocchi di Amigdala, che ha ideato e diretto Periferico insieme a Meike Ciarelli, Silvia Tagliazucchi, Sara Garagnani e Gabriele Dalla Barba – non si sa del tutto da dove provenga. Le attività sono rese possibili da una fitta rete di associazioni locali, aperte a offrire sostegno a un progetto che da un paio d’anni ha abbandonato la natura nomade che lo spostava di quartiere in quartiere e fa i conti con le problematiche vitali dell’abitare un luogo.
In una sola giornata di visita, c’è stato il tempo per incontrare Chiara Guidi in una generosa conversazione attorno al suo libro La voce in una foresta di immagini invisibili; per assaggiare dalle parole di Claudia Losi (in conversazione con Michele Pascarella) anticipazioni sui suoi progetti site-specific; per farci raccontare a braccio da Čajka Teatro l’Iliade nei canti degli aedi, seduti sotto a un gazebo nel selciato della ferrovia a sorseggiare l’acqua del Lete.
Abbiamo poi visitato l’officina del Fabbro Fabio Po, dove il collettivo Polisonum, in Doppelkonzert, ha accordato tubi di ferro e carrucole in modo che gli spostamenti d’aria prodotti dalla presenza degli spettatori suonassero un accordo di La settima; come a dire che il silenzio è sempre e solo apparente, che la natura del suono esiste indipendentemente dalle frequenze che riusciamo a percepire.

Last – foto di Roberto Brancolini

Per le strade del Villaggio si è esibita la Franctis Dance Company, compagnia multiculturale con base a Berlino, con Last, una coreografia per quadri, in cui la break dance si fonde alla danza contemporanea e i cinque interpreti utilizzano lo spazio urbano come sfondo e come sesto personaggio, abitandolo in maniera orizzontale, sfruttandolo come ancoraggio fortuito e promuovendo una dislocazione dei corpi che, a dire il vero, a volte si fa dispersiva e poco coerente. Complice una musica continua, in cui le tracce musicali si avvicendano intervallate da qualche secondo di silenzio, l’impressione è quella di un lavoro poco rigoroso e che predilige certi virtuosismi acrobatici e momenti di unisono forse troppo aderenti a uno schema frontale che non si crea mai del tutto, e a scapito di una reale identità e organicità coreografiche. Resta interessante la partecipazione del pubblico, ora in cerca di una linea narrativa, ora smarrito nel tentativo di scegliere la visuale preferita da cui osservare questa frammentaria esposizione di corpi.

Lettere dalla notte – foto di Giovanni Tomassetti

Proprio partecipazione potrebbe essere la parola chiave per la breve ma intensa esperienza a Periferico Festival. E la si è abbracciata e compresa soprattutto nelle Lettere dalla Notte, in serale allo Spazio Fabele. Chiara Guidi consegna a un “coro cittadino” di ventisei persone alcune poesie del premio Nobel 1966 Nelly Sachs. Le parole evocative, il tono messianico, le visioni ellittiche della grande letterata – ebrea tedesca naturalizzata svedese divenuta voce suprema del lamento dell’Olocausto – si intrecciano alla lettura del suo carteggio con Paul Celan, declamato dall’attrice di Socìetas da un pulpito eretto sul palco di questa sorta di chiesa laica. Natàn Santiago passa l’archetto su un vibrafono, che sembra voler accordare il grido sommesso delle «ferite del Novecento», mentre la voce di Guidi esplora diverse profondità di tono e colore e il suo volto reagisce, spesso perplesso e smarrito, di fronte alla risposta del coro.
Di questo esperimento resta la grande intuizione poetica, l’affondo verticale dentro una materia dolorosa, che nell’azione collettiva ritrova il senso e la potenza per risuonare in un suono nebuloso – amplificato dall’ambiente naturale – dentro al petto degli spettatori. Al punto da dare la sensazione di assistere a una sorta di evocazione degli spiriti, a un rituale divinatorio di cui diventiamo, in qualità di sistema d’ascolto, una necessaria prova di esistenza.

foto di Roberto Brancolini

Nel saggio “La società dell’incertezza”, il sociologo Zygmunt Bauman identificava quel piccolo e fastidioso disagio provato dall’uomo postmoderno, incapace di stabilizzare la propria identità. Se nell’età moderna il «pellegrino praticava un vivere verso il progetto», abitando un «mondo direzionale», oggi siamo nell’era del «vagabondo» e del «turista», in cerca di uno spazio di riconoscimento identitario smarrito nella rapidità del presente. Forse allora abbiamo bisogno di quello che Adorno chiamava «lo sguardo lungo e contemplativo», in cui una «prossimità della distanza permette all’osservatore di non incorporarsi con l’oggetto».
E forse questa breve permanenza a Periferico ci ha insegnato questo, essere spettatori di qualcosa che, dopo anni di vagabondaggio, ha conquistato una felice stanzialità. Che prende senso nel ritorno al peregrinare. Almeno una volta l’anno.

Sergio Lo Gatto

Periferico Festival, Modena – Villaggio Artigiano, 27 maggio 2018

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.