banner NidPlatform 2024
banner NidPlatform 2024
banner NidPlatform 2024
HomeArticoliPartecipazione e sadismo del pubblico. L’esperimento sociologico di Marco Chenevier

Partecipazione e sadismo del pubblico. L’esperimento sociologico di Marco Chenevier

Danza e performance partecipativa per una società sadica. “Questo lavoro sull’arancia” di Marco Chenevier in scena alle Carrozzerie n.o.t.. Recensione.

foto Chiara Ernandes

Questo lavoro sull’arancia si presenta, prima dell’ingresso in sala, fin dal titolo, come un dispositivo preciso, che sposta l’attenzione su qualcos’altro. Il perché Marco Chenevier definisca il proprio, anche provocatoriamente, come un “lavoro” anziché come spettacolo viene presto rivelato: la danza è un «intermezzo», annuncia più volte il loquendor incaricato di enunciare le regole a cui i danzatori e la comunità di spettatori dovranno attenersi durante la performance. Le indicazioni date partono dal principio che qualsiasi spettatore possa intervenire bloccando la danza o agendo direttamente all’interno dell’azione scenica. Se l’ironica intenzione, espressa nelle note di regia, dovrebbe nascere dal desiderio di interrompere un’eventuale “noia della visione”, la promessa di un compenso in denaro (in una forbice variabile dai 5 a 50 euro e più) sembra essere il motore reale che ha spinto a partecipare senza alcuna esitazione molti degli spettatori presenti nella stracolma replica alle Carrozzerie n.o.t. di Roma, che ha presentato questa produzione TiDA Théâtre Danse dopo averla ospitata durante lo scorso Teatri di Vetro.

Foto Chiara Ernandes

Ritorniamo alla premessa: prima di entrare nella sala vuota e imbiancata, agli spettatori ignari viene consegnato un “welcome pack” contenente alcuni oggetti la cui utilizzazione volontaria sarà permessa durante la performance. Chi scrive, casualmente sprovvisto dello stesso, si è trovato fatalmente in una condizione mediana, svantaggiata per alcuni versi, favorevole per altri. Mancando della possibilità di partecipare attivamente alla richiesta di «lanciare una pallina di carta per interrompere l’esecuzione della coreografia», l’attenzione è rimbalzata dietro le spalle, a osservare la spinta partecipativa e frettolosa di questo “campione sociologico”, immediatamente pronto al gioco (in questa replica forse meno alla visione).

Gli spettatori osservano le azioni di Chenevier e Alessia Pinto, partecipano al gioco proposto, tengono alzato un braccio a 45°, parlano, decidono, si spogliano perfino. Sorridono, si divertono, diventano sempre più sfacciati, partecipativi, molti guardano male i propri amici di fronte la loro sempre maggiore crudeltà espressa. La struttura drammaturgica, dal taglio fortemente autoironico (verso sé e anche verso molta danza contemporanea chiusa in un linguaggio elitario), cresce per gradi, sfrutta l’aspettativa del pubblico scommettendo sulle sue risposte, da assecondare oppure da far ritorcere. Nell’interazione cresce esponenzialmente il grado di rischio per gli artisti, esposti sempre di più alla scelta di “violenza” man mano più incisiva da parte degli spettatori, che tranquillamente competono per il montepremi finale di cinquanta e più euro, schizzando succo d’arancia negli occhi della danzatrice, inerme, legata e soggetta a secchiate di latte ghiacciato.

Foto Stefano Mazzotta

Dopo lo spettacolo ci si trova, in una forma inattesa e però preziosa, a confrontare entusiasmi e qualche dubbio: se dunque l’artista pone se stesso in una condizione liminale, lo spettatore, coccolato (e pagato) sembra trovarsi in una posizione comoda, senza troppi rischi. Quello che a un primo livello si propone come un intrattenimento interattivo in cui si può anche guadagnare, contiene però in sé diversi stimoli di riflessione: quale valore, prima di tutto economico, attribuire all’arte fruita e, su un altro versante, quanto si sia pronti a sacrificare dell’altro per il proprio vantaggio. Dunque, in base al dispositivo che spinge o meno all’interazione, come si sceglie di comportarsi? Ma soprattutto, centrando il fuoco morale a cui ci sembra tenda l’operazione: quanto si è consapevoli delle proprie azioni di fronte a una comunità?

Foto Chiara Ernandes

In questa direzione sono da intendersi le facce appena contratte di chi, resistendo, rifiuta di “salvare” il danzatore dal bere del latte a cui è intollerante; similmente volano le occhiatacce intraviste in direzione dei sadici spruzzatori contendenti, che nella fase finale hanno diviso la platea. L’ambiguità che tutto possa essere comunque artefatto (che ad esempio nel caso del latte possa esser fittizio) perde di valore, perché in quel momento quel che conta è la reazione di fronte agli altri. Non ci si trova più negli anni degli Happening così come non è una novità l’offerta dell’artista come vittima sacrificale dell’azione dello spettatore e come non citare Marina Abramović e il suo Rhythm 0 (1974), in cui l’artista lasciava che i fruitori utilizzassero su di lei uno qualsiasi di 72 oggetti. Tuttavia, l’operazione compiuta dalla performer serba non evidenzia soltanto una potenziale pericolosità della relazione spettatore-performer, ma in aggiunta, mette in luce quel valore politico che si allarga alla relazione tra gli spettatori.

Foto Chiara Ernandes

Preso anche come un esperimento sociologico, Questo lavoro sull’arancia, che recupera nell’estetica e nella premessa concettuale il mondo di Arancia Meccanica di Burgess e Kubrick, descrive uno spaccato per molti versi inquietante. Il caso osservato racconta una realtà poco interessata all’arte (soltanto a una coreografia è stato permesso di poter continuare fino alla fine, mentre, ci raccontano, in altre repliche è accaduto diversamente), sadica, opportunista, in cui anche chi vuole compiere un atto di giustizia è pronto a scegliere la soluzione più rapida, non esente dal male. Eppure, rimane qualcuno non soddisfatto, qualcuno che è pronto a restituire i soldi vinti, qualcuno che non ha alzato la mano, qualcuno che ha scelto di vedere anziché interrompere.

Viviana Raciti

Visto a Carrozzerie n.o.t. aprile 2018

QUESTO LAVORO SULL’ARANCIA

interpreti MARCO CHENEVIER E ALESSIA PINTO
scene e disegno luci ANDREA SANGIORGI
mentoring produzione ROBERTA NICOLAI, ROBERTO CASTELLO
con il sostegno di
ALDES e TIDA (2017, con il sostegno di Mibact e Regione Autonoma Valle d’Aosta)
MIBACT Sezione Generale Spettacolo dal vivo, REGIONE TOSCANA/Sistema Regionale dello Spettacolo
TWAIN residenza di spettacolo dal vivo della regione Lazio SPAM! (2017

Telegram

Iscriviti gratuitamente al nostro canale Telegram per ricevere articoli come questo

Viviana Raciti
Viviana Raciti
Viviana Raciti è studiosa e critica di arti performative. Dopo la laurea magistrale in Sapienza, consegue il Ph.D presso l'Università di Roma Tor Vergata sull'archivio di Franco Scaldati, ora da lei ordinato presso la Fondazione G. Cinismo di Venezia. Fa parte del comitato scientifico nuovoteatromadeinitaly.com ed è tra i curatori del Laterale Film Festival. Ha pubblicato saggi per Alma DL, Mimesi, Solfanelli, Titivillus, è cocuratrice per Masilio assieme a V. Valentini delle opere per il teatro di Scaldati. Dal 2012 è membro della rivista Teatro e Critica, scrivendo di danza e teatro, curando inoltre laboratori di visione in collaborazione con Festival e università. Dal 2021 è docente di Discipline Audiovisive presso la scuola secondaria di II grado.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Pubblica i tuoi comunicati

Il tuo comunicato su Teatro e Critica e sui nostri social

ULTIMI ARTICOLI

Danzare nella guerra. Intervista a Pippo Delbono

Una conversazione tra Rodolfo di Giammarco e Pippo Delbono, a partire dalla nuova creazione, Il risveglio, che ha debutto a giugno in Romania e...