Palermo e gli Orli d’Europa

Ai Cantieri Culturali alla Zisa va in scena Orli di Tino Caspanello con la regia di Giuseppe Massa. Recensione.

foto Alessia Lo Bello

C’è un luogo, una parola, che qualsiasi migrante che arrivi o passi per l’Italia conosce. E non importa sapere se Sicilia sia una città, un’isola, una regione; mentre cammino per il quartiere di Ballarò mi sembra di risentire ovunque la frase «sono arrivato in Sicilia» e di capire che qui a Palermo, la terra che è diventata accesso verso l’Italia, l’Europa, stia cercando – oltre le tensioni sociali e politiche – di rispondere all’istanza multietnica che i flussi migratori stanno invocando. “Chi arriva a Palermo diventa palermitano” è il testo sotteso alla Carta di Palermo del 2015, nata in seguito a un convegno internazionale centrato sul principio secondo cui la mobilità umana è un diritto. Carta che nasce negli stessi Cantieri Culturali alla Zisa, dove Sutta Scupa porta in scena Orli, testo di Tino Caspanello rivisto e ripreso dalla regia di Giuseppe Massa. E sembra, già tra i vicoli di Ballarò prima ancora di arrivare nell’ex area industriale della Zisa con i suoi padiglioni assegnati dal comune e trasformati in polo culturale, che la volontà palermitana non si sia fermata sulla carta.

Se partiamo dalle strade per parlare di Orli è perché tutto ciò che converge nello spettacolo è strettamente legato alla ricerca della quale ci parla il regista Giuseppe Massa, quella «sinergia con il territorio per sviluppare nuovi linguaggi». E il territorio, gli orli di questa malandata Europa, partono da quei vicoli tra i quali Margherita Ortolani, che con il progetto Diverse Visioni assisterà poi allo spettacolo con un gruppo di spettatori multietnici (in un interessante parallelo con Spettatori Migranti), mi accompagna. Nel cuore di Ballarò, dove la porta di Moltivolti recita La mia terra è dove poggio i miei piedi, impresa sociale tra ristorazione e spazio associativo fondata da quattordici persone di otto paesi diversi e nella quale convergono numerose associazioni sociali del territorio; nel vicino oratorio della Chiesa di Santa Chiara dove Arte Migrante organizza serate di espressione libera con l’obbiettivo di creare relazioni sociali a partire dall’arte, nella stessa piazza nella quale campeggia un’insegna su una parete colorata: comunità Senegalese.

foto Alessia Lo Bello

Questa è la Palermo, costellata di centri d’accoglienza e case palermitane, ma anche dalla difficoltà di vivere assieme, dall’esigenza per tutti di trovare un posto, dalla quale Massa tira fuori un’immagine della società odierna: sette ragazze e cinque ragazzi seduti su undici angurie di varie dimensioni, su una spiaggia, giocano al gioco della sedia, dove chi rimane senza un posto dove poter stare muore accasciandosi sulla sabbia. Il metaforico ring è un trapezio di sabbia sul quale i ragazzi corrono, si sfidano, giocano e si prendono gioco dell’altro, evocando al tempo stesso le voci dei mercati palermitani e i riti tribali; circondati da quattro cumuli di sabbia sui quali quattro contrabbassisti suonano il ritmo della sedia, ondeggiano con la scena, costruiscono e decostruiscono l’atmosfera guidati dal maestro Lelio Giannetto.

foto Alessia Lobello

L’obbiettivo a lungo termine del progetto Babilonie, vincitore per la seconda volta del bando Migrarti, è quello di trasformare il gruppo di lavoro in una compagnia multietnica, eterogenea, che comprenda al suo interno attori professionisti e non professionisti. Così dopo Kamikaze number five, Nel fuoco in chorus, Giuseppe Massa continua a immergere efficacemente lo strumento della scrittura, della regia, del processo creativo in quel mare nostrum che così poco, ancora, conosciamo e consideriamo nostro davvero.
E se in operazioni come questa il processo creativo rimane appannaggio esclusivo dei partecipanti, stavolta lo spettacolo è affiancato da Emapatia e Orli, progetto promosso dal laboratorio Adiacenze dell’Università degli Studi di Palermo che ha permesso a un gruppo di venti studenti universitari di partecipare all’allestimento dello spettacolo con uno studio sulle drammaturgie a cura del professor Salvatore Tedesco e Marco Canzoneri e che darà vita alla rivista dietrORLI con i contributi degli allievi coordinati nel laboratorio critico da Vincenza Di Vita.

foto Alessia Lo Bello

Sembrerebbe non rimanere più nulla, ancora, da raccontare; ma il teatro, lo abbiamo detto più volte, è il momento nel quale il pubblico attraversa la porta di quel processo artistico, umano, culturale, e raggiunge la sua verità nella visione. Il successo di questo progetto è allora, in fine, nel linguaggio poetico di Caspanello e nella regia visionaria di Massa, viscerale e al tempo stesso esteticamente precisa, matura, al servizio delle energie di interpreti e musicisti. In quel “chi perde muore” del gioco della sedia che innesca il meccanismo scenico, e che invece di chiudersi su se stesso perdendo di interesse continua durante tutta la durata dello spettacolo a sovrapporre segni; perché ogni morte parla di uno spazio diverso che abbiamo chiuso, di speranze diverse. Gli attori giovani, generosissimi, cantano, ballano con una parola strozzata in gola, spaccano le angurie come teste, rincorrono e danno ordini a chi rimane senza sedia e soprattutto, muoiono. Muoiono prima gli uomini, come in ogni guerra, poi le donne, che rimangono a incarnare lo scontro culturale, il piacere, il castigo. Fino allo scontro finale.

Intanto sul fondo i sopratitoli orientano nella babele di idiomi alla quale non siamo ancora abituati, ed è significativo che la scelta più o meno consapevole di non tradurre proprio il siciliano renda incomprensibile a me, che il siciliano non lo parlo, l’unica lingua vicina che si parla in scena. Se radicalizzarsi significa diventare l’opposto e opporsi all’altro, morire, oltre il proprio dio, oltre la residenza, la resilienza, le parole che conosciamo, la pelle, come possiamo rigenerarci e sentirci vicini? Lo spettacolo di Giuseppe Massa una risposta prova a darla.

Luca Lòtano

visto ai Cantieri Culturali alla Zisa – novembre 2017

ORLI
di
Tino Caspanello
regia Giuseppe Massa
scene e costumi Simona D’Amico
musiche Lelio Giannetto
luci Vincenzo Cannioto
con Joseph Anane, Mohamed Dani, Paolo Di Piazza, Ilenia Di Simone, Lamin Fatty,
Ama Isele, Marco Leone, Simona Malato, Ylenia Modica, Chiara Muscato, Kassie
Sunday, Happiness Ugiagbe
musiche dal vivo Lelio Giannetto, John Frempong Manson, Max Modeste Mondow
voce registrata Jerusa Barros
elaborazioni sonore live Gianluigi Cristiano e Giuseppe Rizzo
assistente alla regia Claudia Borgia

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