Woody Neri. Così muore un Kamikaze Number Five

Woody Neri in Kamikaze Number Five: il racconto delle ultime ore di un kamikaze. Recensione

Foto di Manuela Giusto
Foto di Manuela Giusto

Uno: sospensione del giudizio. Entrare in un antro chiassoso mentre “colui che muore” è concentrato ad allenare il corpo facendo vorticare una corda dall’alto in basso, dal basso in alto. Già salta in una simulazione metaforica di quello che sarà. Sguardo dritto davanti a sé che nell’algida fermezza sembra non sia in grado di vedere. Parla. Blatera. Urla. Inveisce. Dentro e fuori un monologo in cui si assottigliano i confini della prima persona per diventare altro da sé, guardarsi dall’esterno e diventare la cavia dell’esperimento. Ipotizziamo relazioni che sono state, pillole di vita condensate nel caos della memoria dove ora si imprime quell’emozione esacerbata, livida di pulsioni estreme e aggressive. Woody Neri non è più. La crudeltà muove i muscoli, articola discorsi, impaurisce lo sguardo, perché l’attore brucia di quel fuoco che amplifica la gestualità, ponendo una cesura netta tra “io sono” e “io faccio come”. Scegliere di essere il bersaglio e attendere il momento propizio per sparare. Il ragionamento biomeccanico sottende la fatica, ex- stasis organica di una comunicazione che colpisce e sbaraglia. Per il momento nessuno spasmo, nessuna emotività incontrollata predomina o rischia di alterare una partitura fisica costruita e disciplinata.

Due: dell’odio filiale. “Colui che muore” non è più nato. La familiarità si frantuma nell’istante in cui comincia la costruzione di un nuovo Io che degli affetti si serve per interporre una distanza salvifica. Il superuomo edifica allora quella solitudine cristallina nella quale rifugiarsi, separandosi dagli amati e ripudiando gli stessi. Padre. Madre. Fratello. Figlia. Vi è una discendenza lineare che deve essere necessariamente interrotta, frantumata, affinché l’essere stato predomini nel presente di una realtà tesa a tramutarsi in rappresentazione. Il salto è percepito come latente, sotterraneo nella scrittura di Giuseppe Massa e nella drammaturgia di Francesca Marianna Consonni, filo sottile sul quale si inanellano pensieri e azioni in equilibrio sul baratro. Basta davvero un niente perché tutto si assolva nella fine, l’imbarazzo dei presenti nella sala romana del Teatro dell’Orologio sta proprio nel non sapere quando questa si compirà.

Foto di Manuela Giusto
Foto di Manuela Giusto

Tre: il peso dell’icona. Emblemi di un’appartenenza, pezzi di immagini cuciti l’uno accanto all’altro a formare il paramento che coprirà la nudità dell’individuo, una volta denudatosi dei suoi vecchi abiti. Abbraccio colorato, grande e avvolgente tanto da soffocare, un mantello sì ma anche scudo che ha scelto il fanatismo come strategia offensiva e difensiva. Se “colui che muore” non appartiene alla nostra civiltà – intesa come tessuto di relazioni riconoscibili – perché si serve dei miti a essa appartenenti? Il confine tra chi è cosa è sempre più labile: se non fosse poi tanto distante e lontana questa figura che per violenza di linguaggio e azione siamo intenti a osservare, se fosse veramente il riflesso di quella nostra civiltà che eleviamo a modello?

Quattro: la guerra dei maiali – Bellum omnium contra omnes – è mentale, riconosciuta e religiosa incatenando gli uni agli altri nell’eccidio, nella morte cruenta di un corpo straziato. È il maiale, simbolo che rovescia la sacralità, a meritare di essere annientato e con lui l’abominio di una crociata eterna. Dopo una graduale preparazione, il linguaggio è pronto all’ultimo scontro; le parole emesse si tingono allora di un rosso sanguinolento e la loro portata di truculenza raggiunge l’acme. Dell’amplificazione si nutre anche la gestualità, ora tronfia di eccessivo virtuosismo, pornografica perché dà mostra di sé, esteriorizzata al punto che rischia di perdere di vista l’obiettivo del suo delirio.

Number five: pace. Il giorno del giudizio volge al termine e con sé quella verità dell’azione definitiva che, sacrificandosi all’ideale (o idealità), viene dapprima celebrata e quindi sublimata. Il suicidio-omicidio, al di là di qualsiasi giudizio etico o morale, è di per sé un atto costruito, rivendicato e difeso. Increduli sono quelli rintanati nel buio della platea e ai quali “colui che muore” ha deciso di voltare le spalle, perché coi vivi non si può dialogare. Il suono udito è il silenzio, disteso nello spazio e nel tempo di una dimensione assoluta a terrorizzare il quotidiano e la sua percezione.

Lucia Medri

in scena al Teatro dell’Orologio fino al 20 dicembre

KAMIKAZE NUMBER FIVE
di Giuseppe Massa
con Woody Neri
regia Giuseppe Isgrò
dramaturg Francesca Marianna Consonni
suono Giovanni Isgrò
sarta Camilla Magnani
produzione Phoebe Zeitgeist e VANACLU’
in coproduzione con Progetto Goldstein
in collaborazione con Teatro dell’Orologio, Associazione Teatrale Pistoiese, La Corte Ospitale Rubiera, Spazio OFF Trento

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Laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale, sceglie di dedicarsi alla scrittura critica partecipando a workshop e seminari presso la Fondazione Romaeuropa. Dal 2013 è redattrice presso la testata online Teatro e Critica e approfondisce parallelamente la sua formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi). Negli ultimi anni si specializza in web editing prendendo parte a master e stage dedicati al Social Media Management presso aziende operanti nel settore culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018 riceve il Premio Garrone «al critico più sensibile nel leggere il teatro che muta».