Giuseppe Massa. Tacere nel fuoco, contro l’indifferenza

Nel fuoco in chorus, spettacolo scritto e diretto da Giuseppe Massa, andato in scena ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo. Recensione.

Foto Davide Bologna e Aldo Palagonia
Foto Davide Bologna e Aldo Palagonia

Nel fuoco si trova un emigrato, marocchino e venditore ambulante. Non è un kamikaze, eppure Noureddine Adnane si è dato fuoco sul serio, in una piazza di Palermo l’11 febbraio di qualche anno fa, facendo bruciare con quell’atto la vampa per una passione dedita a una causa tra le più alte, oltre l’integralismo religioso, verso un senso di integrità e di onore perduti. Questo è un fuoco che dovrebbe bruciare coscienze, non corpi, ma poiché quell’ora di attività che pure gli spetterebbe di diritto gli viene ridotta a cinque miseri minuti, Noureddine si annulla per far emergere il paradosso, perché in troppi non hanno capito, o meglio, non erano interessati a capire che, impedendo di lavorare, impediscono di vivere. Giuseppe Massa, drammaturgo, attore e regista palermitano, colpito dalla storia di Noureddine Adnane, scrive e dirige Nel fuoco in chorus, in scena nella sala Perriera dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo. È un testo, questo, pensato inizialmente come monologo, che ora trova sua forma ampliata – in chorus, appunto – nel volume appena pubblicato da Editoria&Spettacolo (assieme agli altri suoi testi Sutta Scupa, Kamikaze number five e Chi ha paura delle badanti).

Foto Davide Bologna e Aldo Palagonia
Foto Davide Bologna e Aldo Palagonia

In scena una schiera di uomini e donne, appena accennato il rosa uniforme dei loro abiti, tengono un telo di plastica: è il coro del titolo, voci di quartiere e di polizia si passano il cappello come a condividere il simbolo del potere. Potere di parola, di legiferazione, di conoscenza, potere di determinare e ridurre il tempo concesso per guadagnare quel barlume di miseria, potere da cui si rafforza la derisione. Sotto al telo si dimena e ne verrà fuori come partorito Chadli Aloui, che presta nervi e voce al protagonista. Da ex pugile, generosamente sferra battute, le sputa in faccia agli spettatori, sa che le sbavature di pathos in eccesso non limiteranno la schiettezza del proprio attacco; a volte è sguaiato, roco, eppure in più di un momento profondamente vero, soprattutto quando, dopo tutto, rimane lo sguardo, sordo, di chi non accetta quella bieca sottomissione.

Chadli, immigrato di seconda generazione, parla palermitano e ama Palermo fuori dal palco, ha sporcato la propria lingua forzandola in un italiano stentato, doppie in meno, alcune parole francesi accanto a qualche dialettizzazione. Ha preteso di capire perché Palermo dovesse essere «no bela. No profumo. No freschi ruscelleti, No alberi vert… Palermo ruba. Sangue. Palermo spugna che beve acqua sporca. Suda benzina. Poussière. Palermo piena di sbiri. Tutti soli». Prova a ricostruire un proprio quotidiano vivere, si contrappone al coro che, dietro i vetri opachi di una veranda a fondo scena, lancia commenti, massime in diverse lingue, lo vessa, interrompe l’azione e si diverte, intrattiene, quasi infastidendo noi spettatori, che tuttavia ci ritroviamo a rivalutare il contrasto tra l’individuo isolato, privato del lavoro, e la goliardia di chi mangia un ghiacciolo, o con «ora ‘na minamu» canta il disinteresse e esibisce il sollazzo puro. Un coro che lo pesta a suon di capriole, una danza che vuole diventare pugni e calci, alla quale serve un po’ di innocenza e di crudezza in più per colpire e non soltanto suggerire.

Foto Davide Bologna e Aldo Palagonia
Foto Davide Bologna e Aldo Palagonia

In questo lavoro, messo a punto grazie anche al sostegno di Migrarti, attraverso un laboratorio con ragazzi di diverse nazionalità, professionisti e non, Giuseppe Massa contrappone un individuo a una società che mal lo tollera, una società che si guarda addosso e che, tra l’altro, poco riflette sul suicidio, non sa che farsene se non etichettarlo e bollarlo come pericoloso, senza tuttavia innescare una riflessione più ampia su dove quel disagio personale possa portare. Davanti a Schopenhauer, a Tacito, a Bob Marley, a Franklin, a Mazzini, a Diderot, a Machiavelli, Noureddine tace, si ritira, prova ad annullarsi, vive per sottrazione. Così come per sottrazione dovrebbe essere la sua vittoria. Curiosamente, le lampadine che avrebbero dovuto infuocare alla fine la sua giacca, per un cortocircuito, rimangono spente.

In quel momento inatteso, in quella scomodità non prevista, si trovano gli attori, aspettano che il fuoco avvampi, realizzano che nei loro piani qualcosa non era stato preventivato, capiscono, e diventano come i loro corrispettivi in scena, in quella minuscola tragedia, coro unanime. Non raccolgono la sfida, lasciano invece che parlino i messaggi – folli e altrettanto reali – caricati in forma di commento a un video su Youtube riguardo al suicidio del vero Noureddine e che Massa ha deciso di integrare nel testo  e nello spettacolo quasi fossero una sorta di epitaffio rovesciato. «Un marocchino di merda», «che ha fatto bene a darsi fuoco», «nel resto d’Europa non oserebbero nemmeno vendere le loro cianfrusaglie, solo in questo paese di merda c’è questo schifoso buonismo. Ma sta finendo perché la povertà avanza». E noi, dove finiamo?

Viviana Raciti

Visto ai Cantieri Culturali alla Zisa – dicembre 2016

Nel fuoco in chorus (reprise)
testo e regia di Giuseppe Massa,
scene e costumi di Linda Randazzo e di Mattia Pirandello,
luci di Vincenzo Cannioto,
suono di Giuseppe Rizzo,
cori Gianluigi Cristiano;
con Chadli Aloui, Joseph Anane, Emiliano Brioschi, Mohamad Dani, Paolo Di Piazza, Ilenia Di Simone, Irene Enea, Hamidou Jallow, Valentina Lupica, Max Mondon, Frank N’guessan, Giuseppe Tarantino. Assistente alla produzione Elena Amato,
assistente alla regia Claudia Borgia,
grafica Salvatore Massa,
ufficio stampa Vincenza Di Vita.
A.C. Sutta Scupa, con ‘a Strummula, Osservatorio contro le discriminazioni razziali Noureddine Adnane, Sicily Foreign Students, Corda Pazza.

In collaborazione con il Comune di Palermo-Assessorato alla Cultura e con il sostegno dell’Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Siciliana.

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».