Lontano dalle forme nuove, può bastare Čechov

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Io non sono un gabbiano della Compagnia Oyes ha debuttato lo scorso maggio a Primavera dei Teatri. Di nuovo Čechov, un classico dunque?

Foto di Angelo Maggio

Arkadina è morta. Al centro della scena per i suoi funerali Medvedenko ricama un discorso da talk show televisivo. Seduti ai lati Sorin, Maša, Trigorin, Dorn ascoltano contriti, sembrano però essere altrove. Più dietro Treplev, rigido e impassibile. Seduta in fondo Nina, ha un abito bianco da diva ottocentesca, una treccina sulla fronte e appare preoccupata. Di lì a poco si esibirà in una celebre scena che aveva reso famosa l’attrice Arkadina – lo farà con rispetto e devozione, ma con voce tremante. Treplev la interromperà esibendosi in un gesto che vorrebbe provocare e corrompere la sua purezza. Finisce per spogliarsi, nudo. Gli altri lo scrutano con sguardi impietosi, mai di rimprovero però: troppo banale di questi tempi essere rivoluzionari.
C’è già tutto in questi primi istanti di Io non sono un gabbiano che la Compagnia Oyes ha proposto in anteprima nazionale per Primavera dei Teatri 2017. Dell’anno scorso Vania, altro testo di Čechov vivisezionato e riscritto con cura. Eppure con l’autore russo non basta mai, riscrivere s’intende. Perché sembra non servire. E lo sa bene la Compagnia Oyes che evita rocamboleschi miracoli creativi, ma procede dritto, senza interruzioni e trovate astruse. Io non sono un gabbiano è Čechov allo stato puro, non è pretesto per parlare di storie proprie, è pretesto per parlare di un autore. Altrimenti le storie si potrebbe rintracciarle altrove, perché in fondo qui si tratta dell’abusato conflitto generazionale, motore dell’infelicità cronica e del gioco ciclico di coppie che si scambiano e finiscono peggiori di quanto fossero. Sempre. Il regista Stefano Cordella e gli attori Camilla Pistorello, Camilla Violante Scheller, Francesco Meola, Umberto Terruso, Dario Merlini, Dario Sansalone, Fabio Zulli, Daniele Crasti, sono riusciti a riportare una dimensione corale in una scena semplice, dove basta qualche sedia e un microfono al centro per stratificare gli stati d’animo. Ogni linea interpretativa è un segno melodico che arricchisce una partitura semplice, dove però non mancano chiaroscuri e graffi visivi. Un taglio di luce, ad esempio, che attraversa i personaggi per lasciare in luce i soli Treplev e Nina.

Foto di Angelo Maggio

Polifonia dell’infelicità, dunque, in uno sfondo dove tutto si sgretola e ammuffisce, così come era la provincia russa di fine Ottocento, poco diversa da quella attuale, terreno del vivere quotidiano in cui si finisce con l’accettare la situazione, nostro malgrado. Forse eravamo tutti migliori una volta? Questa sembra la domanda da porsi, per poi constatare che migliori una volta non si è mai stati, forse solo meno assopiti.
Anche i personaggi di questo Čechov smettono di farsi acrobati della vita che si ritrovano infine con la faccia a terra e le ossa rotte. Ognuno prende quel che può: Maša sposa Medvedenko, Treplev scrive drammi che avrebbe deplorato, Nina accetta l’infelicità di avere un uomo accanto solo per apparenza.
È la storia di un cortocircuito, di microfoni che smettono di funzionare e innescano fischi che corrompono la comunicazione. Quella dell’incomunicabilità è formula abusata – si trova spesso sulla scena, e a Primavera dei Teatri è sembrato fagocitasse ogni storia. A voler raccontare solo questo non si sarebbe scomodato Čechov, e la compagnia Oyes ha mostrato di saperlo.

Foto di Angelo Maggio

Quando nel 1898, al Teatro d’Arte di Mosca, Stanislavskij metteva in scena Il gabbiano aveva già capito che c’era bisogno di suoni che rendessero denso lo spazio. Non voleva solo un effetto di realismo scenico, cercava la rottura della comunicazione. Non a caso il letterato Nemirovič-Dančenko storceva il muso all’idea che le parole avrebbero rischiato di essere poco chiare, interrotte. Al Teatro d’Arte furono suoni, vento, mormorii, campane, versi d’uccelli. Qui è stato invece un microfono che si ostinava a non funzionare e a tratti viveva di vita propria prendendo la parola. Surreale? Forse no, se Čechov nei suoi Quaderni scriveva «Nella pièce bisogna rappresentare la vita non quale essa è e non quale dovrebbe essere, ma così come appare nei sogni».

Doriana Legge

Primavera dei Teatri 2017, Castrovillari
IO NON SONO UN GABBIANO
ispirato a Il Gabbiano di A. Cechov
con Camilla Pistorello, Camilla Violante Scheller, Francesco Meola, Umberto Terruso, Dario Merlini, Dario Sansalone, Fabio Zulli, Daniele Crasti
assistente alla regia Noemi Radice
ideazione e regia Stefano Cordella

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Doriana Legge è docente di Storia del Teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di ricerca in Generi letterari presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi dell’Aquila. Dal 2013 fa parte del comitato di redazione della rivista di studi “Teatro e Storia” edita da Bulzoni. Collabora a voci enciclopediche per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. Scrive per la rubrica teatrale dell’“Indice dei libri del mese”. È anche musicista e compositrice per cinema e teatro, autrice di sonorizzazioni che portano a indagare le immagini pensando relative drammaturgie sonore. Da gennaio 2017 collabora con Teatro e Critica. Per consultare i suoi lavori e pubblicazioni più recenti: https://univaq.academia.edu/DorianaLegge