La cerimonia di De Summa, dove si salva Edipo

Oscar De Summa ha presentato in prima nazionale La cerimonia, nuova creazione prodotta dal Teatro Metastasio. Recensione.

foto Duccio Barbieri
foto Duccio Barbieri

Affonda il coltello nella vita Oscar De Summa, si prende la responsabilità di scavare nella normalità, quella presunta, tra le pieghe di un dolore quotidiano, ma respinto, combattutto.
La cerimonia, visto nella sala Fabbrichino del Teatro Metastasio di Prato, anche produttore, è un lavoro nel quale il teatro dell’attore e autore pugliese torna a specchiarsi negli occhi, nei corpi e nelle voci di altri interpreti senza però abbandonare quel tratto fortemente autoriale che distingueva la fortunata e recente Trilogia della provincia.
Edi (Edipo) è un’adolescente, guarda la vita scorrere, in una bolla che non è depressione, ma semplicemente una stasi nella quale non sembrano trovar posto neanche le necessità e i sentimenti dei genitori. La costruzione drammaturgica è un puzzle di scene accadute in un anno di vita: Edi (davvero sorprendente il lavoro della giovane interprete, Marina Occhionero) inerme guarda la propria famiglia dissolversi e si accorge, un attimo prima di cadere nel baratro, di essere destinata anch’essa alla dissoluzione se non tenta un ribaltamento. I due genitori, Vanessa Korn e Marco Manfredi (in una delle prime repliche risultavano ancora da rodare certi loro dialoghi, soprattutto quelli iniziali), sono arrivati al capolinea. Lui, Laio, comincia a frequentare un uomo, certo è un tradimento ma è anche una «rivoluzione del corpo», la moglie (Giò, che naturalmente sta per Giocasta) non comprende, non guarda oltre la ferita. In mezzo c’è Tiresia, uno zio sempre pronto a dare sfoggio di sapienza, interpretato dallo stesso autore e regista, il quale lo caratterizza come il tipico adulto che vorrebbe essere l’amico fraterno della nipote; è anche una sorta di motivatore questo Tiresia, sempre pronto a dare consigli attraverso il racconto di una storiella o di un passo della bibbia. Sprona a percorrere la strada buona, quella dell’impegno, nel tentativo di «lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato».

foto Duccio Barbieri
foto Duccio Barbieri

Spesso è presente nel teatro di De Summa il racconto della vita nel suo fluire attraverso una certa esaltazione epica in grado di evidenziare i passaggi cruciali: un’umanità che tocca il fondo e poi con un guizzo risorge come l’araba fenice, arricchita da tutto il male da cui è stata sfiorata o che ha procurato; basti pensare a Stasera sono in vena, vera e propria risalita dall’inferno.

Ne La cerimonia invece è solo il personaggio dello zio a essere portatore di quel discorso epico, è lui l’unico che può raccontarlo e infatti uno dei momenti migliori dello spettacolo è un monologo in cui tiene gli spettatori incollati alle immagini di un incidente automobilistico. Eppure neanche i consigli di Tiresia servono a svegliare Edi, finché qualcosa non accade. Non è un agente esterno, neanche una presa di coscienza, è qualcosa che la giovane racconta con queste parole: «vi faccio vedere quando le cose hanno iniziato a cambiare. Quando, dentro l’abitudine e l’indifferenza, si è creata una frattura, una crepa. E da lì ha iniziato a entrare luce». De Summa vuole raccontare il passaggio, la rinascita, nel modo più naturale e quotidiano possibile, come una ferita che cerca di rimarginarsi lentamente. Per farlo però utilizza un linguaggio drammaturgico e scenografico antinaturalistico, l’artista vincitore dell’ultimo Premio Rete Critica guarda proprio alla convenzione della tragedia greca. Il testo è continuamente in bilico tra l’esaltazione lirica – a volte a rischio di eccessiva enfasi probabilmente anche a causa della scelta di proiettarne dei passi sul fondale – e un andamento più quotidiano.

foto Duccio Barbieri
foto Duccio Barbieri

È doloroso come una spina che velocemente attraversa il fianco il momento in cui la madre (qui Vanessa Korn è semplice e immediata, credibile e commovente) racconta di quando Edi le ha confidato di voler abbandonare la scuola:
«È arrivata e si è appoggiata al mobile e ha detto: non vado più a scuola. Non l’ha chiesto. Non l’ha messo come ipotesi, come qualcosa che si può discutere, qualcosa da valutare. Semplicemente aveva già deciso. Non vado più a scuola. La questione era talmente definitiva che non sono riuscita a chiedere niente. Lei è rimasta lì un tempo. Appoggiata al mobile. Un migliaio di anni credo, un intero millennio a guardarci negli occhi mentre dentro di me un’ansia immobile mi paralizzava. Il suo volto invece un’acqua pulita, che diceva di una lotta, una guerra in prima linea, una ferita sul campo e poi già la sua cicatrice. Non vado più a scuola. E poi è andata verso la sua camera da letto. Fine della storia. Nient’altro da dire».

Lo spazio è una scatola squintata, senza via d’uscita – riempita dalle sonorità di Skunk Anansie, Green Day, Massive Attack, Metallica – nella quale l’articolazione dei corpi predilige la frontalità (verso il pubblico o verso la controparte) e una certa stasi. Un lungo tavolo è sistemato nei pressi del fondale, per gli attori è una sorta di fuori scena, ma soprattutto sarà il luogo della rinascita, qui si svolgerà la cerimonia di alta cucina preparata da Edi; seduta a quel tavolo la famiglia sperimenterà anche la possibilità della tragedia, quando un’ultima cena si trasformerà in un cinico scherzo al crepacuore.

Andrea Pocosgnich

Leggi anche la recensione de La sorella di Gesucristo, di Lucia Medri

al Fabbrichino fino al 9 aprile 2017, Prato

LA CERIMONIA
di Oscar De Summa
regia OSCAR DE SUMMA
con Oscar De Summa, Vanessa Korn,
Marco Manfredi, Marina Occhionero
scene e costumi Lorenzo Banci
luci Roberto Innocenti
produzione Teatro Metastasio di Prato

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