Kinkaleri, le avanguardie storiche raccontate ai ragazzi

Intervista a Massimo Conti, Marco Mazzoni e Gina Monaco, componenti di Kinkaleri. Parliamo di Hit Parade, un nuovo progetto dedicato alle nuove generazioni e alle avanguardie storiche

foto Kinkaleri
Foto Kinkaleri

Ha debuttato ieri al Teatro Fabbricone di Prato, nell’ambito della stagione MET Ragazzi, Hit Parade, la conferenza-spettacolo di Kinkaleri dedicata alla stagione delle avanguardie storiche. Abbiamo incontrato Massimo Conti, Marco Mazzoni e Gina Monaco presso lo Spazio K, sede della compagnia, per una conversazione sulla genesi di questo spettacolo e sulle modalità con cui Kinkaleri si è avvicinata al teatro ragazzi.

Come nasce Hit Parade?

Mazzoni: Hit Parade nasce nel 2011 da una commissione che abbiamo ricevuto da parte di Ferrara Arte. Quell’anno era in corso presso il Palazzo dei Diamanti una mostra dedicata agli anni folli, e Ferrara Arte ci chiese di creare uno spettacolo destinato ai ragazzi delle scuole medie che affrontasse il tema dei Balletti Russi e dei Balletti Svedesi. Riflettendo su quel periodo ci è sembrato interessante lavorare sulla forma della conferenza-spettacolo, nella quale far corrispondere un racconto di tutte quelle che sono le esperienze storiche a visioni di parti di performance di quel periodo, con lo scopo di individuare delle analogie su quella che diventerà poi, nel corso del tempo, l’arte della performance. È quel periodo ad avere aperto la strada a quelle che poi sono state le ricerche performative: a partire da Djagilev con il balletto, proseguendo con l’innovazione di Nižinskij, Picasso, Cocteau, fino ad arrivare ai Balletti Svedesi con i quali entrano in campo avanguardie ancora più drastiche rappresentate dai Dada.

Conti: La cosa di cui ci siamo appropriati, che ci riguardava anche a livello biografico, è questa idea che da quelle avanguardie emerga tutta quella dimensione dell’arte e del teatro contemporanei destinata poi a diventare esattamente il nostro rapporto con lo spettacolo. Ci è quasi sembrato doveroso affrontarla così, appropriarsi di una dimensione storica che grazie alle sue fratture ha portato a conseguenze di cui noi ci sentiamo di far parte. All’interno del panorama delle arti sceniche siamo sempre stati non collocabili, all’incrocio tra la danza, il teatro, le arti visive…

oto di Jacopo Jenna
Foto di Jacopo Jenna

Mazzoni: La dimensione estetica che abbiamo adottato in Hit Parade è la dimensione estetica di Kinkaleri: tutto sulla scena appare come se fosse da ricostruire a posteriori. Durante la performance compare il cavallo di Parade, rimettiamo in mostra quel segmento di coreografia, ma in qualche maniera decostruendo ulteriormente il costume di Picasso, svelandone l’interno. I due corpi che stanno dentro al costume in realtà ne assumono la forma, ma sono vestiti con abiti quotidiani. Lo spettatore rivede il cavallo di Parade ma solamente attraverso le due estremità: la testa e la coda. Queste evidenze estetiche le abbiamo inserite dentro a un discorso narrativo.

Monaco: È una conferenza-spettacolo perché al suo interno contiene una trasformazione, una simultaneità… La forma è quella della conferenza, all’interno della quale si racconta una storia con i riferimenti cronologici, ma a poco a poco questo racconto sprofonda in tantissimi immaginari spettacolari. In questo caso noi abbiamo assunto il senso di provocazione che avevano in quegli anni gli spettacoli. Hit Parade gioca attraverso questi piani: conferenza, spettacolo, citazioni, contemporaneità.

“Avanguardia” è un termine ambiguo: nel linguaggio colloquiale lo utilizziamo per indicare il nuovo, l’inconsueto, eppure qui facciamo riferimento a un’avanguardia già storicizzata. Cosa è rimasto ancora innovativo nelle avanguardie storiche?

Foto di Jacopo Jenna
Foto di Jacopo Jenna

Mazzoni: Spesso nelle forme non si è più nuovi, ma si continua a esserlo nei processi. Il processo è diventato il motivo per cui si riesce ad accettare operazioni che esteticamente possono già apparire datate, e che tuttavia riescono a determinare uno scarto nel momento in cui sono inserite in un contesto.

Conti: Una cosa che sapevamo già, e di cui lavorando a questo spettacolo abbiamo avuto conferma, è che quella storicizzazione è la dichiarazione di una rottura che non ha possibilità di risarcimento. Quelle avanguardie avevano già fatto tutto, in termini di dinamica con il pubblico e di sviluppo di determinate forme narrative. Questo non significa che non sia successo nulla da quegli anni: ma è stata tutta una deriva rispetto alle avanguardie. Dico “deriva” perché oggi siamo dentro a un vuoto storico, a una chiusura della storia, e a una sua riapertura. Ciò non significa che non si fa più arte, ma semplicemente che bisogna trovare ancora il modo per collocarla o ricollocarla, per inserire i miti in un nuovo racconto: e questo non spetta a noi. Ci ritroviamo in un oggi in cui ciò che consideriamo come nuovo è soltanto la relazione che il soggetto stabilisce con l’oggetto.

Monaco: In Hit Parade non facciamo altro che riportare un determinato momento storico alla contemporaneità. E questo è fatto in maniera molto elementare, semplicemente mostrando immagini assolutamente mainstream, di quelle che i ragazzi vedono quotidianamente… Effettivamente ti rendi conto di come la ballerina barbuta di Entr’acte, o la fotografia di Duchamp con la tonsura a forma di stella sono veramente personaggi contemporanei, è solo che i ragazzi oggi ne usufruiscono in maniera completamente diversa. Il segno rimane, ma la superficie è leggera.

Come vi siete avvicinati al teatro ragazzi? Quali caratteristiche ha il vostro processo creativo nella produzione di uno spettacolo destinato ai più giovani?

Foto di Jacopo Jenna
Foto di Jacopo Jenna

Monaco: Il primo spettacolo per ragazzi è stato Pinocchio, nel 2007. Non abbiamo mai deciso a tavolino di lavorare per un pubblico giovane: nel caso di Pinocchio, per esempio, la volontà era di lavorare sulla fiaba, su quella favola, e quindi alla fine lo spettacolo si è indirizzato in modo naturale rispetto a un certo tipo di pubblico.

Mazzoni: Pinocchio è l’esito di una riflessione sul personaggio di Collodi che negli anni ’90 aveva dato origine a 1.9cc GLX: un lavoro estremamente aperto e visionario, tutto giocato sull’idea della frammentazione dello sguardo. Era un lavoro che partiva da Pinocchio e di cui abbiamo mantenuto l’elemento scenografico della casetta gialla.

Monaco: Non solo gli elementi scenici di Pinocchio erano gli stessi di 1.9cc GLX, ma in entrambi la favola era indagata nello stesso modo: in scena rimanevano i due danzatori, a interpretare i personaggi che incontra Pinocchio nella storia, proprio in assenza del protagonista. Pinocchio era trasportato in platea: a un certo punto si faceva indossare un cappello a un bambino, uno spettatore… Molto concettuale: però con i bambini il concettuale funziona.

Mazzoni: Lavorare sul teatro ragazzi ci ha concesso di ridefinire un modo di fare spettacolo: con gli spettacoli per ragazzi è riaffiorato il testo, l’idea del libretto, la narrazione e la linearità di uno spettacolo. Con Nessun dorma, ad esempio, dentro a una cornice narrativa abbiamo rimesso in campo una serie di segni che elaboravamo da anni; non erano più i segni astratti di cui ci eravamo appropriati e con cui avevamo sempre evocato suggestioni, bensì diventavano funzionali a una narrazione e quindi molto più accessibili.

Conti: L’accessibilità è stata una scoperta: all’inizio è stata una scommessa pensare a un’opera lirica per bambini. Poi, al debutto di Nessun dorma, vedere questi bambini che si emozionavano, che impazzivano ad ascoltare questa cantante… Abbiamo capito che ciò che avevamo tentato di rimettere in moto era la dimensione emotiva dell’opera, trasportandola a un pubblico di  bambini senza per questo banalizzarla o rimpicciolirla.

Foto di Jacopo Jenna
Foto di Jacopo Jenna

Monaco: La decisione è stata esattamente questa: affrontare l’opera, qualcosa che ha un corpo così denso e restituirlo invece scarnificato. Ci piaceva l’idea di mettere in relazione questi due estremi, il mantenere la grandezza nella semplicità, il trasferire l’epica nel bambino. Poi siamo passati da Nessun dorma alla tragedia di Butterfly, e ciò ha originato nuovi interrogativi. Turandot è stata scelta proprio perché è una fiaba, una favola con lieto fine, ma visto che ci incuriosiva continuare a lavorare sull’opera, abbiamo scelto di affrontare il tragico, e una seconda scommessa è stata quella rappresentata dalla struttura del racconto. Il secondo tempo della Butterfly non racconta niente, racconta un’attesa: una sfida enorme. È vero che in Nessun dorma e Butterfly, a differenza di Pinocchio, abbiamo lasciato il corpo drammaturgico abbastanza intatto: il racconto compare, c’è un’evoluzione dei fatti. Nel caso dei due spettacoli tratti da opere liriche, il trattamento di Kinkaleri è più estetico: l’assoluta smaterializzazione della scena, la costruzione indiretta…

Negli ultimi anni operatori, critici e artisti stanno dimostrando un’attenzione crescente al teatro ragazzi. Quali sono, secondo voi, le motivazioni di questa rinnovata centralità di un genere? 

Monaco: Il teatro ragazzi è un ambito particolare, all’interno del quale si accavallano anche strane esigenze… Qualcuno ci ha detto che alla fine si produce teatro ragazzi perché c’è pubblico: nella situazione odierna di poca produzione, di poca possibilità di distribuzione, sicuramente il teatro ragazzi rimane uno degli ambiti ancora minimamente attivi. Molto spesso questo fatto è stato un motore per le compagnie, che hanno cercato strade di connessione tra il proprio lavoro e il mercato. Ma lasciando stare questo aspetto ‑ che comunque non va rinnegato ‑ è sicuramente forte l’esigenza di ripartire dalla formazione, in modo ancora più urgente adesso; dall’altro lato, il teatro ragazzi è un ambito che ti permette uno scarto grammaticale, ti consente di procedere verso una scarnificazione all’interno di una storia.

Mazzoni: Oggi succede che il pubblico viene a vedere Butterfly e si meraviglia di trovarsi di fronte a uno spettacolo estremamente compito, adulto. Vedono un lavoro coinvolgente a tanti livelli, attorialmente, scenicamente, a livello di concezione dello spettacolo… E ciò determina uno scarto, perché non si tratta più di una semplificazione veloce. È un approccio che ha fatto la differenza: le compagnie di ricerca non hanno lavorato nel teatro ragazzi creando spettacoli semplificati, sono sempre state creazioni con la complessità delle produzioni per adulti, ma con un occhio rivolto ai bambini.

Monaco: Da parte del mondo della scuola c’è inoltre una richiesta crescente di forme di esperienza fisica, in risposta ai fenomeni sempre più invadenti dei social. Gli insegnanti chiedono forme partecipative, fisicità, esperienze dove il copro sia rimesso in primo piano, nella sua unicità e non riproducibilità. Hit Parade nasce proprio come richiesta didattica: ed è un’operazione fortemente innovativa quella di chiedere a un’artista di costruire un percorso che affianchi una mostra. È un altro percorso d’arte che diventa percorso didattico; non è secondario questo passaggio: mentre prima c’era un mediatore, ora sempre di più viene chiesto all’artista di compiere un atto creativo per mediare altre forme.

Alessandro Iachino

dal 4 al 7 aprile 2017, Teatro Fabbricone, Prato

HIT PARADE

progetto e realizzazione Kinkaleri

con Duccio Brinati, Marco Mazzoni

documentazione e consulenza storica Duccio Brinati

produzione FerraraArte, Kinkaleri

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Alessandro Iachino dopo la maturità scientifica si laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 2007 lavora stabilmente per fondazioni lirico-sinfoniche e centri di produzione teatrale, occupandosi di promozione e comunicazione. Nel novembre 2014 partecipa al workshop di visione e scrittura critica TeatroeCriticaLAB tenuto da Simone Nebbia e Andrea Pocosgnich nell’ambito della IX edizione di ZOOM Festival, al termine del quale inizia la sua collaborazione con Teatro e Critica. Ha partecipato inoltre al laboratorio Social Media Strategies for Drama Review, diretto da Andrea Porcheddu e Anna Pérez Pagès per Biennale College ‑ Teatro 2015, e ha collaborato con Roberta Ferraresi alla conduzione del workshop di critica della Biennale College ‑ Teatro 2017. È stato membro della commissione di esperti del progetto (In)Generazione promosso da Fondazione Fabbrica Europa, ed è tutor del progetto Casateatro a cura di Murmuris e Unicoop Firenze.