Padroni del nostro destino. Il Giulio Cesare di Àlex Rigola

Al Teatro alla Corte di Genova, Giulio Cesare adattato e diretto da Àlex Rigola, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto con un cast italiano. Recensione

foto di Serena Pea
foto di Serena Pea

Una parete-schermo occupa il fondale del palcoscenico, mentre due aste con microfoni sono poste ai due estremi opposti del proscenio. Questa è l’essenziale scenografia della prima parte di Giulio Cesare di William Shakespeare con la regia di Àlex Rigola, direttore uscente di Biennale Teatro e prossimo direttore (dal 2017 al 2021) del Teatros del Canal di Madrid insieme a Natalia Álvarez Simó.

Gli attori si muovono insieme davanti allo schermo, sul quale passa una sequenza di video in cui appaiono i potenti del mondo: tiranni, despoti, sedicenti leader democratici e politici famosi, i loro volti evocano immediatamente una dimensione oppressiva, falsificata e in qualche modo artefatta della realtà. Queste figure del potere, che vediamo scorrere una dopo l’altra, sono i tratti somatici in cui si annida la globale perdita di identità e di padronanza di sé che l’umanità subisce.

Nel suo Giulio Cesare Àlex Rigola sembra voler indagare quell’esatto momento in cui l’uomo è – ancora – padrone del proprio destino. I microfoni in proscenio sono come confessionali in cui la voce si carica, amplificandosi, di un’interiorità più potente e intima, allo stesso tempo, ma è nei corpi danzanti e privi di voce che, in diversi momenti dello spettacolo, vengono catturati come dentro una rete tutti i significati di questo magnifico testo shakespeariano del 1599 sul fascino e sui pericoli del potere.

foto di Serena Pea
foto di Serena Pea

Tra i personaggi che si muovono attorno a Cesare –interpretato con eleganza, pulizia e struggente profondità da Maria Grazia Mandruzzato – come un fluido impalpabile si percepisce uno stato di alienazione che da latente si fa via via più incarnato, dalla congiura fino alla sconfitta di Filippi passando per il delitto. I costumi, bestiali tute di peluche dal carattere straniante con tanto di enormi zampe al posto dei piedi, ci mostrano corpi-maschera da Minotauro: metà uomo, la parte superiore in blusa bianca attraversata da severe bretelle nere, e metà animale; e poco importa se si tratti dell’animale vero o d’una sua grottesca rappresentazione.

L’opinione che Roma ha del nome di Cesare viene minata nel suo esserci da Bruto e dalla sua compagine con astuta minuzia e con una fervida, contorta devozione. Mentre il delitto viene architettato, un corpo danza fluttuante sopra il limite superiore del fondale-schermo: i suoi movimenti sono decostruzione di uno stare scomodo – in senso lato – dell’intera persona, attraversata da scosse telluriche e improvvise tensioni degli arti inferiori e superiori. Si tratta di un inno all’azione, una chiamata alle armi dai toni oscuri.

foto di Serena Pea
foto di Serena Pea

A spostare l’asse cromatico dal bianco e nero della scena, oltre al video, è la presenza, di rosso vestita, dell’attrice che impersona il ruolo di Porzia, uno dei personaggi più finemente costruiti nella messinscena di Rigola. Ella si rivolge al marito Bruto ripresa in diretta da una videocamera a bordo palco che fa apparire in primo piano il suo viso nello schermo alle sue spalle. Così un principio cinematografico fa capolino nel teatro shakespeariano con fare deciso e godibile, non fuorviante.

La scena del delitto di Cesare è una sequenza video rapidissima ma non indolore di operazioni chirurgiche, sangue e bisturi all’opera. Da questo momento in poi Cesare apparirà – sullo schermo – immobile e dotato di un unico movimento a lenta intermittenza delle palpebre. Questo fremito è segno di uno sguardo, il suo, che non abbandona né la messa in scena né il testo di Shakespeare fino alla fine quando, nella seconda parte, il suo corpo attraverserà la scena da parte a parte eseguendo dei lenti movimenti che sembrano ispirati al Tai Chi; silenziosamente, Cesare sembrerà meditare danzando, ancora potente nonostante la morte, durante la battaglia di Filippi.

foto di Serena Pea
foto di Serena Pea

Nella scena dei funerali di Cesare, le luci di platea s’accendono trasformando la sala in un foro romano. Gli attori circondano il perimetro della platea dove gli spettatori sono seduti ai propri posti quando – prima Bruto e poi Marco Antonio – prendono la parola. Viene in mente, assistendo a questo espediente partecipativo che forse rappresenta il momento meno interessante dello spettacolo, la versione di Un nemico del popolo del regista tedesco Thomas Ostermeier che proprio Rigola programmò alla Biennale Teatro del 2013.

All’inizio dell’intervallo la scritta WAR campeggia nero su bianco sul fondale. I tecnici di palcoscenico trasformano a sipario aperto la scena, approntando un proscenio con dieci microfoni in fila orizzontale e una sottile struttura bianca a forma di parallelepipedo contenente una sorta di fossa comune, un cumulo enorme di grandi ossa. La seconda parte – breve, adrenalinica e offerta quasi in forma semiscenica, con gli attori schierati in proscenio a scambiarsi la battute del testo – agisce più come approfondimento e permette al regista di spostare il cuore dell’azione e la sua forza dal testo al corpo degli artisti in scena.

foto di Serena Pea
foto di Serena Pea

La battaglia di Filippi è una concitatissima sequenza di corse, entrate, uscite, parole e grida volte a spostare le ossa – quasi una a una – fuori dalla scena: a sorpresa dal disgregarsi del cumulo emerge, enorme e dolorosa come un pugno nello stomaco, una scultura stilizzata del piccolo Alan, il bambino curdo annegato nel Mediterraneo e fotografato esanime riverso su una spiaggia, vera e propria icona della cronaca delle migrazioni umane di questi anni. Dietro la schiera delle voci amplificate di tutti gli altri personaggi al microfono, Porzia – ancora in rosso e a gambe nude – scrive una danza di linee che contrasta l’affanno della parola e si staglia come una sorta di “memento corporis” al quale fa eco, poco dopo, un’ultima danza di grande energia che accompagna tutta la rapidissima discesa verso il finale di questo spettacolo che ottimamente rende omaggio a Shakespeare nella misura in cui dimostra come il tempo del potere sia, di fatto, una variabile relativa.

Gaia Clotilde Chernetich

Teatro alla Corte, Genova – marzo 2017

GIULIO CESARE
di William Shakespeare
adattamento e regia Àlex Rigola
interpreti Michele Riondino, Maria Grazia Mandruzzato, Stefano Scandaletti, Michele Maccagno, Margherita Mannino, Francesco Wolf, Eleonora Panizzo, Pietro Quadrino, Riccardo Gamba, Raquel Gualtero, Beatrice Fedi, Andrea Fagarazzi
versione italiana Sergio Perosa
spazio scenico Max Glaenzel
spazio sonoro Nao Albet
costumi Silvia Delagneau
illuminazione Carlos Marquerie
produzione Teatro Stabile del Veneto

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Gaia Clotilde Chernetich
Gaia Clotilde Chernetich ha ottenuto un dottorato di ricerca europeo presso l’Università di Parma e presso l’Université Côte d’Azur con una tesi sul funzionamento della memoria nella danza contemporanea realizzata grazie alla collaborazione con la Pina Bausch Foundation. Si è laureata in Semiotica delle Arti al corso di laurea in Comunicazione Interculturale e Multimediale dell'Università degli Studi di Pavia prima di proseguire gli studi in Francia. A Parigi ha studiato Teorie e Pratiche del Linguaggio e delle Arti presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e Studi Teatrali presso l'Université Paris3 - La Sorbonne Nouvelle e l'Ecole Normale Supérieure. I suoi studi vertono sulle metodologie della ricerca storica nelle arti, sull’epistemologia e sull'estetica della danza e sulla trasmissione e sul funzionamento della memoria. Oltre a dedicarsi allo studio, lavora come dramaturg di danza e collabora a progetti di formazione e divulgazione delle arti sceniche e della performance con fondazioni, teatri e festival nazionali e internazionali. Dal 2015 fa parte della Springback Academy del network europeo Aerowaves Europe, mentre ha iniziato a collaborare con Teatro e Critica nel 2013.

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