Vinicio Marchioni. Di morte o del consumo?

L’eternità dolcissima di Renato Cane di Valentina Diana diretto da Vinicio Marchioni in scena al Teatro Brancaccino di Roma. Recensione

Foto ufficio stampa
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Un’intensa pioggia batte sui tetti del Brancaccino, mentre un uomo a terra, supino, scomposto, ci dice che sta per morire. Testo scritto da Valentina Diana e portato in scena da Vinicio Marchioni, L’eternità dolcissima di Renato Cane, è un unico soffio di parole leggere, quasi fosse l’alito di vita che sta per scivolare via. Monologo costruito all’insegna della leggerezza, la stessa a imporre il ritmo frenetico del nostro mondo consumistico che ci costringe, nella frettolosità liquida, a un atteggiamento superficiale, a buttare tutto via: una parola sul tempo, l’altra sulla morte. What a wonderful world, sentiamo; una canzone “dolcissima”, che sentiremo ogni qual volta il protagonista prenderà tempo dalla coscienza della propria tragedia ingollando la panacea di tutti i mali, quelle stesse pillole che vende in qualità di rappresentante di medicinali.

Foto Uffcio Stampa
Foto Uffcio Stampa

Renato Cane non ama il proprio lavoro, ma continua a esser bravo a farlo, a essere parte di quel circolo vizioso in cui più compri, più vuoi. Un circolo pericolosamente eterno, all’interno del quale bisogna soppesare la propria posizione e mantenerla. Guai a rompere il sistema, guai a scoprire di esser malato terminale e di non poter più soddisfare i bisogni della famiglia, del proprio lavoro. Da un vertice all’altro, se non sei più tra coloro che vendono puoi sempre essere uno che compra: che cosa, essendo in fin di vita, se non una carissima – dolcissima? – eternità presso una magniloquente agenzia di pompe funebri? E che succede se pure questa promessa d’acquisto – l’ultima, la più costosa e per la quale vale la pena spendere tutto – viene disattesa?

Su questo si interroga il personaggio interpretato da Marco Vergani, quasi una sorta di primo Fantozzi, meno goffo ma con quella stessa sorda accettazione al malessere quotidiano. Ce ne racconterà apertamente, senza affettazione, completo indosso e valigetta in mano e pochissimo altro che serva, quando già nel racconto moglie e figlio sono poco più che ombre e in scena resi attraverso non simboli ma simulacri di consumo, un vestito e la joypad di una Playstation sul fondo. Che cosa si salva in tutto questo? Forse nulla: non la famiglia, che presto lo abbandonerà, «solo come un Cane»; non la finta amicizia, in cui si può giocare a tennis finché si parla di affari; nemmeno l’arte, quelle “pitture schiacciate” scambiate di straforo con una bambina, sul treno e poi per lettera. Perché finché rientrano nel brand va tutto bene, diventa quello lo sfogo, lo scopo che fa superare il piano concreto, ma, una volta che si esce fuori dal consueto, sembrano dirci, una volta che la farfalla diventa drago, non va più bene.

La domanda che sembra porci questo testo semplice, asciutto e al contempo efficace, inserito all’interno della 2° edizione della rassegna Spazio del Racconto, non è quella che il Nano delle pompe funebri rivolge a Renato: il punto non è se «vivere sia meglio che morire», questo è ciò che serve per comprare; il punto è che facciamo noi, se guariamo e usciamo fuori dal cerchio?

Viviana Raciti

Visto al Teatro Brancaccino novembre 2016

L’ETERNITÀ DOLCISSIMA DI RENATO CANE
di Valentina Diana
regia Vinicio Marchioni
con Marco Vergani
produzione Khora Teatro

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