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Beautiful Stranger. A Bolzano Danza è in scena la danza, una e indivisibile

A Bolzano Danza la vocazione multiculturale e i diversi formati di fruizione. Abbiamo visto i lavori di Claudia Catarzi, Eric Gauthier, Heddy Maleem,Mehdi Meddaci e Rachid Ouramdane

 Rachid Ouramdane e Mehdi Meddaci al Museion. Foto Ufficio Stampa

Rachid Ouramdane e Mehdi Meddaci al Museion. Foto Ufficio Stampa

Beautiful Stranger. È questo il titolo che ha guidato l’edizione appena conclusa del festival Bolzano Danza. Con più di venti spettacoli in programma e numerosi eventi disseminati in giro per il capoluogo trentino, il festival anima una città-scrigno che, racchiusa tra alte montagne e confinante con paesaggi da cartolina, si apre alla danza confermando di anno in anno la sua vocazione transalpina e multiculturale. Il festival, la cui direzione artistica è affidata a Emanuele Masi, permette di fare esperienza di diversi formati di fruizione della danza che avvicinano un pubblico nutrito e affiatato sera dopo sera.

L’identità multiculturale di Bolzano Danza/Tanzbozen si ritrova anche nelle scelte di programmazione dove all’arte dei corpi è assegnata la possibilità di esplorare il concetto di “identità” – tra l’altro, parola chiave della manifestazione di quest’anno – trasferendolo dal piano individuale a quello collettivo. Con tante diverse nazionalità rappresentate e proposte che vanno dalla danza di ricerca al balletto contemporaneo, il festival sembra farsi forte di un approccio privo di categorizzazioni capace di affermare come la danza, così come l’identità, siano di fatto concetti di natura collettiva. E proprio laddove tutto viene rigorosamente spartito in due sistemi linguistici paralleli, la danza promuove un’unità che – almeno durante il tempo delle rappresentazioni – è in grado di avverarsi arricchendo visioni e esperienze spettatoriali diverse tra loro.

Rachid Ouramdane e Mehdi Meddaci al Museion. Foto Ufficio Stampa
Rachid Ouramdane e Mehdi Meddaci al Museion. Foto Ufficio Stampa

Nel Teatro Studio del Teatro Comunale, la performance di Claudia Catarzi40000 centrimetri quadrati – è l’esplorazione di un corpo, malleabile come cera calda, in grado di mettersi alla prova con le ristrettezze impartite da un palco-pedana che la danza cerca di trasformare in opportunità. Potrebbe essere un micromondo geometricamente costringente dal quale si espandono ipotesi che, a partire dal corpo, tornano al corpo dopo averne esplorato le possibili declinazioni ritmiche e di movimento. Questa proposta sapiente sembra indagare un concetto molto attuale quale è quello della resilienza. Il corpo della danzatrice si adatta alle condizioni spaziali imposte per approfondirne i limiti con la speranza, mai svanita, di trovarvi infine nuove opportunità coreografiche.

NIJINSKI. Foto Regina Brocke
Nijinski. Foto Regina Brocke

 A seguire, nella stessa serata abbiamo assistito alla prima italiana di Nijinski, ultima creazione del coreografo Marco Goecke per la compagnia Gauthier Dance. Fondato nel 2007 dal coreografo e musicista Eric Gauthier, l’ensemble è residente al Thaterhaus Stuttgart e ha all’attivo numerose e ambiziose collaborazioni di alto livello. Gli ottanta minuti di Nijinski sono un tributo visionario, e proprio per questo estremamente leggibile, alla vita del dio della danza russo. Il balletto si compone di undici scene che, sfilando una dopo l’altra, narrano la vita del danzatore-feticcio di Serge Diaghilev. Impersonato dal danzatore italiano émigré Rosario Guerra, Nijinski avanza nella narrazione della sua vita sfiorando l’aria intorno a sé ora con foga, ora con delicatezza, trovando sempre una fisicità sensibile che unisce le dimensioni dei micro e dei macro movimenti del corpo in un intento narrativo. La compagnia, dal canto suo, sostiene il lavoro del tedesco Marco Goecke con precisione millimetrica e generosità di energie. A tratti, i corpi animati da micromovimenti frammentatissimi trasformano le loro sembianze umane come attraverso continue metamorfosi. C’è una precisione quasi entomologica nel movimento di questi bravi danzatori che perpetuano l’eco trasformativo del protagonista senza mai mettere da parte una grande chiarezza stilistica.

Il giorno seguente, il festival si è spostato presso il Museion – Museo d’arte moderna e contemporanea della città. Sulle splendide ampie vetrate della facciata, le proiezioni video di Mehdi Meddaci accompagnano l’installazione coreografica di Rachid Ouramdane – coreografo alla direzione del CCN di Grenoble – il quale, dal canto suo, esplora attraverso reiterate rotazioni di donne avvolte in abiti tradizionali, la circonvoluta dimensione del femminile nella cultura algerina.

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Nigra sum, Pulchra. Foto Ufficio Stampa

Il giorno dopo, la compagnia del coreografo algerino Heddy Maleem ha presentato una serata composta da due coreografie. Nella prima, Nigra sum, Pulchra es la danzatrice Anne-Marie Van costruisce un crescendo potente d’aspettative coreografiche che, purtroppo, non trovano un vero e proprio compimento nello scorrere della bella performance. Anche la seconda coreografia, Toujours sur cette mer sauvage, non si è contraddistinta se non per l’altissima qualità dei danzatori e per la bellezza dei loro corpi. È mancato, purtroppo, quel quid che avrebbe permesso alla tecnica e all’aspetto visivo dello spettacolo di superarsi. Nel suo trentesimo anno di attività, il coreografo ci propone un lavoro esteticamente e tecnicamente rispettabilissimo, ma che non lascia intravedere né la vera fine di un percorso, né l’inizio di un nuovo cammino.

Nell’ultima serata del festival, infine, ha debuttato lo spettacolo Catania, Catania del coeografo siciliano Emilio Calcagno, ex danzatore del Ballet Preljocaj attivo in Francia dalla metà degli anni Ottanta. A questo debutto, di cui Bolzano Danza è co-produttore, abbiamo deciso di dedicare uno spazio a parte, non tanto per onorarne la grazia compositiva, ma per tentare di approfondire uno sguardo su una creazione che, solamente con la sua storia produttiva, potrebbe immediatamente entrare nella nostra nazionale “storia della danza”.

Gaia Clotilde Chernetich

Bolzano Danza/Tanzbozen, Agosto 2016

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Gaia Clotilde Chernetich
Gaia Clotilde Chernetich
Gaia Clotilde Chernetich ha ottenuto un dottorato di ricerca europeo presso l’Università di Parma e presso l’Université Côte d’Azur con una tesi sul funzionamento della memoria nella danza contemporanea realizzata grazie alla collaborazione con la Pina Bausch Foundation. Si è laureata in Semiotica delle Arti al corso di laurea in Comunicazione Interculturale e Multimediale dell'Università degli Studi di Pavia prima di proseguire gli studi in Francia. A Parigi ha studiato Teorie e Pratiche del Linguaggio e delle Arti presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e Studi Teatrali presso l'Université Paris3 - La Sorbonne Nouvelle e l'Ecole Normale Supérieure. I suoi studi vertono sulle metodologie della ricerca storica nelle arti, sull’epistemologia e sull'estetica della danza e sulla trasmissione e sul funzionamento della memoria. Oltre a dedicarsi allo studio, lavora come dramaturg di danza e collabora a progetti di formazione e divulgazione delle arti sceniche e della performance con fondazioni, teatri e festival nazionali e internazionali. Dal 2015 fa parte della Springback Academy del network europeo Aerowaves Europe, mentre ha iniziato a collaborare con Teatro e Critica nel 2013.

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