Uomo cammina con me. DOM – e lo spazio che si fa luogo

Il gruppo DOM-, condotto da Leonardo Delogu e Valerio Sirna, realizza un progetto speciale per Santarcangelo Festival 16, portando lo spettacolo itinerante L’uomo che cammina. Recensione.

foto Diane - Ilaria Scarpa - Luca Telleschi
foto Diane – Ilaria Scarpa – Luca Telleschi

«segui l’uomo che cammina / accorda il tuo passo al suo / mantieni una certa distanza / affonda nel paesaggio che attraversi»

Di fronte a un manifesto di Santarcangelo 16, alla Stazione di Rimini si raccoglie un piccolo gruppo di spettatori, accompagnato poi a sedersi di fronte a una casa. Si apre una serranda, una mano lucida i vetri, nella stanza attigua un uomo dai lunghi capelli grigi (Maurizio Lupinelli) guarda la televisione a torso nudo, poi infila una camicia e si prepara a uscire per una passeggiata. Un percorso di dodici chilometri lo porterà dentro e fuori la città, tra tortuose e ombrose zone residenziali, tratti di statale, scivolose scarpate che finiscono nel fiume, campi, darsene, cantieri navali, il litorale ricoperto di ombrelloni e bagnanti, un mattatoio dismesso, una fabbrica abbandonata.
Gli spettatori lo seguono accordando il proprio passo al suo, che ora rallenta in un pigro passeggio, ora riprende in un hiking ritmato come una mistica caccia al tesoro. Il volto dell’uomo non lo vedi mai, ne segui le spalle che tirano su i respiri, il cappello che si volta a controllare il paesaggio, lo osservi mentre lancia qualche cenno ai passanti, mentre viene circondato da un nugolo di bambini danzanti o quasi investito da un’auto che fa retromarcia e lo invita a salire, lo vedi incontrare persone che gli confidano chissà che. Ma lui prosegue. Sempre prosegue.

foto Diane - Ilaria Scarpa - Luca Telleschi
foto Diane – Ilaria Scarpa – Luca Telleschi

Il gruppo DOM- si forma nel 2014 dal sodalizio tra i performer/ricercatori Leonardo Delogu e Valerio Sirna; attorno ai due si stringono presto anche la danzatrice Hélène Gautier e l’architetto Maël Veisse, a condurre un’indagine «tra uomo e paesaggio». Ne L’uomo che cammina, che prende il titolo dalla graphic novel manga di Jiro Taniguchi, il paesaggio è quello urbano ed extraurbano, l’atmosfera cambia con il voltare degli angoli, con l’aprirsi del cielo estivo, con il chiudersi delle fronde nel fitto della verzura, con l’attacco massivo degli insetti, con il contrappunto delle rane e il richiamo di uccelli invisibili.
Raramente la parola “site-specific”, molto popolare in certi progetti performativi, assume un significato così puro e necessario. Il paesaggio diviene dunque il terreno su cui si “cammina” una drammaturgia degli istanti. Nell’idea semplice e geniale di questo lavoro, lo spazio si fa luogo di fronte (e grazie) alla presenza dello spettatore, che si trasforma in una cellula d’azione silenziosa, al contempo responsabile e vittima di un climax che c’è, ma che scarta sempre di lato, che è sempre un passo avanti, mostrando appunto solo la schiena. Esiste una distanza di rispetto che governa ogni sensibilità: quella lasciata all’Uomo che cammina pare simboleggiare quella che sempre lasci tra te e le esperienze casuali che attraversi e che, senza che tu riesca a capire come e perché, ti commuovono, ti irritano, ti riempiono di malinconia, ti fanno sorridere.

foto Diane - Ilaria Scarpa - Luca Telleschi
foto Diane – Ilaria Scarpa – Luca Telleschi

Forte e chiaro giunge poi il ragionamento sul concetto di rallentamento del tempo. L’atto del camminare introduce la percezione del dettaglio, da quello inanimato delle frange d’erba tra una mattonella e l’altra a quello animato degli sguardi e dei piccoli commenti dei passanti. Finché, complice la dismisura della durata (quasi quattro ore), il piano della realtà si slabbra nel suo doppio speculare, quello della rappresentazione: i margini delle due superfici si sfiorano con una tale incontrollata fluidità che l’attenzione dello spettatore non può che lasciarsi andare allo straniamento. Attraversi la spiaggia romagnola una domenica di luglio, posi lo sguardo sui castelli di sabbia e sui bambini che litigano per il possesso della torre nord, sulle mamme in piedi con l’acqua alle cosce a controllare i figli che si lanciano un frisbee, sui papà che fanno scivolare le dita sugli smartphone; i frammenti di conversazione che ascolti sembrano messi lì apposta, scritti e d’improvviso potrebbero essere tutte comparse in un “über-spettacolo” delle piccole cose. Segnali uditivi accompagnano il tragitto, da un brano di Venditti o uno standard jazz o uno stornello russo che risuonano nei bar, dalle case ma anche in mezzo ai canneti, a un complice che transita in bicicletta con una cassa stereo caricata sopra la ruota posteriore.

foto Diane - Ilaria Scarpa - Luca Telleschi
foto Diane – Ilaria Scarpa – Luca Telleschi

La millimetrica cura del percorso (scandito in prologo, tre capitoli ed epilogo associati ad altrettanti versi della Divina Commedia) si sposa con una sapiente costruzione delle immagini, quadri momentanei di fronte ai quali è vietato fermarsi, proprio perché la legge del caso è qui sottoposta alla forzatura dell’andare. Rileggendo l’esperienza del movimento non come un mezzo ma come un fine, prende forma un’estetica esperienziale in cui la presenza dello spettatore – con il caldo che via via diminuisce, il formicolio ai polpacci, quel dolorino al piede destro – diviene il centro stesso della performance, in grado di ribaltare su una dimensione esterna quello che invece è un racconto totalmente interno, intimo, impossibile da verbalizzare. Abituati come siamo al posizionamento dello sguardo in una scatola visiva, l’attraversamento sconfigge la supremazia dell’occhio e il materiale drammaturgico diventa un processo poetico in continua ricostruzione, annullando l’idea di un senso univoco.
Scrive Gaston Bachelard nella sua fenomenologia dell’immagine poetica: «Attraverso il linguaggio poetico onde di novità corrono sulla superficie dell’essere: il linguaggio porta in sé la dialettica dell’aperto e del chiuso. Con il senso si chiude, con l’espressione poetica si apre».

Sergio Lo Gatto

Santarcangelo Festival Internazionale del Teatro in Piazza 2016, Rimini (itinerante) – luglio 2016

L’UOMO CHE CAMMINA
Progetto speciale per Santarcangelo 16
un progetto di DOM-
drammaturgia degli spazi Leonardo Delogu, Valerio Sirna, Hélène Gautier, Maël Veisse
regia Leonardo Delogu, Valerio Sirna
con Maurizio Lupinelli e Leonardo Delogu, Valerio Sirna, Maël Veisse, Hélène GautierGiulia Mereghetti
organizzazione Giulia Mereghetti
produzione Terni Festival/Teatro Stabile dell’Umbria
liberamente ispirato all’omonimo fumetto di Jiro Taniguchi- L’uomo che cammina

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.