Tijuana: un attore in incognito sulle tracce della democrazia perduta

Tijuana_La democrazia in Messico, di Lagartijas tiradas al sol, diretto e interpretato da Gabino Rodríguez, visto a Inteatro Festival. Recensione

foto Manuel G. Vicente
foto Manuel G. Vicente

Per quale motivo un ragazzo di 32 anni della classe media messicana, con alle spalle anche qualche “pelicula”, dovrebbe mettersi in gioco fino a varcare quel confine che sempre ci tiene tutti ben lontani dal pericolo?

Gabino Rodríguez è piccolo di statura e magro, ha il viso allungato e irregolare che ricorda Totò. Alla fine del suo Tijuana_La democrazia in Messico – che ad Ancona per Inteatro Festival ha trovato alcune delle sue primissime repliche – lo incontro per un paio di chiacchiere di fronte al porto. Ha occhi vispi e una grande determinazione, tanto che quando gli chiedo quale sia la gittata progettuale di questa indagine sul teatro documentario mi risponde che con il suo gruppo, Lagartijas tiradas al sol, ha intenzione di creare un ciclo di 32 lavori teatrali. Glielo richiedo ancora un paio di volte sia in spagnolo che in inglese. Mi guarda e sorride: «Non importa se ci impiegherò 7 anni, non ho fretta». Il giovane regista e interprete è ottimista, ma non siede sugli allori, qui nel festival diretto da Velia Papa è già al lavoro per un altro capitolo del percorso.

foto Manuel G. Vicente
foto Manuel G. Vicente

Mi capitò di provare emozioni simili con un altro esempio di teatro documentario, Bodenprobe Kasakhstan di Rimini Protokoll, visto qualche anno fa alla Biennale di Venezia. In quel caso si parlava di flussi migratori e la compagnia fondata da Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel aveva a disposizione un armamentario tecnico di primissimo livello. Il gruppo di Città del Messico invece si presenta al pubblico della piccola Sala Melpòmene del Teatro delle Muse con un semplice fondale in cui Tijuana appare disegnata con colori pastello bidimensionali, spaccata a metà da una grande diga. A sinistra uno schermo per la proiezione, a destra decine di bottiglie di birra, dei mattoni e qualche pianta. Rodríguez è in scena con parrucca, baffi finti, pantaloni e camicia di jeans, si cambierà poi mantenendo uno stile povero.
È qui che il gioco si fa serio, il progetto de Lasgartijas ribalta i postulati: la finzione è l’origine, è lo strumento con il quale Gabino entra in contatto con uno degli strati più bassi della popolazione. Cambia identità, si fa chiamare Santiago Ramirez e per cinque mesi sopravvive da operaio in un sobborgo di Tijuana, ma il precipitato di questo ribaltamento è una verità scenica in grado di lasciare in secondo piano qualsiasi formalismo e di mettere in difficoltà le coscienze degli spettatori.

foto Manuel G. Vicente
foto Manuel G. Vicente

Rodríguez quando parte per Tijuana lo fa con un nome inventato, una storia alle spalle di cui poter creare particolari dal nulla, pochi effetti personali tra i quali qualche prodotto per l’igiene (particolari costosissimi per i lavoratori a salario minimo), ma soprattutto un diario da riempire attorno a una domanda: «Che cosa significa democrazia in Messico se 50 milioni di persone vivono con il salario minimo?».

Gabino mette subito in chiaro le cose: non vuole affidarsi senza cautela alla memoria, ha paura che questa crei una realtà romanzata, così ogni sera nella sua piccola camera, presa in affitto da una famiglia locale con cui vive, annota tutto in un diario dove schizza anche elementari disegni. Le pagine manoscritte scorrono sullo schermo insieme ad altre immagini rubate dal protagonista in giro per il quartiere. In spagnolo viene usato il termine “colonia” che anche a noi rende bene l’idea di questo gigantesco insediamento abusivo sviluppatosi negli anni Ottanta ai margini della città. Case fatiscenti, degrado e violenza, al limite della sopravvivenza. Gabino deve vivere qui, sei mesi secondo il progetto, ma un problema alla schiena e la paura di essere scoperto e linciato lo fanno desistere un mese prima. La realtà che emerge è quella di un paese ferito dalle diseguaglianze: al momento della sua introduzione nella costituzione, nel 1917, l’idea del salario minimo era giusta – mi spiega l’artista messicano – ma con il passare degli anni il potere di acquisto è diminuito esponenzialmente e ora quei 70,10 Pesos giornalieri (risultato di piccolo aumento del 4% nel 2015) che per noi equivalgono spietatamente a neanche 3,50 euro, sono semplicemente un modo legale per avere manodopera a basso costo.

Tijuana4©Manuel_G_Vicente
foto Manuel G. Vicente

L’attore mantiene sul corpo e nella recitazione piccoli segni di quei cinque mesi, come fossero minuscole cicatrici: la parlata veloce del capofamiglia che lo ospitava, lo sguardo duro del responsabile della fabbrica in cui ha passato dieci ore di lavoro al giorno, e qualche passo di ballo imparato in un bar nel quale gli operai bevono i pochi quattrini avanzati. Sono piccole concessioni alla funzione teatrale del racconto, il quale rimane comunque ben protetto da enfasi e da retorica. Gli dico che la verità trasmessa sul palco ha una forza tale che il pubblico può anche dimenticarsi che tutto sia avvenuto realmente, mi risponde con quel suo sorriso obliquo e probabilmente ha ragione: la differenza sta nell’approccio dell’artista, è lui ad essere cambiato. Allo spettatore, stimolato nel confronto con le deformazioni di una società sempre più diseguale, rimangono le domande, piccoli semi che in un terreno fertile possono generare la ricerca estenuante ma necessaria delle risposte.

Andrea Pocosgnich

Luglio 2016, Inteatro Festival

TIJUANA_LA DEMOCRAZIONE IN MESSICO 1965-2015
prima nazionale
Un progetto di: Lagartijas tiradas al sol
Con: Gabino Rodríguez
Co-direzione: Luisa Pardon
Disegno luci: Sergio López Vigueras
Video: Chantal Peñalosa, Isadora: Carlos Gamboa
Telo fondale: Pedro Pizarro Villalobos
Consulenza artistica: Francisco Barreiro
Produzione: Lagartijas tiradas al sol, Marche Teatro
In collaborazione con: Festival Belluard Bollwerk International

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