Dacci anche oggi il nostro populismo quotidiano

Partendo da un articolo di Camilla Tagliabue apparso su Il Fatto Quotidiano del 26/07/2016, proviamo a porci alcune domande su quel giornalismo che, invece di mettersi al servizio del lettore, cerca la polemica e il colpo a effetto

foto www.toscananews24.it
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Per chi stai scrivendo? Quale pensi possa essere il pubblico di questo tuo articolo? Credi di aver creato il contesto adatto nel quale coltivare i tuoi dubbi e quelli del lettore?

Nei nostri workshop – quelli che frequentemente proponiamo ai lettori più appassionati – queste sono alcune delle primissime domande che ci facciamo. Molte volte sono gli stessi partecipanti a stimolare la questione. Come faccio a sapere quanto devo raccontare della trama di un testo? Quanto è importante il contesto economico, sociale e politico? Ecco che non a caso, dato che il nostro è il mestiere per il quale bisogna porsi delle domande,  la risposta che spesso diamo nasce proprio a partire da quel semplice, basilare e imprescindibile “per chi stai scrivendo?”. Questione che naturalmente ha valore non solo per la critica teatrale ma per il giornalismo in generale. Anche perché è da qui che discendono poi altri snodi cruciali: come la distanza tra l’autore e l’oggetto che deve essere raccontato o quella tra autore e lettori; nella continua comprensione e misurazione di questa distanza sta gran parte del mestiere del critico e del giornalista culturale tout court.

Sono questioni che il lettore non dovrebbe porsi, perché dovrebbero essere esperite alla fonte, ma può capitare – e accade spesso sia online sia nella carta stampata – quando dietro un articolo manca preparazione, un lavoro redazionale corretto o quando l’autore incappa nelle incaute cesoie di qualche editor un po’ superficiale. Leggendo l’articolo di Camilla Tagliabue pubblicato ieri su Il Fatto Quotidiano, alla fine della lettura il primo pensiero è proprio quel basilare “a chi destinato questo articolo?”.

Per chi non si sia imbattuto ieri nel tentativo di polemica sterile (e vedremo perché) della giornalista diciamo subito che la forma del titolo è un grande classico: «I critici teatrali, l’unica compagnia in attivo», con un occhiello che trova il gioco di parole e ricarica: «Dura la vita del censore. In pellegrinaggio tra i festival sono spesati, ospitati e sfamati». Una buona fetta del giornalismo oggi soffre di una psicosi divenuta quasi ridicola, la paura di non attrarre il lettore, è un’insofferenza cresciuta esponenzialmente con l’avvento del Web. Certe volte verrebbe da dire ai titolisti: state calmi, il pezzo non è in prima pagina, ormai il giornale l’ho comprato, non c’è bisogno di viaggiare a sirene spiegate. Molti dei problemi del pezzo di Tagliabue sono correlati proprio al titolo. Come per quegli articoletti esca (il fenomeno del clickbaiting) cuciti appositamente per girare velocemente sui social e spegnersi nel giro di poche ore, anche qui c’è un titolo ad effetto che spingerebbe il lettore a cliccare per atterrare sul sito del giornale. Quel titolo però non fa altro che amplificare uno dei tanti punti su cui l’articolo si sofferma, puntando il fucile sulla critica teatrale. E, come spesso accade, la comprensione e l’approfondimento vengono sacrificati sull’altare del populismo: il critico disegnato come una sanguisuga che vive alle spalle di festival e teatri. Ma appunto questo ce lo dice il titolo di richiamo, quello che fa presa su chi abbia voglia di arrabbiarsi (ché è un momento di crisi e le cose vanno male a tutti) o di far polemica. Poi l’articolo però tenta di dire altro, e qui veniamo a motivare la sterilità di cui sopra. Dopo un incipit in cui l’autrice cita La fortezza vuota di Attilio Scarpellini e Massimiliano Civica (ai lettori del quotidiano generalista toccherà cercare informazioni su quel testo almeno tramite Google) e la creazione di una storiella in cui i critici vengono immaginati come una compagnia di giro in cui ognuno recita il proprio ruolo, Tagliabue tenta l’affondo: «In tournée estiva girano per lo più artisti e critici, gli addetti ai lavori e quelli ai livori; gli spettatori paganti invece preferiscono andare al mare e pagare ombrellone e lettino». Viene ripreso qui un altro refrain tipico di questi tempi (evidenziato anche nella Fortezza vuota, ma in un contesto di analisi ben diverso) e che non ci trova d’accordo proprio per l’artificio retorico utilizzato, con il quale si fa di tutta l’erba un fascio. Sono decine i festival teatrali importanti in Italia: alcuni hanno problemi di pubblico, altri però devono stare attenti all’overbooking, alcuni negli anni hanno messo in campo un lavoro sugli spettatori eccellente e ora raccolgono i frutti. E poi prima o poi bisognerà farla finita con questa nenia degli addetti ai lavori: chi sono gli addetti ai lavori? I tanti giovani che si appassionano ai fatti di teatro cominciando percorsi di formazione nel campo della critica teatrale, della recitazione o della messinscena – per molti dei quali rimarrà solo una passione – non sono proprio pubblico vero? Lavorare sul contagio, aprire le porte facendo passare venti di passione, coinvolgere, invitare e far comprendere che il teatro non solo va praticato ma anche vissuto da spettatori e provare così a ricostruire una coscienza critica: anche questo è un modo di fare audience development.

Dove sbagliano i festival e i teatri che hanno difficoltà evidenti con il proprio pubblico? Questo interrogativo sembra non interessare a Tagliabue, la quale continua aprendosi alla questione etica ed economica citando i risultati del sondaggio di Margherita Laera apparso su ateatro e fotografando così la critica teatrale come una realtà economica in perdita, difficoltà che tra l’altro pagano tutti i lavoratori del comparto culturale di questi tempi. Ma anche qui la giornalista non coltiva lo spunto, non approfondisce, si ferma ai numeri senza porsi altre domande.

Non è nell’interesse di questo articolo difendere una categoria – che poi categoria non è vista la liquidità con cui i fenomeni ormai si esplicitano – , ma Camilla Tagliabue ci permette di riflettere su un certo giornalismo che preferisce l’immagine a effetto rispetto all’approfondimento, la generalizzazione invece che la cura dei dettagli ingrossando così la voce dei barbari, di coloro che vorrebbero vedere la fine di tutti i lavori intellettuali (specialmente se pagati dalla collettività), di quelli che gioiscono se chiude un quotidiano, o un teatro, perché tanto a che serve riflettere oggi?

Non c’è interesse a raccontare veramente la figura del critico, le pericolose contraddizioni con cui deve avere a che fare ma anche il lavoro quotidiano, appassionato e instancabile che molti di noi ogni giorno svolgono tra le pagine di una rivista digitale, i banchi delle scuole, le biblioteche, le università, giocando spesso anche un ruolo di raccordo fondamentale tra artisti e operatori. Ne prendiamo atto, a questo giornalismo fintamente ironico e in cerca di polemica tutto ciò non interessa, si preferisce raccontare del critico «[…] in buona salute che si presenta in ciabatte alla rassegna alpina a meno due gradi, tanto poi c’è l’addetta stampa che gli presta la sciarpetta.»

Davvero non si capisce che articolo volesse scrivere Camilla Tagliabue: a un certo punto quest’ultima tenta anche la strada della politica culturale chiedendo un parere a Giulio Stumpo sull’incidenza delle spese di ospitalità dei giornalisti, si traveste insomma da reporter a caccia di sprechi rimanendo con un pugno di mosche perché anche in questo caso ciò che appare non è la volontà di capire, ma solo quella di mostrare, mostrarsi come colei che, almeno in un paragrafetto, svela gli sprechi. Infatti non avendo il fiato (o forse più banalmente gli spazi giornalistici) per questa corsa, cambia di nuovo argomento e mischia altre questioni accostando alle spese che i festival registrano per la stampa quelle dell’organizzazione teatrale in genere citando anche un passaggio di uno dei comunicati di Facciamolaconta (naturalmente senza spiegare cosa sia questo gruppo di attori, qui trovate il comunicato) nel quale viene affermato che il Piccolo Teatro di Milano spende solo il 5% del finanziamento pubblico per gli artisti e con la quota restante viene invece alimentata la macchina gestionale. Ma non stavamo parlando della critica e dei problemi di pubblico dei festival? A chi ti stai rivolgendo, Camilla? Quali sono i tuoi lettori? Con chi stai cercando la polemica? Come siamo arrivati a una realtà così specifica come quella dell’istituzione milanese? La tecnica è facile: si accostano questioni di gran peso, che meriterebbero dissertazioni diverse nei tempi e nei modi, il collante dell’accostamento è semplicemente la tesi dello spreco. “Tanto è tutto uno spreco”: ed è proprio da questo brutale appiattimento che invece dovremmo provare a difenderci soprattutto in tempi bui come quelli che stiamo vivendo, nei quali il giornalismo dovrebbe aiutare a capire non a creare caricature sulle quali puntare il dito.

Andrea Pocosgnich

Leggi l’articolo di Camilla Tagliabue sulla Rassegna Stampa del Teatro della Toscana

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