La fortezza vuota. Per un teatro esodo

Atlante XLIX – La perdita di senso del teatro italiano. La fortezza vuota

 

van gogh
Vincent van Gogh, “Barche di pescatori sul mare” (1888)

Allora, poche chiacchiere. Qui bisogna smettere sofismi e parlare forte, chiaro. Usare un linguaggio semplice e diretto, senza bearsene come in tanti sappiamo fare, noi più di tutti. Qui sta succedendo qualcosa di terribile. E sta succedendo a noi. Questa frase che mi gira nel corpo, nei pensieri, da quando pochi giorni fa in una sala del Teatro Magnolfi di Prato, ospiti di Contemporanea Festival, ho ascoltato Massimiliano Civica, artista, e Attilio Scarpellini, critico, dare voce alle parole di un documento (da scaricare qui) dal titolo significativo: La fortezza vuota, un discorso sopra la perdita di senso che sta attraversando il teatro italiano.
Questo è il punto dove di solito io che scrivo inizio una giravolta vacua e mirabolante, non oggi. Oggi non c’è arabesco che tenga. Dritto al cuore del problema: di cosa parlano Civica e Scarpellini in questo documento da leggere con molta attenzione? Dicono a loro stessi prima di tutto, a noi che ascoltiamo e leggiamo, quanto stia accadendo una silenziosa e progressiva dismissione del teatro popolare d’arte per come l’abbiamo conosciuto, o sognato, fino a questo momento. Cercano cioè di razionalizzare un disagio e lo fanno partendo dall’analisi dell’ultima riforma, promossa dall’uscente direttore generale per lo spettacolo dal vivo all’interno del MiBACT, Salvo Nastasi; vi individuano un punto di crisi da cui trarre un’eloquenza lucida, la crepa da cui evidenziare la previsione del crollo.

La porta che spalanca questa fortezza vuota di potere e quindi di presenza è la funzione pubblica dell’arte che male accorda la vocazione minoritaria del teatro alla trasformazione aziendalista dei teatri italiani (volendo considerare, a loro avviso, soltanto i Teatri Nazionali e Tric, ossia i soli finanziati non per la sola sopravvivenza). L’elevazione del cittadino, la sua crescita morale in grado di fornirgli strumenti per misurare la distanza tra sé e i propri problemi (insomma l’intenzione greca del teatro), non sembrano più nei piani di un finanziamento che volge quasi totalmente a un difetto di desinenza: non alla rappresentazione della società civile ma alla rappresentanza in essa. Perduto il senso primario dell’arte, l’arte stessa perde di senso, non ha più a che vedere con l’uomo, è ridotta a un meccanismo numerico, un logaritmo in grado di costruire prospettive percentuali di successo, più o meno simile a quello per i sistemi delle scommesse sportive.

L’assunto di Civica-Scarpellini si fonda su una contraddizione lampante nella riforma; il ministero per erogare finanziamenti ai teatri chiede di presentare due cose fondamentali: spettacoli di impatto commerciale e un passivo di bilancio preventivo. Ne nasce un ibrido vertiginoso, definito Teatro Pubblico Commerciale; perché se da un lato la vocazione commerciale supporrebbe una monetizzazione a posteriori, con sbigliettamento, dall’altro lo Stato dichiara di non aver bisogno di consuntivi, soltanto di sapere che quelle attività – ma mi pare ovvio ora a ben vedere – siano in perdita. Altrimenti che eroga soldi a fare? Non se ne avrebbe bisogno. Questo piccolo schema suggerisce un prossimo futuro in cui il finanziamento, già esile e ridotto anno dopo anno, sarà pian piano eliminato in favore della sostenibilità autonoma, sviluppa cioè l’idea che i teatri – ma meglio il vizio, il lusso, di andare a teatro – trovino da soli le economie per r-esistere.

Ecco allora che focalizzando l’anomalia si intravede all’orizzonte il vero progetto politico (posto si possa usare per il paradossale contrario) che l’ha prodotta: definanziare il teatro così da devitalizzare la sua funzione pubblica. Tutto ciò ha avuto origine graduale fin dall’avvento dell’individualismo come neo mito del contemporaneo, in sostituzione di un sentimento comunitario e solidale; questo passaggio ha sostanzialmente definito i margini del potere accentrandone non solo le funzioni già in essere ma anche quelle contingenti, accessorie: il potere non ha avuto nutrimento e legittimazione che da sé stesso (non siamo per caso al terzo governo di fila nato senza consultazione elettorale), deformando la qualità, non più criterio di valutazione, e innestando il consenso – preventivo – come certificazione del lavoro svolto.

Ma la drammaticità si aggrava anche di risvolti imprevedibili, perché se questo sistema ha avuto e avrà sempre più spazio è anche per l’originaria vacuità di rimostranza degli artisti, la percezione di obsolescenza che, per onestà o ingenuità, relega la maggior parte a servilismi e meschine difese della miseria. La coscienza di classe, di professione, per l’artista sono ancora agli albori della sindacalizzazione; soltanto esperienze come quella del Teatro Valle Occupato hanno tentato di sollevare il problema, finendo fagocitate in un meccanismo di irresistibile evanescenza.

E dunque se l’artista, lo spettatore, il critico sono i grandi esclusi di un teatro in cui contano due soli soggetti – il direttore e il ministero – quali le contromisure? Fino a quel punto si limitarono all’invettiva, poi presero in mano le armi della dialettica e della riflessione, caricarono pistole di ragionevolezza e fucili di passioni, civile e artistica, andarono per la strada inversa al palazzo del potere, dichiararono lo scisma da un credo impazzito e temporalizzato, ricercarono in altri occhi sguardi comuni e grazie ad essi si avviarono per una terra che vuole smettere di essere una promessa. Fu l’esodo di massa del teatro da questo teatro.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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1 COMMENT

  1. Un grazie a Simone Nebbia, che rilancia la questione espressa dal documento Civica-Scarpellini.
    Quel documento andrebbe non soltanto letto, ma preso in seria considerazione. Sto aspettando. Aspetto ancora un po’. Aspetto che qualche esponente della parte “lesa” (la parte politica) risponda in qualche modo all’ avvenuto smascheramento (contraddicendo, discutendo, non so, in un modo qualsiasi). Ma la sensazione è che la parte lesa ne esca piuttosto illesa. C’è dunque qualcosa di più spaventoso del disegno istituzionale ed è la totale caduta nel vuoto e nel silenzio delle voci dei teatranti. Aspetto ancora un po’. Poi pubblicherò qualche riga. Il vuoto e il silenzio sono bellissimi, sono l’origine della nostra arte.
    Claudio Morganti

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